il nostro bollettino n. 436
Faremo la fine dell’Isola di Pasqua
di Antonio Tamburrino
Le profonde trasformazioni ambientali che stanno mutando l’Italia evocano il destino dell’isola di Pasqua. La natura aveva creato un rigoglioso ecosistema; gli uomini si erano poi impegnati a degradarlo, fino a rendere impossibile la loro stessa sopravvivenza. Restano ora, a risultato e a testimonianza dell’umana follia, i loro giganteschi, rozzi ed inutili totem.
La realizzazione di grandi opere è un’ardente e duratura passione che, come raramente avviene, riesce ad accomunare la maggioranza della nostra classe politica. In particolare, l’attuale Governo si sta laboriosamente dedicando alle infrastrutture di trasporto. La lista dei cantieri da aprire subito è nutrita. Ci sono progetti annosi che non è stato possibile finora cantierare per le loro forti criticità, dal mitico Ponte sullo Stretto alla TAV in Val di Susa; su di essi il Governo ora non intende più pazientare. E ci sono progetti nuovi di zecca. Nella Padania lombardo-veneta c’è un programma integrato di strade ed autostrade, immaginato in maniera tale che, alla fine, il territorio risulterà geometrizzato come una scacchiera, senza più intoppi di naturalità. Sarà un modello a cui le regioni meno sviluppate dovranno adeguarsi. C’è poi il progetto, anch’esso concettualmente innovativo, del “corridoio multimodale”, da sperimentare subito per il collegamento Roma-Latina; l’innovazione sta nel fatto che per “multimodalità” non si intende più la complementarietà di diverse modalità di trasporto, ma l’affiancamento di una strada statale a doppia corsia e di un’autostrada a tre corsie. Insomma, gomma su gomma! Se il sistema funziona ci sarà da lavorare per anni per modernizzare il resto d’Italia. Un altro progetto progressista è quello che permetterà ai SUV di arrivare in cima alle vette innevate. Lo si sperimenterà subito a Cortina, con la grande circonvallazione stradale. Ma è nel campo delle infrastrutture energetiche che il Governo guarda davvero avanti: degassificatori e centrali nucleari a go-go. E l’Italia sarà il Paese delle nuove energie!
Però, tutte queste grandi opere non avranno un impatto ambientale devastante? E non comporteranno dolorose lacerazioni del tessuto sociale? La classe politica non se ne preoccupa più di tanto: questo è il prezzo che si deve pagare per agganciare l’Europa.
Ma è proprio vero che i Paesi più avanzati sono tutto un cantiere? Nel 1972 il “Club di Roma” pubblicò il rapporto su “I limiti dello sviluppo”, per delineare il futuro del pianeta. Ne emergeva una visione scientifica dell’apocalisse. Nel giro di pochi decenni, le materie prime avrebbero cominciato ad esaurirsi; l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo avrebbe raggiunto limiti intollerabili; l’esplosione demografica sarebbe stata il detonatore finale di una crisi planetaria.
A distanza di quasi 40 anni, come è andata a finire?
Nell’ultimo decennio l’aumento della ricchezza mondiale ha raggiunto valori record, arrivando a superare il tasso del 5% annuo. Oggi, anche se ci sono ancora grandi sacche di povertà, il reddito pro-capite dell’umanità ha superato i 10.000 $ all’anno.
L’istruzione e la sanità, salvo persistenti e vaste eccezioni, hanno fatto un balzo formidabile in tutto il mondo. La deforestazione si è arrestata, anzi c’è addirittura qualche segnale di inversione.
Certamente ci sono tanti altri e tanti nuovi problemi. Ma è certo che l’apocalisse non si è abbattuta sul mondo. Anzi, oggi c’è qualche fondata speranza in un futuro migliore. In estrema sintesi, questo è il senso del rapporto, in via di pubblicazione, elaborato dal gruppo del “Millennium Project” delle Nazioni Unite.
Che cosa è successo per provocare un cambiamento radicale di rotta?




