il nostro bollettino n. 432
"Palermo al bivio"
di Piero Longo
Presidente della Sezione di Palermo di Italia Nostra
L’Ercole al Bivio, tra il vizio e la virtù, avrebbe alluso certamente alle tensioni di quel momento. A Palermo, nel 1805, si confaceva meglio l’attesa. Dopo circa duecento anni, Palermo attende ancora: la città è sempre al bivio. Bisogna stabilire finalmente quale via debbano seguire gli amministratori che, tra vizi e virtù, sopportano ancora oggi le macerie del secondo conflitto mondiale tra i fastosi edifici che si sono salvati nel contesto di una città degradata che presenta tutti i difetti delle megalopoli senza offrire agli abitanti nulla di quegli aspetti positivi, in termini di vivibilità e di organizzazione del territorio, che rispondano ai bisogni della società civile.
Palermo è oggi una città incompiuta, un caotico agglomerato urbano che ha invaso l’intero territorio della ex Conca d’oro accerchiando l’antico centro storico e inglobando indiscriminatamente suburbio, giardini, campagna e le quaranta borgate le cui trazzere di collegamento sono divenute strade dal traffico incontenibile.
Il risultato di un’espansione tante volte pianificata da piani urbanistici mai condotti a termine, è dunque un assemblaggio disorganico che non solo non è divenuto città policentrica ma che non ha neppure un rapporto di continuità con quel centro storico che funge da “ingombrante” spartitraffico per l’attraversamento del territorio comunale.
Incultura, interessi privati e mafia hanno avuto un ruolo determinante perché al disastro bellico si aggiungesse tale disastro urbanistico che ignora i più elementari principi del vivere urbano e i diritti dei cittadini.
Si tratta dunque di ripensare all’uso del centro storico e al suo rapporto con le periferie, rapporto pressoché lasciato al caso, e chiarire verso quale progetto di vivibilità la città voglia indirizzarsi per la sua riorganizzazione urbanistica. Scaduto, infatti, il Piano Particolareggiato Esecutivo, bisogna pensare alle necessarie varianti che però potrebbero vanificare quella positiva cultura di cui quel piano era portatore e che, pur tra incongruenze e difficoltà esecutive, aveva dato l’avvio al risanamento e al recupero filologico di alcuni contesti monumentali, lasciando però irrisolta la questione del rapporto tra l’ex città murata e la sua caotica espansione. Non si tratta dunque di creare nuove isole pedonali o posteggi nelle piazze e lungo i marciapiedi, come si continua a fare, o di ricorrere all’alternanza delle targhe automobilistiche e alla chiusura al traffico privato nei giorni festivi, ma di riconsiderare la grande Palermo e cioè il centro storico e le periferie, intervenendo con un piano che colleghi attraverso i servizi pubblici e i percorsi alternativi tutti i quartieri e le zone della città affinché viabilità e vivibilità raggiungano un livello adeguato e sostenibile. Si tratta dunque di tener conto della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini in armonia con le attività economiche, commerciali e turistico alberghiere, ma soprattutto di rispettare la monumentalità del centro storico ridotto appunto a spartitraffico e posteggio di un unico grande mercato che continua, senza averne la cultura e la tradizione, gli storici souk della Vucciria, del Capo e di Ballarò. La carenza dei mezzi pubblici, la caotica circolazione delle vetture private, lo stesso inquinamento sembrano una necessaria risorsa sia per gli introiti dei parcheggi regolamentati e di quelli organizzati dai posteggiatori abusivi, sia per le possibilità che si offrono alle ditte appaltatrici quando la manutenzione diventa un dispendioso intervento di “restauro”. Si pensi ai “Quattro Canti” già deturpati dal nuovo smog dopo il recente restauro. La sezione palermitana di Italia Nostra ha ribadito questi problemi e ha suggerito alcune soluzioni intervenendo anche nei pubblici dibattiti che hanno coinvolto la stampa locale. La sola risposta degli uffici competenti del Comune è stata la vaga promessa di una “eventuale chiusura al traffico automobilistico nel centro storico dopo la realizzazione di nuovi parcheggi”. E’ evidente che esiste uno squilibrio tra la cultura dei palermitani e quella della classe dirigente che rispecchia l’inevitabile conflitto di chi non sa o non vuole trovare soluzioni poiché, sacralizzato il business, ogni altro valore è divenuto secondario di fronte agli interessi del consumismo e dell’affarismo.
Urge dunque che la città torni ad essere la casa dell’uomo e non un ammasso di asfalto, macchine e cemento armato con qualche emergenza architettonica salvata per il “business” e non per il suo valore storico e culturale.
“Palermo è un libro aperto” dicono le guide turistiche che vantano le stratificazioni storiche, artistiche e architettoniche che vi si conservano, ma non aggiungono che si tratta di un libro squinternato e roso dalle tarme, un libro strappato dalla mafia che usa le stesse opere d’arte come merce di scambio. La scomparsa della famosa “Natività” del Caravaggio dall’Oratorio serpottiano di San Francesco è solo l’episodio più eclatante della più vasta e continuata depredazione che la città ha sopportato.
Quando parliamo della sua riqualificazione urbanistica, intendiamo anche la sua rinascita etica e sociale. Non ci riferiamo né alla Palermo floreale, né tanto meno alla “città felice” mitizzata in passato, ma a quella Palermo che ancora non esiste e che dobbiamo “costruire” con la volontà operativa di restituirla al suo ruolo di città vivibile.


