il nostro bollettino n. 432
Per me scrivere su Palermo è un ritorno ad antiche memorie. Nel 1964 giovane giornalista, inviato dal “Giorno”, pubblicai sull’argomento un’inchiesta. Avevo seguito a lungo prima per “L’Espresso”, poi per “Il Giorno” la Guerra d’Algeria. Ero diventato uno specialista in guerre rivoluzionarie. Tra il Sud America, l’Estremo e Medio Oriente avevo messo le mani su infinite nefandezze.
In Sicilia mi scontrai subito con la segretezza dello stile mafioso. Mi spiego: chiacchierando in Algeria, con qualche giovane ufficiale dei paracadutisti francesi non era difficile – magari dopo aver bevuto qualcosa insieme – apprendere che tra le truppe di “élite” (il “ferro della lancia” nel gergo francese) c’erano , ufficiali pronti ad assassinare De Gaulle. Per “difendere l’Algeria francese” naturalmente.
In Sicilia invece niente informazioni. “La mafia non esiste” mi dicevano, oppure “la mafia vera sta a Roma”. Anche polizia e carabinieri navigavano al buio. A Corleone, paese di Luciano Liggio (e poi di Totò Riina e di Provenzano) nel 1963 sparì il Presidente della Coltivatori Diretti, Listì, nemico appunto di Liggio. I carabinieri chiesero notizie. “Sta sul continente”, gli dissero. Capirono che era morto quando videro i parenti di Listì, all’improvviso, a lutto. Ma nessuno di loro tuttavia denunciò mai nulla.
Il 1964: la vecchia “Onorata Società” con i suoi arcaici riti d’iniziazione, con i suoi codici di comportamento feroci ma di qualche ancestrale nobiltà, cedeva il posto a nuovi “boss” avidi di denaro. Il “miracolo economico” cambiava tante cose in Italia, anche la mentalità mafiosa. “Il killer del ’64 uccide per comprarsi il frigorifero” scrivevo con il linguaggio della stampa popolare inglese, allora per “Il Giorno” un modello. “La nuova mafia”, spiegavo, “ha trovato uno dei suoi campi di attività più proficui nell’edilizia. Alcuni dei più celebri imprenditori edili di oggi, i La Barbera, i Greco, i Namio, i De Maria, i Di Trapani sono mafiosi”. “La mafia del cemento”, aggiungevo, “è nata da pochi anni dall’incapacità del Comune di Palermo di tutelare gli interessi pubblici. Palermo è stata abbandonata al saccheggio di bande di speculatori mafiosi”. Questo quadro era allora – posso dire con qualche fierezza – esatto. I grandi affari erano nelle opere pubbliche e nell’edilizia. Di qui le devastazioni che lamentavamo. Le droghe erano molto meno importanti di oggi.
La piccola soddisfazione d’aver visto giusto non impedisce che io abbia nello scrivere il cuore grosso. Quarantaquattro anni dopo la mafia sta sempre lì, una montagna malefica e misteriosa, al centro della società siciliana. A Italia Nostra di Palermo e al suo Presidente Piero Longo, e a tutti gli altri autori di questo dossier, va la nostra riconoscenza per il coraggio e la chiarezza con cui hanno affrontato questo difficile e pericoloso argomento.


