il nostro bollettino n. 432
"La fine d’un incanto"
di Dacia Maraini
Certo la Sicilia del ‘700, pur nelle sue povertà e deliri, ha una forza che tutt’ora permea di sé l’isola degli aranci e dei bergamotti. Non riesco a pensare alla Sicilia di oggi senza che, come cancellata dalla scolorina, veda evaporare tutte le brutture aggiunte negli anni del dopoguerra, nei terribili e abusivi anni ’50 e ’60, quando ogni lembo di terra, ogni spiaggia, ogni angolo è stato coperto dal cemento. Sotto i ghirigori di una Sicilia moderna dall’architettura priva di respiro, segnata pesantemente dall’abusivismo e dall’anarchia compositiva, trovano riparo, alcuni resti meravigliosi che qualche rara buona amministrazione ha sottratto all’oblio e all’abbandono.
Il ritorno a Bagheria, piccola città della mia adolescenza desiderante, è un’abitudine amorosa ma anche ogni volta una delusione cocente. Vado a rivedere villa Palagonia e mi pare di scorgere di lontano la snella figura di Goethe in cappello a tre punte e scarpette lucide. Penso con rimpianto a quello che dovevano vedere i suoi occhi. Eppure Goethe non approvò quei mostri di pietra che costellano le mura del giardino di villa Palagonia. Lui era per la bellezza classica. Non sopportava i contorcimenti pietrosi, la mescolanza di membra umane e animali delle statue che noi ammiriamo.
Ma le sue scarpe leggere non si fermavano tanto facilmente. La sua inquietudine lo portava a spasso per strade campagnole, in cerca dei segni di un lontano e prezioso passato. Con passo lento si incamminava per via Butera, allora una strada di terra piena di buche su cui a stento arrancava qualche carrozza elegante, per raggiungere le case di villeggiatura dei nobili siciliani. Ma cosa scorgevano gli occhi appuntiti del giovane coltissimo poeta, sceso dalla fredda Germania a godere del sole isolano? Parchi in cui ci si perdeva, abitati da daini e lepri, alberi carichi di arance, statue eleganti, scalinate a ventaglio, teorie di finestre, vere e false, da cui sporgevano giovinette sensuali dipinte come fossero vere. Vedeva i venditori ambulanti di ceci e di fave, vedeva i pescatori provenienti da Porticello o da Santa Flavia, che correvano con i loro carretti tirati da cavallini arabi dal pennacchio in testa, per portare a Palermo il pesce fresco. Certo, vedeva anche le baracche fatiscenti dei contadini, ma non era la povertà a commuoverlo, quanto la meravigliosa capacità creativa di un popolo complicato nei sentimenti ma determinato nel lasciare tracce grandiose di sé.
È un bene che quegli occhi oggi siano chiusi. Non sarebbero contenti di osservare lo scempio che è stato compiuto da coloro che sono venuti dopo. Le coste devastate, la proprietà pubblica derubata, gli alberi tagliati, la gente tenuta in scacco da una potente organizzazione criminale che ai suoi tempi non esisteva.
Qualcun altro apre gli occhi adesso, e pur provando disagio non protesta, perché non sa quello che hanno visto a suo tempo, non solo gli occhi liquidi di un grande poeta tedesco, ma neanche gli occhi ingenui di una giovane aspirante scrittrice degli anni ’50 che ha avuto per lo meno un sentore dell’integrità di quelle terre. Ma gli occhi che osservano in questi giorni il panorama cittadino cosa scorgono? Angustia, costrizione, un senso di soffocamento da strutture che chiudono l’orizzonte, la negazione di ogni possibilità di contemplazione, l’incapacità di respirare il mare vicino, ridotto a una pattumiera.
Non sanno e perciò non possono giudicare. Si accontentano di quei pezzi di villa che sono rimasti in piedi, privati quasi del tutto dei loro parchi – ma cos’è una villa barocca senza il suo parco? - infossati in mezzo a informi palazzi moderni, costruiti secondo criteri variabili e privi di organicità.
I miei occhi hanno conservato, stampate nella retina, le immagini indimenticabili dell’integrità di quelle coste, di quelle campagne, di quelle ville, di quei giardini. La bandiera del progresso è servita a trascinare molta gente in buona fede, il mito dello sviluppo ha chiuso la bocca a chi voleva pronunciare un discorso di buon senso.
Mi chiedo se le parole possano, anche perdendo il novanta per cento del corpo originale, ridare qualche pezzetto di quel passato in cui la bellezza era vittoriosa. Possibile che lo sviluppo debba accoppiarsi alla bruttezza? La bruttezza non è un fatto solo estetico: riguarda il nostro rapporto col mondo, che viene sconciato dalla bruttezza, perché la bruttezza comporta disprezzo verso gli altri e mancanza di stima di sé. Bruttezza vuol dire scarso interesse per la vita interiore degli esseri umani, vuol dire brutalità verso la natura, vuol dire perdita di ogni armonia visiva, intellettuale e quindi anche spirituale.
Di questo mi dolgo: di non sapere dire con parole abbastanza incisive quello che è rimasto nelle mie iridi: la memoria della bellezza come respiro del tempo e della gioia di vivere.


