Associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione
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il nostro bollettino n. 448

Il Paese delle eterne emergenze
Riflessioni sulla politica dei commissariamenti
di Maria Pia Guermandi
Consigliere nazionale di Italia Nostra

Il faticoso e altalenante procedere delle Soprintendenze storico artistiche e archeologiche verso una maggiore autonomia, iniziato da qualche anno, ha subito una battuta d’arresto forse decisiva. Ad oggi risultano di fatto commissariate quattro importantissime Soprintendenze: Pompei, Roma - Ostia Antica, Brera e gli Uffizi. Sembra cioè che si voglia tornare a un modello centralistico nella gestione dei beni culturali.
Puntando su una maggiore autonomia delle Soprintendenze si erano ottenuti anche notevoli migliorie in termini di efficienza. Era, tra l’altro, il tentativo di aggiornare la gestione del sistema territoriale della tutela del nostro patrimonio nelle zone più esposte alla pressione turistica. Frutto di una visione non priva di errori e incongruenze, era comunque una risposta non di facciata a gravi problemi. È perfettamente legittimo volerla ridiscutere, ma attraverso i commissariamenti ciò sta avvenendo con modalità assai contestabili, di dubbia efficacia organizzativa e che presentano forti rilievi di legittimità, come si sottolinea da più parti con sempre maggiore forza.
Le due Soprintendenze archeologiche più importanti: Pompei e Roma – Ostia Antica sono state entrambe commissariate con motivazioni pretestuose: grave stato di degrado e incuria per Pompei e addirittura rischi strutturali e di imminente crollo per i monumenti dell’area archeologica centrale capitolina e del sito di Ostia Antica. In entrambe i commissari sono cambiati dopo pochi mesi. A Roma Roberto Cecchi, Direttore Generale alle Belle Arti, ha sostituito Guido Bertolaso, Capo della Protezione Civile, mentre a Pompei Marcello Fiori, dirigente anche lui della Protezione Civile, è subentrato al prefetto Renato Profili. In entrambi i casi è stato attribuito un mandato straordinariamente ampio: deroga dalle norme sulla contabilità dello Stato, sul procedimento amministrativo, sul pubblico impiego, nonchè sulle norme del Codice dei contratti pubblici, quelle in materia di emergenza sanitaria ed igiene pubblica, oltre alle leggi regionali di recepimento e di applicazione; gli interventi possono costituire poi varianti ai piani urbanistici.
I provvedimenti risalgono a momenti diversi (luglio 2008 e marzo 2009). Un primo bilancio è comunque fortemente negativo. Pochi e superficiali i provvedimenti realizzati nel sito campano: qualche miglioria igienico sanitaria, l’adozione dei cani randagi che si aggirano tra i monumenti, il marketing concesso ai privati produttori di vino doc. A Roma, malgrado una pubblicazione auto celebrativa, per pubblicizzare  i presunti successi del commissariamento, si sono perseguite soltanto le normali attività di ordinaria amministrazione, mentre si ignora tuttora quale sia il programma dei lavori per Ostia Antica. Pur se fallimentare nei risultati, la gestione commissariale tende però ad ampliarsi ad altre realtà (Brera e gli Uffizi) e ad assumere un peso crescente e abnorme.
Cederna chiamava l’Italia il Paese delle eterne emergenze. E difatti è una vera e propria cultura dell’emergenza quella che si va affermando: l’obiettivo immediato è senz’altro quello di liberarsi di “lacci e lacciuoli” per accellerare (aggirare) i normali percorsi amministrativi, supplendo in tal modo alle lentezze e inefficienze dell’amministrazione ordinaria. Inefficienze che pure esistono, ma che sono il frutto di carenze e rigidità organizzative e strutturali che non si risolvono affiancando a quella ordinaria un’amministrazione parallela di estemporanea concezione, dubbia efficacia e difficile monitoraggio.
In sintesi si può dire che i commissariamenti non hanno portato risultati sul piano scientifico archeologico e, in compenso, hanno provocato un aumento dei costi dovuto alle spese di mantenimento degli staff commissariali. Per Italia Nostra si tratta di strumenti culturalmente rozzi e democraticamente deficitari che mirano a instaurare sui beni culturali un’amministrazione con minori vincoli e di diretta nomina politica e a sostituire all’eserczio della competenza il principio di autorità. Occorre invece restituire autonomia alle Soprintendenze, le istituzioni deputate per legge e sulla base di competenze tecniche accertate ad applicare leggi e regolamenti, lontane dal potere politico perchè custodi di funzioni che salvaguardano beni e interessi della collettività nel suo complesso e non solo di una parte: pretendiamo che continuino a farlo attraverso strutture e risorse finalmente adeguate al compito.


 
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