il nostro bollettino n. 436
ll male oscuro dei trasporti
di Maria Rosa Vittadini
È un momento malinconico per quelli che si occupano di pianificazione del territorio e di infrastrutture: stanno naufragando, grazie ad un’inedita convergenza di maggioranza e opposizione, le pur modeste speranze di migliorare alcuni inefficaci strumenti di governo dei trasporti e di correggere almeno le più recenti storture intese a rinunciare tout court a qualunque regolamentazione.
Avevamo sperato che la Legge obiettivo sulle opere strategiche, con tutta la sua bulimia e inefficacia, sarebbe stata rimossa dal Governo Prodi in nome di una sensata ripresa del Piano generale dei trasporti e della logistica (PGTL), almeno per attuare le riforme che nel PGTL erano solo enunciate: introdurre regole di concorrenza, avviare un sistema di programmazione, nel quale le scarse risorse dei diversi soggetti istituzionali raggiungano risultati valutabili dal punto di vista socio-economico ed ambientale. Insomma un piano capace di armonizzare l’interesse delle comunità locali e quello del Paese nel suo complesso e soprattutto di rompere la struttura monopolistica dei costruttori e gestori di infrastrutture ai quali l’Italia, non da ora, ha delegato la visione strategica e la programmazione degli interventi.
Con il risultato che ciascuno di essi mira al rafforzamento del proprio potere non tanto come conquista di settori di domanda, che sarebbe anche positivo, ma per accaparrarsi risorse pubbliche da spendere a fini aziendali, il che spesso non coincide con l’interesse pubblico.
Questo avrebbe consentito di sfrondare l’accozzaglia di promesse infrastrutturali della Legge obiettivo e di riportare la spesa ad un disegno strategico di interesse nazionale, ad un riconosciuto ordine di priorità, ad una motivazione circa l’uso delle risorse territoriali, ambientali e finanziarie.
Risorse, è bene ricordarlo, già ora palesemente scarse e decrescenti.
Non è successo.
L’immane macchina di interessi messa in moto dalla Legge obiettivo ha prevalso; il Governo Prodi e per suo conto il Ministro delle infrastrutture si sono esibiti in una difesa della Legge Obiettivo e delle sue scorciatoie procedurali, nonostante l’impossibilità di attuare gli investimenti promessi e le evidenti difficoltà originate da progetti affrettati.
Progetti di dubbia utilità, estranei e indifferenti non solo ai paesaggi dei territori interessati, ma anche alle loro aspirazioni sociali e potenzialità economiche.
Dunque progetti difficili da realizzare, causa di dissensi e contestazioni, sottostimati dal punto di vista dei costi e sovrastimati dal punto di vista dei benefici.
Oggi il nuovo Governo Berlusconi si trova in una scomoda posizione. Il tempo delle promesse facili, da concedere attraverso svelte sedute del CIPE sembra finito. Anche perchè ben poco resta ancora da promettere. Neppure il ponte di Messina ridà al Governo l’antico smalto.
Delle realizzazioni, come era del tutto prevedibile non ci sono risorse sufficienti. E non ci sono le condizioni.
Ad esempio l’abolizione dell’ICI, una delle maggiori fonti di reddito per i comuni, costringe il Governo ad un trasferimento di risorse dalle casse dello Stato ai comuni per compensare in parte il mancato gettito. Il provvedimento ha dato luogo ad un ampio rastrellamento di fondi di ogni tipo, compresi in buona misura quelli destinati a viabilità, lavori pubblici e trasporti. Assistiamo impotenti ad un fiorire impressionante di iniziative tutte all’insegna del “fare per fare” affidato agli interessi del fare. Due esempi bastano a giustificare la malinconia di chi ancora crede nella necessità di programmare: il decreto di revisione delle tariffe autostradali e la Legge obiettivo della Regione Lombardia.
Il decreto che regola le tariffe autostradali approvato qualche giorno fa dalla Camera modifica la precedente formula del Price cap e annulla l’obbligo, per le società concessionarie, di sottoporre gli adeguamenti tariffari al CIPE e ai suoi organi di controllo (NARS). Il Price cap era la formula complessa e flessibile con la quale si era cercato di redistribuire anche a vantaggio degli utenti i sovraprofitti delle concessionarie. Il nuovo decreto cancella d’un colpo tutto questo: gli incrementi saranno automatici, non dovranno più sottostare né al CIPE né ad alcun organo di controllo, avranno valore per tutta la durata della concessione e aumenteranno le tariffe in misura pari al 70% dell’inflazione reale (non quella programmata).
Le nuove regole, dapprima previste solo nella convenzione tra Stato e Autostrade per l’Italia sono state estese dal decreto prima ricordato a tutte le concessionarie: un enorme e indebito regalo che ne rafforza il potere monopolistico, con danno dei contribuenti e nessun vantaggio per l’amministrazione.
E in più con il drammatico riformarsi del famigerato “partito dell’inflazione” sollecitato dall’automatica connessione tra livelli di inflazione e livelli tariffari.
Non meno preoccupante la Legge obiettivo approvata dalla Regione Lombardia. Servirebbe a semplificare le procedure delle opere statali sul territorio regionale. La Regione cercherà di concertare con i Ministeri intese di co-amministrazione.
Ma se non fossero possibili e si verificassero ritardi, soprattutto in sede CIPE, la Regione potrà intervenire per autorizzare le opere considerate strategiche. Già formulata così la legge mostra un’incerta costituzionalità. Ma il vero fattore devastante è l’articolo che prevede che le concessioni abbiano ad oggetto non solo la realizzazione e gestione delle infrastrutture, ma anche la valorizzazione della fascia di territorio prossima, al fine di “ottenere maggiori introiti”.
La questione è complessa. L’appropriazione pubblica delle rendite generate dalla realizzazione di una infrastruttura pubblica è desiderabile. Ma nella formulazione della legge lombarda le condizioni sono opposte: si favorisce speculazione edilizia e relativa rendita per generare risorse per realizzare infrastrutture anch’esse determinate dagli interessi dei realizzatori e gestori. In tal modo si aggiunge allo sconsiderato uso del territorio per far cassa diffuso nella pratica delle amministrazioni comunali, un nuovo fattore di spreco e di degrado dovuto all’appropriazione privata di risorse pubbliche, per di più sottratto anche alle più elementari regole di pianificazione territoriale.
Non sembra il caso di attendere oltre per passare dalla malinconia all’indignazione e da qui ad una costruttiva ricerca di alleanze per frenare una tale deriva.




