Associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione
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il nostro bollettino n. 444

Attenti a non distruggere
Archeologia urbana
di Giovanni Losavio
risposta al Prof. Jacopo Ortalli

Caro Professore,
l’archeologia urbana apre questioni molto complesse. Così come nel caso da Lei citato della salvaguardia, a Modena, dei resti delle mura della città romana scoperti casualmente (nel sondaggio di verifica in funzione di un pubblico parcheggio) nel sottosuolo della piazza che si apre davanti al seicentesco palazzo di corte estense. Si tratta infatti di un reperto certamente importantissimo ma inamovibile, non apprezzabile dal livello della piazza e se ne sia obbiettivamente giustificata (esauriti gli studi) la messa in mostra anche a un pubblico non specialista, deve allora esser fatto oggetto di un apposito museo sotterraneo ricavato nel suo intorno. Quello che a me pare del tutto incompatibile con qualsiasi ipotesi di tutela è l’accostamento delle mura del II secolo a.C. ad una pubblica autorimessa multipiano. E dunque chi è chiamato ad esercitare la tutela archeologica penso che debba subito proclamare che nel sito di un ritrovamento di quella entità non può starci un parcheggio, né le mura possono essere degradate ad arredo dell’autorimessa. E neppure so intendere una tutela esercitata per separati settori di competenza burocratica, come se un luogo quale la piazza del seicentesco palazzo estense, fatta dello spazio aperto in superficie e delle sue fondazioni che affondano appunto nella colonia romana, non sia un tutt’uno, un unico bene culturale che esige una considerazione rigorosamente unitaria. Perché l’interesse storico di questo spazio pubblico è dato dall’essere l’avancorte del palazzo, fondata sui resti della città romana; e in ogni caso svuotare le fondamenta della piazza per ricavarne un’autorimessa costituisce un uso non compatibile con il suo carattere storico, per usare le parole stesse dell’art. 20 del Codice dei beni culturali. E poiché era ben noto che la piazza coprisse i resti della città romana, la preclusione al parcheggio doveva a rigore essere dichiarata anche prima di ogni sondaggio. Così come doveva subito essere proclamata per il megaparcheggio dentro il Pincio a Roma. A proposito poi dei modi di tutela definitiva, se così si può dire, dei siti archeologici, le soluzioni che si conoscono sono assai discutibili, come la ridicola trincea scavata nella via Emilia in centro a Reggio Emilia per mettere in non facile mostra i resti dell’antico lastricato stradale o come le fastidiose lacune nella continuità degli spazi pubblici a Verona, con disinvolta noncuranza verso il consolidato assetto storico della città, per l’artificiosa riemersione dei segni che i secoli, quando non i millenni, hanno sepolto. O altre soluzioni nel sottosuolo di edifici religiosi, nella tenace ricerca delle tracce delle preesistenze, come l’ampio scavo sotto la chiesa dei santi Giovanni e Reparata a Lucca che è costata la distruzione dell’autentico pavimento dell’aula, con profusione di strutture in cemento armato; o come l’analoga e più recente esplorazione sotto il San Lorenzo di Aosta con esibizione, anche qui, di complesse opere cementizie. E certamente deturpante nell’assetto storico della piazza Sordello a Mantova sarebbe la teca che si vuol progettare per render visibile quel che rimane della domus romana fortuitamente scoperta nel sottosuolo. Forse che al riguardo dell’archeologia urbana, a differenza della tutela di beni di diversa natura, l’impianto concettuale sia meno solido e forse condizionato da una riconoscibile chiusura settoriale? E allora converrebbe ad Italia Nostra aprire una franca discussione al riguardo.


 
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