Le Nostre Sezioni

Italia Nostra Sicilia: “Sì alla realizzazione di un Parco naturalistico e culturale”

Nella vicenda dell’area verde e dell’antenna Rai di Monte Sant’Anna, a Caltanissetta, siamo al dunque: Rai Way avrebbe chiesto al Comune di Caltanissetta l’autorizzazione per poter avviare i lavori di demolizione del peculiare manufatto tecnologico – simbolo moderno della città (https://it.wikipedia.org/wiki/Antenna_RAI_di_Caltanissetta). Temiamo fortemente che la demolizione possa costituire il primo passo per consentire nuove realizzazioni edilizie, nuove speculazioni, nel magnifico spazio verde che domina la città. Dopo la demolizione, Rai Way potrebbe vendere l’area a privati, considerato il fatto che l’Amministrazione Comunale (Giunta e Consiglio comunale) ad oggi non l’ha acquistata e non ha posto in essere le azioni necessarie a realizzare un Parco naturalistico e culturale.

2_S. Anna

Scrive Andrea Milazzo, assessore alla Pianificazione territoriale nella precedente Amministrazione comunale: “La variante urbanistica per la titolazione della zona a Parco naturalistico ed etno antropolologico, finalizzata alla realizzazione di un complesso fruitivo paesaggistico naturale e museo della radiocomunicazione, fu approvata dall’Amministrazione Campisi con delibera di Giunta 43 del 28 marzo 2104, unitamente alla contrazione del mutuo per l’acquisto. Con verbale della Conferenza dei Servizi del 30.5.2014 tenutasi presso il Comune di Caltanissetta il 30.5.2014, la Soprintendenza BB.CC. ed AA. di Caltanissetta, l’Ispettorato Forestale, il Genio Civile, e gli Uffici della Direzione Urbanistica, approvarono in linea tecnica il progetto di variante, ed il giorno successivo, il 31.5.2104, il sottoscritto, nella trascorsa carica di assessore alla pianificazione territoriale, ha firmato la proposta di delibera per il Consiglio Comunale, approvazione da parte del quale, destina gli immobili all’utilizzo previsto nel progetto a parco naturalistico e culturale, impedendo qualsiasi altra possibilità speculativa, che il carattere parzialmente edificatorio dell’area, oggi consentirebbe. Il successivo 6 giugno la Giunta Campisi decade, e la proposta viene vagliata dalla Giunta Ruvolo e dall’attuale Consiglio Comunale, ma da allora non ne è intervenuta alcuna approvazione, né conclusione della procedura di acquisto già deliberata. Giova ricordare che la Soprintendenza BB.CC. ed AA. di Caltanissetta, iniziò un contestuale percorso di vincolo sugli immobili, che per quanto è dato di sapere, anch’essa non ha ancora avuto conclusione. L’approvazione da parte del Consiglio Comunale della proposta di delibera per la titolazione a parco, farebbe immediatamente scattare il regime di salvaguardia ai sensi della legge 3 novembre 1952 n° 1902, interdicendo così qualsiasi attività di trasformazione, e come nel caso di questi giorni, la demolizione dell’antenna, con le irreversibili conseguenze che ne deriverebbero, ciò in assenza di un provvedimento dichiaratorio di interesse da parte dell’Assessorato ai BB.CC. ed AA. che speriamo intervenga al più presto, e speriamo, non per surrogare l’Amministrazione attiva per l’assente interesse fino ad oggi dimostrato sull’argomento, ma piuttosto per completarne le azioni, che auspichiamo arrivino al più presto. La politica locale, se lo desidera veramente, ha, come ampiamente dimostrato, pronti, tutti gli strumenti per intervenire e subito, costati lavoro e impegno da parte di chi ha preceduto, fino ad oggi sostanzialmente ignorati. Si scoprirà così se i nostri rappresentanti istituzionali, intendono davvero conservare la predetta testimonianza, ovvero assistere, a quel punto consensualmente, alla sua definitiva rimozione, aprendo scenari speculativi sulle aree interessate. I fondi di Agenda Urbana (21 milioni di euro) messi a disposizione dalla Giunta Regionale lo scorso Agosto, finalizzati allo sviluppo turistico e culturale, offrono per altro all’Amministrazione Ruvolo la possibilità di finanziare, non solo il progetto, ma anche l’acquisto dell’area. E’ finito il tempo del gioco a nascondino. Provveda il Sindaco e l’Assessore all’Urbanistica a trasmettere nuovamente ed immediatamente gli atti, già pronti fin dal lontano 31.5.2014, in Consiglio Comunale, e provveda il Presidente del Consiglio Comunale a calendarizzare l’argomento, ormai urgente, all’ordine del giorno per l’approvazione da parte del Consiglio Comunale. Si provveda ad inserire il progetto nel piano triennale delle OO.PP. e a concludere la procedura di cessione del bene da parte di Rai Way, recuperando le risorse da Agenda Urbana, oppure si dica con chiarezza alla Città che questo progetto non interessa e che sull’area di Sant’Anna si potrà essere liberi di fare altro.”

Non possiamo che sottoscrivere le parole dell’ex assessore Milazzo. Riteniamo che l’attuale Amministrazione comunale debba abbandonare lo sconcertante atteggiamento di ambigua inerzia che l’ha caratterizzata sino ad oggi, e procedere speditamente, decisamente all’acquisto dell’area e attivare l’iter per la progettazione e realizzazione di un Parco urbano che la città di Caltanissetta non ha mai saputo realizzare. La città non può perdere questa occasione. Unica, preziosa. L’attuale Amministrazione comunale (Giunta e Consiglio comunale) ha l’opportunità di donare alla città uno spazio pubblico importante. Oppure perdersi, come tante altre amministrazioni, nel nichilismo burocratico e speculativo che ben conosciamo.

Caltanissetta e il Monte S. Anna_2016

Distinti saluti,

Leandro Janni – Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

News

06-12-2016

Indietro tutta! I risultati del convegno di Palermo sui centri storici

Lo scorso 10 luglio 2015, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un disegno di legge che favorisce la distruzione dei centri storici dell’Isola. Della legge n. 13/2015 – “Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici”, Pier Luigi Cervellati ha scritto: “Questa legge annienta le città storiche della Sicilia e ci farà apparire tutti come seguaci dell’Isis”. Insomma: come il crollo di Agrigento e il sacco di Palermo furono il nefasto esperimento di una politica urbanistica e territoriale che intaccò quasi subito le altre Regioni, così questa legge – anticostituzionale, fuorilegge rispetto al decreto legislativo n. 42/2004 (il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) – può pericolosamente diventare riferimento politico-amministrativo per altre regioni e città metropolitane del nostro Paese. Di certo, in Sicilia, le contraddizioni tra proclamate politiche di tutela e valorizzazione dei territori, del patrimonio storico, artistico e paesaggistico da un lato, e realtà dei fatti, degli atti politici e amministrativi dall'altro, sono sempre più insostenibili. Insopportabili. Tragica, evidente è l’inadeguatezza culturale e politica di una classe dirigente incapace di governare la Sicilia contemporanea. Incapace di governare la complessità. 1 Un attacco speculativo senza precedenti, che arriva proprio nel momento in cui l’Isola riceve il settimo riconoscimento Unesco per il suo speciale patrimonio arabo-normanno.  Insomma: l’Assemblea Regionale Siciliana, con la legge 13/2015, sferra un altro pesante attacco al nostro patrimonio architettonico e paesaggistico. Una legge che ignora il concetto fondamentale di “centro storico come bene culturale unitario, come monumento da conservare integralmente” – come ci ha insegnato Antonio Cederna. La legge regionale 13/2015 appare conforme alla logica rozza e sbrigativa dello “Sblocca Italia”. In ossequio ai dettami contemporanei del “fare”, proponendosi di rilanciare l’asfittico comparto edilizio e invogliando i cittadini ad effettuare interventi di ristrutturazione negli antichi fabbricati, essa intenderebbe superare le note “difficoltà di elaborazione e approvazione dei piani particolareggiati”, consentendo interventi diretti e immediati sulle singole unità edilizie, bypassando dunque i tradizionali, imprescindibili strumenti urbanistici e pianificatori. Per raggiungere tali obiettivi, la legge regionale si fa portatrice di una preoccupante e sconcertante serie di semplificazioni, ricorrendo a regole generiche e sommarie, uguali per tutti i comuni dell’isola – da Siracusa a Ragusa Ibla, da Catania a Palermo, da Trapani a Caltanissetta. E’ evidente che in tal modo si considera secondario, assolutamente marginale, l’obiettivo basilare della tutela e della conservazione del patrimonio storico e artistico, indicato chiaramente dall’art. 9 della Costituzione, dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e persino dalla legge urbanistica regionale del 27 dicembre 1978, n. 71 (Titolo V, art. 55). Per Italia Nostra tutto questo è inaccettabile. Noi, semmai, riteniamo che le cosiddette “Norme per favorire il recupero del patrimonio edilizio di base dei centri storici” rappresentino lo strumento funzionale per aggirare piani e regole fondamentali, per rimuovere quelle analisi storiche e urbanistiche necessarie a comprendere e a governare le diverse, specifiche realtà territoriali. Pertanto, in questa occasione, esprimiamo ancora una volta la nostra più decisa opposizione a questa legge, richiamando i principi imprescindibili della carta di Gubbio.  E di certo non possiamo pensare di riscrivere oggi una nuova Carta di Gubbio. Si tratta invece di applicarla, utilizzando gli strumenti esistenti come il Codice dei Beni Culturali, i Piani Paesaggistici, richiedendo una legge di principi nazionale sulla disciplina dei centri storici; auspicando una nuova legge urbanistica (un testo unico). La Carta di Gubbio è la dichiarazione finale approvata all’unanimità a conclusione del Convegno Nazionale per la Salvaguardia e il Risanamento dei Centri Storici (Gubbio, 17-18-19 settembre 1960) promosso da un gruppo di architetti, urbanisti, giuristi, studiosi di restauro e dai rappresentanti dei comuni di Ascoli Piceno, Bergamo, Erice, Ferrara, Genova, Gubbio, Perugia, Venezia. Le relazioni sono state svolte da: Samonà, Cederna, Manieri Elia, Badano, Rodella,  Trincanato, Romano, Belgiojoso, Caracciolo e Bottoni. Il successo dei Convegno di Gubbio, promosso da un gruppo di Comuni, affiancati da parlamentari e studiosi, consente la formulazione di una dichiarazione di principi sulla salvaguardia e il risanamento dei centri storici. Le relazioni degli otto Comuni promotori, la presentazione nella mostra di alcuni studi, in parte preparatori e in parte esecutivi, di operazioni di risanamento conservativo e l’adesione al Convegno di 50 Comuni dimostrarono il crescente interesse che il tema stava suscitando presso le amministrazioni locali e larghi strati di opinione pubblica. L’estensione a scala nazionale del problema trattato è stata unanimemente riconosciuta, insieme alla necessità di un’urgente ricognizione e classificazione preliminare dei centri storici con la individuazione delle zone da salvaguardare e risanare. Si afferma la fondamentale e imprescindibile necessità di considerare tali operazioni come premessa allo stesso sviluppo della città moderna e quindi la necessità che esse facciano parte dei Piani Regolatori Comunali, come una delle fasi essenziali nella programmazione della loro attuazione. Si invoca un’immediata disposizione di vincolo di salvaguardia, atto a sospendere qualsiasi intervento, anche di modesta entità, in tutti i centri storici, dotati o no di Piano Regolatore, prima che i relativi Piani di Risanamento Conservativo siano stati formulati e resi operanti. Si riconosce la necessità di fissare per legge i caratteri e la procedura di formazione dei Piani di Risanamento Conservativo, come speciali Piani Particolareggiati di iniziativa comunale, soggetti ad efficace controllo a scala regionale e nazionale, con snella procedura di approvazione e di attuazione. Detti piani fisseranno modalità e gradualità di tutti gli interventi su suolo pubblico e privato, sui fronti e all'interno degli edifici, e si attueranno esclusivamente mediante comparti, ciascuno dei quali costituisca un’entità di insediamento e di intervento. Rifiutati i criteri del ripristino e delle aggiunte stilistiche, del rifacimento mimetico, della demolizione di edifici a carattere ambientale anche modesto, di ogni “diradamento” ed “isolamento” di edifici monumentali, attuati con demolizioni nel tessuto edilizio, ed evitati in linea di principio i nuovi inserimenti nell’ambiente antico, si afferma che gli interventi di risanamento conservativo, basati su una preliminare profonda valutazione di carattere storico-critico, devono essenzialmente consistere in: a. consolidamento delle strutture essenziali degli edifici; b. eliminazione delle recenti sovrastrutture a carattere utilitario dannose all’ambiente e all’igiene; c. ricomposizione delle unità immobiliari per ottenere abitazioni funzionali e igieniche, dotate di adeguati impianti e servizi igienici, o altre destinazioni per attività economiche o pubbliche o per attrezzature di modesta entità compatibili con l’ambiente, conservando al tempo stesso vani ed elementi interni ai quali l’indagine storico-critica abbia attribuito un valore; d. restituzione, ove possibile, degli spazi liberi a giardino e orto; e. istituzione dei vincoli di intangibilità e di non edificazione. Si ravvisò la necessità che la valutazione storico-critica dovesse, per omogeneità di giudizi, essere affidata ad una Commissione Regionale (di alto livello) e che la redazione dei Piani di Risanamento e dei comparti, da affidare a tecnici qualificati, avvenisse in stretta connessione con la Commissione Regionale e con i progettisti dei Piani Regolatori. Si suggerì che la pubblicazione dei Piani di Risanamento Conservativo si avvalesse di una procedura particolare, in cui fossero previste forme di pubblicità estesa, come, ad esempio, la contemporanea esposizione in sede regionale oltre che locale, al fine di consentire osservazioni qualificate e l’esame delle osservazioni con l’intervento di peculiari competenze. Si affermò che nei progetti di risanamento una particolare cura dovesse essere posta nell’individuazione della struttura sociale che caratterizza i quartieri e che, tenuto conto delle necessarie operazioni di sfollamento dei vani sovraffollati, fosse garantito agli abitanti di ogni comparto il diritto di optare per la rioccupazione delle abitazioni e delle botteghe risanate, dopo un periodo di alloggiamento temporaneo, al quale avrebbero dovuto provvedere gli Enti per l’Edilizia Sovvenzionata; in particolare dovevano essere rispettati, per quanto possibile, i contratti di locazione, le licenze commerciali e artigianali preesistenti all’operazione di risanamento. 3 Per la pratica attuazione di tali principi, si invocò un urgente provvedimento di legge generale che, assorbendo i due disegni di legge del senatore Zanotti Bianco (primo Presidente nazionale di Italia Nostra) ed altri e dell’on. Vedovato, risolvesse in modo organico la complessa materia e stabilisse: 1. le modalità e il finanziamento per il censimento dei centri storici; 2. la programmazione delle operazioni alla scala nazionale; 3. le modalità per la formazione dei piani esecutivi di risanamento conservativo, secondo i principi enunciati, affidando ai Comuni la responsabilità delle operazioni per la loro realizzazione; 4. le procedure per la disponibilità dei locali durante le operazioni di risanamento, ivi comprese le modalità per la formazione dei Consorzi obbligatori e per un rapido svolgimento delle pratiche di esproprio o prevedendo anche la sostituzione, da parte del Comune, di Enti o di cooperative, ai proprietari inadempienti o che ne facessero domanda; 5. l’entità e le modalità di finanziamento delle operazioni, preferenzialmente risolto con la concessione di mutui a basso interesse ai Comuni interessati con eventuale garanzia dello Stato e con facoltà del Comune di graduare il tasso di interesse proporzionalmente al grado di utile ricavato dall’operazione, con eventuale contributo a fondo perduto nei casi di accertata e notevole diminuzione di valore dell’intero comparto; 6. le modalità per la perequazione dei valori economici delle singole proprietà all’interno di ogni comparto; 7. la possibilità per gli Enti dell’edilizia sovvenzionata di partecipare alle operazioni di risanamento. A conclusione dei lavori, il Convegno di Gubbio riaffermò la necessità che gli auspicati provvedimenti in ordine alla salvaguardia e al risanamento dei centri storici, improntati ai principi enunciati, formassero un unico corpo di norme legislative facente parte, a sua volta, come capitolo fondamentale, del Codice dell’Urbanistica (in elaborazione). Nel 1990 l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artisticisi è fatta promotrice di un secondo documento, di ripensamento critico e di attualizzazione della Carta trent’anni dopo la sua pubblicazione. La dichiarazione, nota anche come Seconda Carta di Gubbio o Carta diGubbio ’90, profila una nuova e più ampia attenzione all’intera struttura storica della città, al suo territorio, al paesaggio come insieme interconnesso di sistemi territoriali di valore storico-culturale. Supera, inoltre, la visione strettamente legata al territorio nazionale per porsi in una più ampia ottica comunitaria. Europea. In conclusione, cosa dire, tornando al nostro cattivo presente? Potremmo causticamente ricordare le parole di Alberto Savinio nel suo “Ascolto il tuo cuore, città”: “E’ con le occasioni mancate che a poco a poco noi ci costituiamo un patrimonio di felicità. Quando il desiderio è soddisfatto, non resta che morire.”   Leandro Janni, Presidente del Consiglio Regionale Italia Nostra Sicilia 2  
25-11-2016

Problematico progetto tronco autostrada Asti-Cuneo

Quest’anno ha ripreso ulteriore vigore dibattimentale, si sono manifestate con grande evidenza esigenze primarie e proposizioni progettuali per l’annosa questione del completamento dell’autostrada Asti-Cuneo. Com'è ben noto ai vari livelli, dal locale al nazionale, ormai da molto tempo i lavori prevedibili ed i relativi costi in aumento per il tratto da realizzare dal territorio comunale di Alba a quello di Cherasco sono fermi, neppure sono prefigurati in un sostenibile progetto definitivo, del tutto accettato dai vari enti pubblici quale soluzione attuabile. Inoltre, tale complessa problematica in parte è pure connessa al percorso della strada di collegamento ancor da realizzare dalla provinciale n. 7 al nuovo ospedale Alba-Bra in costruzione sulla collina di Verduno (la cui localizzazione è una scelta che viepiù rivela basilare negatività per diversi aspetti d’ordine logistico, paesaggistico e di assetto del suolo). Questa Sezione di “Italia Nostra”, in considerazione delle ripercussioni ambientali e paesistiche del tratto autostradale in fase di progetto, rende noto alle SS. LL. il seguente COMUNICATO. -          Innanzitutto ci riallacciamo ad una numerosa serie di documenti e comunicazioni che questa Sezione di “Italia Nostra” ha redatto sulla complessa problematica progettuale del tratto Alba-Cherasco dell’autostrada. Sono stati notificati agli enti competenti ed ai mass-media tra il 1981 ed il 2002. Tali interventi dell’Associazione, in una prima fase ideativa, hanno pure proposto un percorso alternativo lungo il versante orografico a sinistra del corso del fiume Tanaro, allora preso in esame dall’Amministrazione provinciale di Cuneo, ma non accolto. Poi le nostre comunicazioni si sono rivolte, con osservazioni pertinenti, alle questioni del previsto casello Alba-Ovest, dello svincolo per Verduno ecc., in riferimento soprattutto alle esigenze di salvaguardia del suolo, dell’assetto idrografico e dell’ambiente collinare. -          Ora è sempre più evidente che l’autostrada Asti-Cuneo vada completata, anche in collegamento al discutibile tracciato a “z rovesciata” oggi esistente. Si tratta di una necessità oltremodo primaria, oltretutto verificando il traffico davvero pesante, intenso e pericoloso sulla provinciale n. 7 dal territorio di Alba a quello di Cherasco. Inoltre, i lotti dell’autostrada già in funzione, ma non collegati fra loro, sono fortemente penalizzati e sottoutilizzati. Da molto tempo l’ultimo tratto da completare, lungo circa 8 km (il cosiddetto lotto II.6), è in una fase progettuale con due diverse opzioni. La prima, quella che coinvolge anche la ditta Gavio concessionaria autostradale, è certo più completa a livello di pratiche progettuali e di iter burocratico; la seconda, proposta di recente dalla Confindustria di Cuneo, necessita ancora di verifiche territoriali e di una pertinente V. I. A. (Valutazione d’impatto ambientale). La questione è stata ridiscussa e ripresa specificatamente il 18 novembre u. s. in una riunione assembleare ad Alba dell’Associazione “Langhe Roero. Tavolo delle autonomie per il territorio”, con interventi di sindaci ed amministratori locali che solleciteranno in modo risoluto il Governo nazionale a definire l’attuazione della prima progettazione succitata. -          Questa Sezione di “Italia Nostra”, allo stato attuale dell’annosa questione, richiama ancora gli enti competenti alle inderogabili necessità di verificare con la massima attenzione per la soluzione prescelta modalità progettuali ed esecutive che, oltre ovviamente alla funzionalità, tengano in debito conto l’impatto ambientale dell’opera da realizzare. I territori di Roddi e Verduno, buona parte di quello di Alba, dal 2014 rientrano nella delimitazione della “Buffer Zone” del riconoscimento concesso dall’UNESCO. La necessità di rispettare il peculiare assetto dell’alveo del Tanaro, possibilmente il fine di perseguire il risparmio del suolo, l’intento di non derogare dalle conformità al vincolo idro-geologico, sono obiettivi primari che “Italia Nostra” ancora un volta esprime con particolare evidenza.   Il Presidente di Italia Nostra Alba

                                                                                         Sergio Susenna

25-11-2016

I canali di Praia a Mare: un problema urgente da risolvere per il miglioramento delle acque di balneazione

Intervenire per tempo prima dell’inizio della prossima stagione estiva   è il modo più responsabile per affrontare e risolvere un problema  che ha un forte impatto sull’economia di un  paese ad esclusiva vocazione turistica. I due mesi trascorsi dalla fine della stagione estiva riteniamo siano stati sufficienti per acquisire i dati necessari,  riordinare le idee e stabilire i da farsi. Italia Nostra intende dare il proprio contributo per accrescere la consapevolezza e richiamare tutti alle proprie responsabilità (Istituzioni, titolari  di imprese turistiche, commercianti, ecc)  su  una problematica che non riguarda solo il nostro ambiente ma anche la nostra economia. Questo invito  è rivolto a quanti hanno a cuore la condizione del nostro mare che è la risorsa primaria che abbiamo. Nel 2016 in alcuni tratti la situazione delle acque di balneazione nel comune di Praia a Mare è stata particolarmente critica, una delle peggiore tra i comuni  dalla fascia tirrenica cosentina. In ben tre aree, tutte interessate da una consistente  presenza di lidi,  da via Trieste a via Marzabotto le  acque di balneazione hanno presentato criticità per  fenomeni di inquinamento fecale che hanno portato a superare  i parametri di legge consentiti (enterococchi intestinali 200  ed escherichia coli 500). I tratti interessati, come da grafici ed immagini  ripresi dal portale acque di balneazione del Ministero della Salute, sono stati: 1. L’area denominata 50 mt sx canale Fiumarella , già in Classe “Scarsa” per mt 777, che ha superato i parametri consentiti per ben due volte il 22/6/2016 e il 20/7/2016 e che anche per il prossimo anno  verrà confermata, presumibilmente, in qualità “scarsa” con divieto di balneazione per tutto il 2017; praia-amare-1 2. L’area denominata  50 mt dx Canale Fiumarella, già in Classe “Buona” per mt  408, che ha superato entrambi  i parametri consentiti il 13/09/2016; praia-mare2 praia-mare33 L’area denominata Sbocco  Canale Sottomarlane, già in Classe “Sufficiente” per mt 350 che ha superato entrambi  i parametri consentiti il 20/7/2016. praia-mare4 La lunghezza dell’area di balneazione  che ha evidenziato la descritte criticità   è estesa nel suo complesso   1535 mt, entro la quale operano  ben 17 lidi. Le tre aree interessate da fenomeni  di inquinamento fecale hanno in comune la presenza di due canali: Canale Fiumarella e Canale Sottomarlane . canale-fiumarella canale-sottomarlane             Entrambi i canali vengono alimentati da un sistema di rivoli di acqua sorgiva localizzati nella zona denominata “Pantano” a monte del tracciato ferroviario. Il Comune di Praia a Mare ha creduto di individuare  l’origine della contaminazione fecale dei due canali e quindi del mare  nella presenza di animali domestici e da cortile i cui escrementi andavano ad interessare i percorsi d’acqua che sfociavano nel mare.  A tale fine ha emesso ordinanza n. 28 del 16.06.2016 , vietando con effetto immediato di detenere ed allevare animali di varie specie  in un raggio di 500 mt. dalla zona Pantano a ridosso del tracciato ferroviario. A seguito della ordinanza gli allevamenti sono stati rimossi. Le previsioni e le aspettative del comune di Praia a Mare relativamente alle cause della  contaminazione dei due canali, a nostro avviso, si sono rivelate non esatte. Infatti su intervento diretto ed indiretto di Italia Nostra sia sul Dipartimento Ambiente della Regione Calabria che su altre Amministrazioni ed Autorità, l’Arpacal  ha effettuato un primo monitoraggio in data 06.07.2016 disponendo analisi chimiche e microbiologiche di campioni di acque superficiali prelevati  nel Canale Fiumarella, comune di Praia a Mare. Un primo campionamento delle acque è stato effettuato a valle del serbatoio (coordinate   33.897134, 15.777733) direttamente nel  letto della Fiumarella,  un secondo campionamento a monte del serbatoio, ad una distanza di 100 mt circa.   serbatoio-praia-mare Nel primo campionamento il parametro “Eschirichia coli” ha raggiunto il valore di 9400, mentre nel secondo campionamento tale valore è stato maggiore di  10.000: valori molto elevati, considerato il processo di diluizione, ben superiori ai limiti fissati per  uno scarico,  “indice di inquinamento di origine fecale”. Il secondo monitoraggio è stato effettuato il 24 agosto 2016, a oltre  2 mesi  di distanza dalla  ordinanza sindacale n. 28/2016 ed ha riguardato l’intero corso del canale Fiumarella. In sintesi, a monte del tracciato ferroviario  i valori di “Eschirichia coli” sono stati  di modesta entità, mentre a valle, nel condotto artificiale ed alla foce  tale valore di riferimento quasi triplicava i dati del primo campionamento del 7 luglio, indice di un  ulteriore e più grave inquinamento fecale della Fiumarella che non consente al corpo idrico di auto depurarsi. Le conclusioni sono fin troppo ovvie: il forte inquinamento fecale è rilevabile  a  valle del tracciato ferroviario dove vi è presenza di case e non di allevamenti. Inoltre tale inquinamento parrebbe accentuato maggiormente  nei mesi estivi come parrebbero indicare i dati dell’ultimo prelievo dell’Arpacal effettuato in data 27 settembre 2016 presso la foce del  canale Fiumarella. Infatti i valori sono stati  i seguenti: Escherichia coli  880, Enterococchi  160, sempre indice di inquinamento di origine fecale. Le aree di balneazione interessate  dalle criticità di inquinamento sono di estrema importanza per l’economia locale. Praia a Mare,  come Italia Nostra ha di recente rappresentato  alle Autorità Regionali , è una delle località più rinomate  della costa tirrenica calabrese e non può consentirsi di avere  (speriamo di essere smentiti per la prossima stagione turistica) un tratto rilevantissimo di costa per il secondo anno interdetto alla  balneazione per tutto il periodo estivo 2017 ed altri due  con ricorrenti fenomeni di criticità ambientale. Ciò inevitabilmente determina uno scadimento dell’immagine della cittadina di Praia a Mare come paese turistico, malgrado il conseguimento nel 2016 della Bandiera Blu per un unico tratto di spiaggia. Come si vuole gestire questa situazione che rappresenta una vera e propria emergenza per il comune di Praia a Mare? Si vogliono  responsabilmente attivare  radicali, urgenti ed incisive misure di risanamento ambientale sia per il Canale Fiumarella che per il Sottocanale Marlane, individuando puntualmente le immissioni  inquinanti ed impedendo che queste possano provocare  danni ai corsi d’acqua ed al mare; o invece si vuole far finta di niente, minimizzando   o tenendo sotto silenzio il  problema come se ad immergersi nelle acque del mare non fossero persone in carne ed ossa come tutti noi? E’ bene ricordare  che, in base alle norme nazionali di attuazione delle Direttive  comunitarie  relative alla gestione della qualità delle acque di balneazione,  non solo   le autorità competenti (leggi i comuni) hanno il compito di delimitare le acque non adibite alla balneazione e di  apporre  nelle zone interessate apposita segnaletica in un ubicazione facilmente accessibile; ma hanno altresì il compito di  divulgare  con tempestività, con adeguati mezzi e tecnologie di comunicazione,  tra cui Internet, le informazioni sulle acque di balneazione. Inoltre chi vuole informarsi sui luoghi dove trascorrere le proprie vacanze ha mille modi per farlo utilizzando la rete con un semplice clic. E allora non è meglio affrontare il problema una volta per tutte? Italia Nostra da parte sua  già da tempo ha investito della problematica sin qui evidenziata  varie Amministrazioni ed Autorità e continuerà a farlo. Da ultimo con nota del 27 luglio 2016 ha richiesto alla Regione Calabria e specificatamente all’assessore all’ambiente dott.ssa Antonella Rizzo di destinare con urgenza appropriate risorse per la bonifica radicale  del Canale Fiumarella e ora anche  del Sottocanale Marlane, assoluta priorità nell’ambito della balneabilità del nostro mare. Ma più che un Associazione, il ruolo decisivo può e deve svolgerlo direttamente il Comune di Praia a Mare. Benché richieste, non abbiamo notizie in merito. Ci auguriamo che tale problematica di primaria importanza sia nell’agenda di questa Amministrazione prima che la stessa esaurisca il proprio mandato elettorale, trovando, nel contempo,  il modo di far conoscere alla pubblica opinione quali azioni abbia messo in essere  per rimuovere le cause dell’inquinamento e per il migliorare  la qualità delle acque di balneazione, come, del resto, è previsto dalla legge.   ITALIA NOSTRA – PRESIDIO DI PRAIA A MARE Praia a Mare, 26/11/2016
23-11-2016

10 buoni motivi per ri-pensare al progetto della ciclopista, e rigenerare il fiume Brenta nel Comune di Pove del Grappa.

1. Leggi nazionali e regionali e fattori di civiltà democratica vorrebbero che quando di tratta di opere pubbliche di impatto ambientale rilevante,in un vero e incondizionato spirito di trasparenza e partecipazione le Associazioni portatrici di interessi, i comitati locali ed i singoli cittadini vengano effettivamente coinvolti, e non solo parzialmente informati, nella stantia ripetizione di false forme di democrazia condivisa. Anche in questa circostanza ogni informazione alla comunità è stata carente e si è dovuto costituire un Comitato locale con una rilevante raccolta di firme per accedere ai progetti in essere; 2. Piena fattibilità di un percorso alternativo posto al livello superiore della campagna. In tal senso il progetto del tratto di Pove è da emendare in quanto nulla osta verso tale diversa soluzione – peraltro certamente meno costosa per le minori opere di sostegno necessarie in alveo e più rispettosa sul piano paesaggistico; 3. Carenza del progetto: come, per esempio. la posizione delle emergenze ambientali e storiche rilevanti (in particolare il tracciato nel comune di Pove del Grappa -m 2348- è sovrapposto al primo sedime dell’antica strada imperiale postale del '700 che da Porta delle Grazie di Bassano si inoltrava nel Canal di Brenta) e quelle di tutti i principali alberi esistenti, sono del tutto ignorate, infatti, le alberature rappresentate non sono state rilevate o sono frutto di posizionamento di fantasia , quando sono la vera ricchezza del sito e sono in pericolo di abbattimento indiscriminato; bassano-grappa 4. Uso di terminologia fuorviante degli amministratori pubblici: “ asfalto ecologico” è un ossimoro (come convergenze parallele o ghiaccio bollente) per ingannare la coesistenza di una ampia superficie ciclabile complanare al percorso pedonale quando tutti sanno che sono scelte incompatibili in uno scenario naturale come quello che è in esame; 5. Il paradosso che proprio le associazioni che lavorano a tutela del territorio e che hanno operato per decenni a stimolare le riottose amministrazioni della vallata a costruire una Ciclopista del Brenta (portando migliaia di ciclisti con le loro famiglie in vallata in 16 giornate annuali dedicate) debbano oggi contrastare un progettualità generale finalmente finanziata ma i cui piani operativi sono distruttivi di ambienti naturali unici; 6. La particolare conformazione della valle e la frammentazione dei piccoli comuni imporrebbe che vi fosse una visione d’insieme del progetto generale che invece dimostra le connessioni fra singole comunità assolutamente contraddittorie, ad esempio: l’entrata in Bassano non è dalla destra Brenta come da sempre auspicato ma impatta dopo Pove in un reticolo di strade di difficile percorribilità; 7. Chi ha realizzato ciclopiste da decenni come le Province di TN e BZ sa il tipo di utente e che tipi di biciclette vengono usate, che evoluzione hanno queste infrastrutture: il progetto presentato è connotato da elementi di forte pericolosità per la salute dei pedoni (oggi prevalenti fruitori del sentiero del Brenta) ed è immaginabile sarà per questo disertato dai flussi di cicloturisti che sceglieranno altri percorsi - sarà una cattedrale nel deserto con spesa rilevante a carico della comunità e inutilità sociale, dopo aver distrutto un territorio da salvaguardare; 8. Oggi il sentiero, se verrà danneggiato dalle “Brentane “(termine che in Veneto identifica tutte le piene rovinose dei fiumi) che la storia insegna come cicliche, sarà facilmente e con poco riparabile. Domani una ciclopista costruita in alveo costerà di manutenzione cifre importanti alle popolazioni rivierasche; 9. Dove è la fascia di rispetto fluviale in questo progetto? Riaffermazione del principio della distanza minima di delle nuove edificazioni da tutti i corsi d’acqua: con l'introduzione della Legge Galli (L. del 5 gennaio 1994 n. 36 art. 1, oggi trasfuso nell’art. 144 del D.lgs. 3 aprile 2006 n. 152) tutti i corsi d'acqua sono diventati pubblici e dunque il regime vincolistico più restrittivo che prevede una distanza di 10 metri per le nuove costruzioni viene esteso addirittura al reticolo idrico minore (canali di bonifica ed irrigazione). http://www.consiglioveneto.it/crvportal/leggi/1985/85lr0061.html. Inoltre il Piano dell’assetto idraulico del bacino del Brenta ( PAI ) è in contrasto con questo tipo di progetto https://www.regione.veneto.it/web/ambiente-e-territorio/pianificazione-bacino ; 10. Esistono esempi di male opere in alveo del Brenta (arginature con opere ciclopiche) che ne hanno aumentato la velocità specie in regime di piene pericolose: un fiume non è possibile venga irreggimentato da pratiche ingegneristiche; prima o poi la Natura presenterà un conto salatissimo. Domandiamoci anche quanto le opere a monte lungo il Brenta possano aver contribuito ad un rapido danneggiamento, in pochi anni, del Ponte Vecchio; Non è vero che se cambia il tracciato mancherà la conformità URBANISTICA che ha permesso la attribuzione dell’opera a questi territori ( si può discutere in Regione questo aspetto), compatibilità urbanistica significa in primis non danneggiare l’esistente con un risultato finale devastante;   Bassano del Grappa, 23 novembre 2016

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