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16-03-2017

Il Museo Campano di Capua e Sant’Angelo in Formis dalla Lista Rossa al Tg3

Sabato 11 marzo, su indicazione di Italia Nostra, il Tg3 nazionale ha documentato la paradossale situazione in cui si trovano il Museo Provinciale di Capua e la Chiesa di Sant’Angelo in Formis. Il servizio si trova nella home page del sito di Italia Nostra o sul sito del TG3  

Edificata tra il 1057 e il 1087 sulle vestigia di un più antico edificio, eretto dai Longobardi al loro santo protettore, l’Arcangelo Michele (VI o VII sec. d. C.) sui resti di un tempio dedicato a Diana, Sant’Angelo in Formis è considerata una delle chiese medievali dove meglio è conservato il preciso programma iconografico costituito dalla successione ordinata delle pitture parietali che restituisce nel suo insieme una Bibbia per immagini, nel solco della tradizione bizantina. Dal giugno 2008 una vistosa puntellatura sostiene le arcate tra la navata centrale e quella laterale destra della basilica, che si trova a quattro chilometri da Capua, nel piccolo centro il cui nome deriva dalla basilica stessa. A questa, nell’ottobre 2009, si è aggiunta una successiva puntellatura alle capriate della navata centrale, che resta in opera a tutt’oggi (28/2/2011). La loro presenza e persistenza fanno temere gravi problemi statici legati all’instabilità geologica del sottosuolo: uno scivolamento tra le due falde (argillosa e rocciosa) sottostanti la chiesa potrebbe, infatti, provocare il cedimento delle fondazioni, compromettendo lo stesso stato di conservazione del ciclo di affreschi, ancorché monitorato. Italia Nostra, estremamente preoccupata per lo stato di conservazione della Basilica, ha denunciato da subito la grave situazione e ritiene non più rinviabile un’approfondita indagine sul reale stato di dissesto delle fondazioni e sulle cause che determinano il quadro fessurativo che interessa gli affreschi, al fine di approntare una corretta progettazione degli interventi non più rinviabili, necessari a garantire la tutela di un monumento di così elevato interesse storico artistico.

Storia diversa, ma destino simile per il Museo Provinciale di Capua. Inaugurato e riaperto ai visitatori il 28 marzo 2012, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo un eccellente intervento e diversi lavori di rimodernamento e riqualificazione funzionale, il Museo, rischia oggi di chiudere per gravi problemi gestionali e mancanza di personale. Noto anche come Museo Campano e definito dal grande archeologo Amedeo Maiuri “il monumento più insigne della civiltà italica in Italia”, conserva la più importante collezione mondiale di Matres Matutae, dette anche Madri di Capua, provenienti dall’antica Capua e il più grande lapidarium dell’Italia meridionale.

Aperto al pubblico il 31 maggio 1874, con sede nel centro storico di Capua nel quattrocentesco Palazzo Antignano, gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale, fu riaperto nel 1956 con la risistemazione in due reparti: Archeologico e Medioevale in 32 sale di esposizione, tre cortili e un ampio giardino, a cui fu aggiunta la biblioteca di Terra di Lavoro nella quale sono custoditi 70.000 volumi. Di proprietà della provincia di Caserta, sta subendo un rapido declino per la totale mancanza di governance. Infatti con l’abolizione delle province per questo museo, come per tutte le altre strutture culturali provinciali, la situazione amministrativo-gestionale è poco chiara ed estremamente problematica: ad esempio il museo non è inserito né nel Polo Museale della Campania (MIBACT) né nel Polo museale di Terra di Lavoro (Regione Campania). Su www.change.org è stata lanciata da pochi giorni una pubblica petizione per salvarlo dal declino. Il museo ha oggi solo 6 dipendenti, che devono occuparsi della cura delle sale, della sicurezza e di accogliere e accompagnare i visitatori, a fronte dei 28 che aveva in passato, nonostante che la provincia di Caserta aderisca alla Carta dei musei, con l’obbligo di avere all’interno figure professionale quali lo storico dell’arte e l’archeologo.
Dopo un periodo in cui al Museo Campano mancava persino un Direttore, da poco tempo la provincia ne ha nominato uno: un ingegnere che si occupa di viabilità ed ecologia; ovviamente, tale nomina ha suscitato non poche polemiche.

Il costo annuale del Museo tra manutenzione e utenze ammonta a 150mila euro, soldi che la Provincia non è in grado di anticipare per poi riceverli dalla Regione: gli introiti dei biglietti e degli eventi annualmente sfiorano i 6mila euro. Il Museo Campano con il suo ricchissimo archivio, la biblioteca, le numerose raccolte si presenta naturalmente come un soggetto proponente, uno spazio di ricerca, non solo un mero custode di oggetti antichi, ma un servizio al territorio. Non può essere rilegato a una semplice questione di centro di costo.

La sezione di Caserta “Antonella Franzese” ha già segnalato nella Lista Rossa la grave situazione di stallo in cui versa il Museo, sottolineando che attualmente non esistono strategie di valorizzazione e di programmazione culturale che possano rilanciare la struttura museale.
Recentemente – gennaio 2017 – anche SKY TG24 si è occupata della vicenda denunciando il rischio di chiusura. Questa consapevolezza è alla base della mobilitazione di associazioni e semplici cittadini, ma non sembra trovare ascolto presso le istituzioni (il comune di Capua, quello che resta dell’Ente provincia di Caserta, la Regione Campania, il Mibact) che a diverso titolo e in maniera sussidiaria hanno il dovere di prendersi cura del patrimonio culturale della nazione.

Da ciò la proposta di una petizione sulla piattaforma informatica www.change.org Salviamo il Museo Campano di Capua a cui chiediamo di aderire convintamente.

Maria Rosaria Iacono, Nadia Marra
Sezione “Antonella Franzese” di Caserta

 

Italia Nostra Onlus