il nostro bollettino n. 447
Un territorio “malato”
Messina simbolo della fragilità dell’Italia
di Salvatore Settis
Molto tempo è passato da quando la Calabria venne definita “uno sfasciume pendulo sul mare”; ma ben poco si è fatto per porre rimedio al dissesto idrogeologico diffuso su tutto il territorio italiano, e non solo nel Mezzogiorno. Al contrario, la spietata cementificazione del territorio (in particolare coste e terreni agricoli) aggrava ogni giorno un problema già drammatico, accresce la probabilità di frane e alluvioni, e ne rende più gravi gli effetti. La morfologia del territorio italiano lo rende assai esposto a terremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni e altre calamità, la cui frequenza e impatto crescono alterando i precari equilibri naturali: basta ricordare che negli anni 1999-2007 sono state censite in Italia 482.272 frane, che interessano quasi il 7% del territorio nazionale. Ai nuovi insediamenti sulle coste corrisponde la desertificazione di colline e montagne e l’abbandono di suolo e di risorse agricole e idriche; l’abbattimento di boschi e pinete, anche per strade e infrastrutture, fragilizza il territorio e lo espone a danni crescenti alterando gli equilibri tettonici. Esondazioni, valanghe e altre traumatiche alterazioni del suolo comportano perdite di vite umane e danni enormi al patrimonio edilizio. Secondo il rapporto 2009 dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), distribuito nella riunione del G8 Ambiente, “un uso del territorio non rispettoso delle sue vocazioni naturali” ha generato negli ultimi sette anni danni per oltre cinque miliardi di euro, senza contare i guasti provocati dagli incendi boschivi, spesso dolosi e legati all’abbandono di suolo.
Particolarmente vulnerabili sono i litorali, già in continua erosione e a rischio allagamento per almeno il 24% (dati ISPRA), devastati dalla stolta distruzione delle dune costiere e dal moltiplicarsi dei “porti turistici” che invadono le spiagge di cemento. “Oltre il 65% del territorio compreso nella fascia di 10 Km dal mare è modellato con interventi sull’ambiente invasivi e irreversibili” (rapporto ISPRA). Si provoca così il collasso delle difese contro l’azione del mare, si accelera l’estinzione delle specie marine acclimatate. Uno studio reso pubblico dalla regione Calabria (giugno 2009) ha registrato 5.210 abusi edilizi nei 700 chilometri delle coste calabresi, mediamente uno ogni 135 metri, di cui “54 all’interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d’interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale”, incluse le aree archeologiche.
Perfetto simbolo di questa Italia è oggi Messina, e il suo litorale. L’alluvione del 1 ottobre 2009 vi ha seminato, coi suoi fiumi di fango, morte e distruzione, poiché nulla si era fatto contro un dissesto idrogeologico noto da decenni. Eppure Matteoli si è affrettato a dichiarare che la costruzione del ponte sullo Stretto comincerà come se niente fosse. Secondo Bertolaso “occorrono circa 25 miliardi di euro perché si possa mettere in sicurezza le aree a rischio in Italia”. É troppo? La sola TAV costerà al contribuente almeno 32 miliardi (il costo a chilometro è circa il quadruplo che in Francia), il ponte sullo Stretto fra 6 e 7 miliardi. Il confronto fra queste cifre (per non parlare di quelle per l’incerto risanamento di Alitalia) è eloquente: non è vero che le casse dello Stato sono vuote, è vero invece che la spesa pubblica è distribuita secondo irragionevoli priorità. La messa in sicurezza del territorio nazionale dovrebbe essere in cima alla lista: un piano nazionale (che manca) darebbe occupazione ai lavoratori e alle imprese, salverebbe vite umane, sarebbe la premessa indispensabile alla creazione di nuove infrastrutture. Al dissesto che devasta e uccide non vogliamo dunque nessun rimedio? Davvero preferiamo, invece, spendere per creare nuovi danni ambientali come col ponte sullo Stretto?



