Associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione
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il nostro bollettino n. 446

Liberateci dalle new towns
Così muore il centro storico
di Vezio De Lucia
Urbanista

L’architrave spezzata sulla quale ancora si legge “Palazzo del governo” continua a far da sfondo alle foto del presidente del consiglio e dei personaggi in visita alle rovine del centro storico dell’Aquila. È diventata il simbolo del terremoto abruzzese: evidentemente le autorità non si rendono conto che quell’immagine certifica soprattutto l’irresponsabile sottovalutazione della sicurezza pubblica da parte del governo, e di come sia venuta meno la stessa ordinaria gestione della vigente normativa tecnica. Gli edifici in cemento armato, sottoposti alla scossa non eccezionale del 6 aprile scorso, non dovrebbero collassare, e gli edifici cosiddetti strategici – ospedali, caserme, scuole e uffici pubblici di particolare importanza – dovrebbero mantenere la propria funzionalità anche dove la terra trema. E invece all’Aquila sono crollati o sono stati fortemente danneggiati la casa dello studente, l’ospedale, la prefettura, il municipio, molta edilizia costruita negli ultimi anni. È stato detto che questi sono fatti della magistratura, e non c’è dubbio che così debba essere, ma mi pare che quando i comportamenti delittuosi sono così diffusi non si possa non cogliere la natura politica del problema.
La gravità della situazione italiana dal punto di vista della sicurezza sismica sta nei seguenti dati fondamentali: il 75 per cento del territorio nazionale è classificato sismico, ma meno del 20 per cento del patrimonio edilizio si può considerare protetto. È enorme quindi la dimensione della tragedia potenziale e delle inadempienze istituzionali. Dopo ogni evento si sono sprecati gli impegni solenni che mai più sarebbe successo, che la messa in sicurezza del territorio e la sua manutenzione sarebbero diventate la più importante opera pubblica del paese. E invece, ogni volta, passata l’emergenza più acuta, il terremoto e la prevenzione sono stati accantonati. Per non dire dell’abusivismo, diffuso soprattutto nel Mezzogiorno dove più elevata è la pericolosità sismica. L’edilizia abusiva è a rischio per definizione, perché è evidente che chi costruisce illegalmente non si preoccupa né della stabilità del sedime né delle caratteristiche strutturali del manufatto. Eppure il cosiddetto “piano casa” nelle intenzioni del governo si configurava come una specie di condono preventivo e gratuito e prevedeva addirittura procedure semplificate per le zone sismiche. Sembra impossibile, ma Campania, Veneto, Lazio stanno facendo ancora peggio del governo nazionale.
Ma torniamo al terremoto. L’abbandono del centro storico dell’Aquila e dei paesi vicini è il fatto più preoccupante. A oltre tre mesi dal terremoto, nonostante la conclamata rapidità d’intervento, non si è ancora deciso niente. Gli edifici danneggiati sono abbandonati, non puntellati, senza protezioni, avviati a un degrado irreparabile. Intanto va avanti la realizzazione di una ventina di micro new towns torno torno alla città, dove sistemare circa 15 mila sfollati. Una soluzione micidiale, che accentua la già netta propensione del capoluogo abruzzese allo sparpagliamento, a un insensato consumo del suolo, all’esodo verso altri luoghi. Se non si mette mano subito alla ripresa della vita nel centro storico, il declino dell’Aquila è segnato, e si potrà dire che il terremoto non  ha funzionato, come fu in Friuli negli anni Settanta, per dare slancio alla vitalità culturale, economica e sociale, ma per accelerare fenomeni di crisi già manifesti.


 
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