il nostro bollettino n. 444
La situazione è drammatica
Occorre indire una conferenza sugli Stati Generali della Pianificazione urbana e territoriale (paesistica) per comprendere il disastro che stiamo continuando a compiere
di Pier Luigi Cervellati
Ci sono saggi specifici e approfondimenti giuridici eloquenti a inquadrare la tutela del “bene archeologico” in rapporto all’assetto della città e del territorio. La Convenzione Europea del Paesaggio - CEP 2000 - e le ultime integrazioni al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, indicano proprio attraverso la pianificazione paesaggistica (art. 143) le modalità di tutela e dei rapporti che dovrebbero intercorrere fra le diverse componenti il nostro territorio.
Il dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale n. 367 del 2007, che sancisce l’equivalenza fra ambiente, paesaggio e territorio e quindi favorisce l’integrazione fra Stato e Regioni (responsabile della tutela dei Beni Culturali e del Paesaggio l’uno e dell’assetto del territorio le altre, fin dal 1946) per dare concretezza ad un concetto da tutti condiviso: il paesaggio come forma del territorio e aspetto visivo dell'ambiente. In pratica le zone archeologiche assumono un rilevante significato nell’organizzare (pianificare) il territorio inteso nella sua valenza di paesaggio e ambiente. Secondo leggi nazionali e convenzioni europee, il nostro paese, così ricco anche di “beni archeologici” dovrebbe avere un assetto da far invidia.
Per dirla con Leonardo Benevolo, invece, il tracollo dell’urbanistica italiana e la conseguente devastazione del paesaggio (e con lui la precarietà di molte aree archeologiche) ci deve far riflettere non tanto sui principi giuridico amministrativi, quanto sui risultati in essere. Sarebbe opportuno che qualcuno (magari Italia Nostra) riuscisse a indire una conferenza sugli Stati Generali della pianificazione urbana e territoriale (paesistica) italiana. Solo così si capirebbe il disastro compiuto (e non ancora ultimato) negli ultimi 20 anni (a partire dalla riforma dell’articolo V della Costituzione).
Le Regioni hanno abdicato in favore delle Province e dei Comuni - in nome della sussidiarietà - a pianificare il loro territorio (e anche là dove continuano ad occuparsene i risultati non cambiano molto). Lo Stato, ovvero le Direzioni regionali e le Soprintendenze territoriali non hanno persone, strumenti e mezzi, sufficienti per assicurare il rispetto delle leggi (a volte manca la competenza, a detta anche di un ex Ministro).
La situazione è drammatica. La denuncia scivola in sterili polemiche fra fautori e detrattori delle pale eoliche (persino, si dice, nella Valle dei Templi ad Agrigento) o in altre zone dove il vento non soffia. Non ci si scandalizza neppure sui condoni preventivi e tanto meno sulle famigerate “cartolarizzazioni” di beni che sembrava fossero “beni comuni”, appartenessero a tutti. Il cemento, l’edilizia, è un motore irrinunciabile per l’economia nazionale. Produce “bolle”di gigantesca crisi. Svuota paesi ma riempie le campagne di case, ville e condomini, strade e super o minimarket, new e “old” village. I nuovi strumenti urbanistici sono strutturali solo nel definire nuovi ettari di terra da urbanizzare oltre a quelli già regolati nei vecchi piani e non ancora consumati. A volte ci sono reperti archeologici che dovrebbero – per ora - restare lì dove sono, sottoterra. Come si fa a rinunciare a un parcheggio attrattore/produttore di traffico e/o di inquinamento? D’altra parte si fa così dappertutto. A Firenze a ridosso della Fortezza da Basso. A Milano sotto la Basilica di Sant’Ambrogio. A Roma addirittura lo si voleva fare sotto il Pincio. Ad Assisi forse è già ultimato il parcheggio davanti alle mura medioevali. Può stupire il parere favorevole di chi dovrebbe tutelare per legge i Beni Culturali. Stupiscono ancor più i risultati ottenuti. Sventramenti per nuove strade, parcheggi in superficie e interrati, mezzi di trasporto pubblico e privato, sempre più grandi e pesanti, semafori ingombranti come i cartelloni della segnaletica, non sono riusciti - in oltre 3/4 di secolo - a risolvere il problema del traffico, ed è drammatico constatarlo, non solo nei centri storici.
Nei nuovi piani strutturali è sparita la cosiddetta avvilente zonizzazione, introdotta in un famoso decreto ministeriale che nel 1968 è apparso come un surrogato di riforma e che oggi si deve considerare rivoluzionario. Non è stato abrogato, ma le zone A (i centri storici) in molti piani strutturali redatti in questi ultimi anni sono sparite e con loro sono scomparsi gli standard urbanistici. Del resto anche il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ignora i Centri Storici. Nella Convenzione europea ci sono ma le zone archeologiche sono considerate indicative unicamente se già notificate.



