Associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione
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il nostro bollettino n. 444

Progettare la memoria
L’archeologia nella città contemporanea
di Cinzia Dal Maso
Archeologa, giornalista

Che fare, se dalle viscere di piazza Sordello a Mantova spunta un’antica villa romana? Si deturpa una piazza trecentesca per mostrare l’unico resto della città di Virgilio? Si sceglie il medioevo o la romanità? E che fare di fronte alla scoperta delle antiche mura cittadine, greche a Siracusa o romane a Modena? O quando l’edilizia moderna, le metropolitane o i parcheggi si scontrano con resti importanti del passato? Quando Roma e Napoli vogliono una sempre tardiva metropolitana, e Firenze il tram? Come gestire, in breve, l’inevitabile scontro tra passato e modernità?
Viviamo in un mondo multiculturale, e non solo perché nelle nostre città convivono genti da ogni luogo del pianeta. La multiculturalità non si misura solo nello spazio ma anche nel tempo, e da sempre noi conviviamo con le tracce lasciate da chi ci ha preceduto sullo stesso suolo. Anche inconsciamente, ne respiriamo l’aria. I nostri paesaggi, soprattutto i paesaggi urbani, rivelano un accumulo millenario di pietre su pietre, e un’attenzione persistente a far coesistere le epoche passate rimodellandole di continuo. Persino quel che distruggiamo non svanisce del tutto ma lascia inevitabilmente indizi nel sottosuolo. Noi siamo intrinsecamente multiculturali. Da sempre.
Mai prima d’ora, però, siamo intervenuti sul paesaggio in forme così aggressive e distruttive, e mai prima d’ora siamo stati così consapevoli di tali distruzioni. Perché solo oggi abbiamo a disposizione strumenti di ricerca così accurati da poter identificare e studiare anche le tracce più labili del nostro passato. Oggi, se opportunamente interrogata, ogni minima zolla di terra “parla”, racconta una storia antica. Dunque ogni volta che colpiamo la terra, in qualsiasi luogo, rischiamo di vanificare tracce di storia. E anche quando indaghiamo tali tracce a dovere, necessariamente le distruggiamo o ne distruggiamo una parte. Lo scavo, ogni scavo, è distruttivo per definizione. È questa una delle contraddizioni più profonde del nostro tempo: più scaviamo e sveliamo la storia, e più rischiamo dispersioni e distruzioni. Ogni scoperta, se non integrata in un’ampia riflessione sul valore del passato, è anche fonte di oblio.
Capita così che ogni progetto edilizio moderno, se da un lato offre una grande occasione d’indagine del sottosuolo e importanti scoperte, dall’altro ci induce a interrogarci su cosa privilegiare: la modernità in costruzione o l’antico emergente? Non possiamo rinunciare a vivere nel XXI secolo, ma ci risulta difficile cancellare la storia. Ci pare quasi di non essere autorizzati a intervenire in modo così drastico sulla memoria. Quando poi ci capita di scoprire molti strati di storia accumulatisi sotto i nostri piedi, ci troviamo di fronte a una scelta ancor più difficile: quale passato conservare, quando possibile, e quale distruggere? È una scelta di valore che forse non vorremmo mai fare ma vi siamo costretti. E in ambienti urbani dove l’uomo ha vissuto con continuità per millenni, la scelta di un passato a scapito di altri si rivela particolarmente complessa e dolorosa. Quali principi seguire nell’operare tali scelte? È possibile trovare soluzioni che consentano di salvare ricordi di ogni epoca passata, di rendere palpabile il fluire cronologico del tempo, nonostante le necessarie scelte urbanistiche? È possibile stabilire delle linee guida, indicazioni di massima su come operare?
Fino a oggi non ci si è quasi mai posti il problema di quale passato conservare. Si scavava alla ricerca del “classico” e per trovarlo si distruggeva tutto il resto. Gli scavi degli anni Trenta ai Fori imperiali hanno completamente trascurato quel che si era sovrapposto nei secoli alla Roma dei Cesari. Ed è stato così anche altrove perché ogni luogo ha il proprio “classico”, il periodo storico di maggior splendore su cui fondare il proprio orgoglioso senso di appartenenza. È questo in genere un passato remoto, mito fondatore a cui ascrivere vere o presunte nobili origini. Antichità in nome della quale ogni sacrificio è lecito, ogni voragine aperta nel cuore delle città è doverosa e ogni passato più recente deve svanire. È una sorta di venerazione, invasamento collettivo per l’antico da cui risulta difficile rimanere lucidamente immuni. Perché il monumento antico è la rappresentazione fisica, visibile dell’identità culturale, e per questo “comunicativamente” molto più efficace di qualsiasi discorso o documento storico. Sconvolge, travolge le menti e i cuori. Per questo la città di Mantova è pronta ad alterare i monumenti dei Gonzaga per toccare con mano la memoria materiale del passato romano. Mantova patria di Virgilio: la nobile origine va ostentata a ogni costo.
Ma non tutti gli scavi archeologici sanno trascinare le folle. Più spesso le opere pubbliche “tollerano” a denti stretti le indagini archeologiche preventive, e i cittadini le percepiscono come invasioni illegittime (perché non paiono portare vantaggi collettivi) dello spazio quotidiano. Quando non si tramuta in “spettacolo”, l’archeologia è vista da tutti come “ostacolo”. Un dovere e una noia inutile da far terminare al più presto. E spesso i fondi messi a disposizione delle indagini archeologiche si limitano a coprire solo le spese di scavo, e non quelle di studio e sistemazione dei reperti, né tantomeno quelle di comunicazione. Ma scavare e basta non serve a nulla. Produce solo un’enorme massa di reperti che, in quanto antichi e perciò “preziosi”, tocca peraltro collocare in qualche dove. Produce insomma ulteriori problemi e costi, senza però arricchire la nostra conoscenza del passato. Rinuncia proprio a quel principio di conoscenza che caratterizza l’archeologia come disciplina di pubblica utilità.
Percezione distorta, comunicazione inesistente, abitudini che non maturano. Le vicissitudini legate ai luoghi dell’archeologia in città sono colme di vocaboli negativi. L’antico che non viene risepolto, che rimane “a vista”, solo di rado riesce a diventare spazio del quotidiano e luogo dove il cittadino si confronta con il proprio passato. Anche quello che in origine aveva trascinato le folle, col tempo si tramuta nel solito recinto per turisti. Quando non rimane recinto e basta. A chi serve largo Argentina a Roma, se non a gatti e gattare? Tutti vi passano, pigliano il tram e non sanno che lì vicino fu assassinato Cesare. Neppure i turisti lo sanno altrimenti si precipiterebbero. A volte basta poco per dare senso a un luogo: basta recuperare il senso che ha già. Ma il più delle volte, se si vuole davvero fare dell’archeologia un elemento portante e non ostacolante dell’idea di città, bisogna progettare con cura il dialogo urbanistico tra antico e moderno. Creare le cuciture per farli coesistere, e far sì che la coesistenza abbia un significato preciso e una precisa utilità. E a tal fine dovrebbero contribuire tutti i professionisti impegnati nella conoscenza, la tutela e la trasformazione dei nostri paesaggi. Archeologi, architetti, urbanisti, antropologi, geografi, semiologi. A questo aspira il convegno “Progettare la memoria”: promuovere una cultura della progettazione che sia vera sintesi tra le prospettive e le competenze di tutti. E aspira a far uscire il dibattito dalle aule specialistiche per affidarlo a tutti i cittadini. Stimolare la collettività a interrogarsi sul ruolo dell’archeologia in città, a ragionare con maggiore competenza e serenità sull’uso contemporaneo del passato, per indirizzare scelte urbanistiche più pacate e ponderate. L’uso pubblico della storia non può essere lasciato al caso o a facili spettacolarizzazioni mediatiche. Può e deve essere il risultato di progetti e idee elaborati a proprio vantaggio dalla collettività. Perché è in gioco non un singolo monumento o luogo, ma il paesaggio quotidiano di chi vive e usa la città.


 
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