Associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della nazione
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Nel sessantesimo anno della Costituzione, Italia Nostra chiede che sia adempiuto il precetto dell' Articolo 9

Sant'Elpidio a MareIl frettoloso avvio della campagna elettorale dopo la anticipata chiusura della legislatura non può dirsi che abbia stimolato i partiti in competizione  a una qualche utile riflessione sulle politiche dei beni culturali, del paesaggio, del territorio e insomma dell’ambiente. Al di là anzi della genericità di proposizioni programmatiche enunciate con le consuete espressioni consumate (sviluppo ma sostenibile; e chi vuole mai il consumo del territorio, bene finito, e la deturpazione del paesaggio?), la proclamazione dell’impegno al “fare” sottintende la disponibilità a superare di slancio ogni eccezione ambientale  e culturale. Si parla infine di rilancio della cultura e del bello, di cui ben può giovarsi, come il suo motore, l’economia; chiamate a raccolta e sostegno anche le risorse private disponibili, adeguatamente premiate con benefici fiscali.
Ma anche la disciplina del paesaggio (“il volto della patria” che Benedetto Croce con la sua legge si era allora proposto di difendere), come è stata definita nella seconda e celebratissima revisione del codice dei beni culturali e del paesaggio (la “svolta storica”, secondo Rutelli), non è strumento sufficiente a fermare la dissipazione del territorio invaso da un inconsulto uso urbano. Non si è letta nell’impegno dei partiti la priorità di una legge urbanistica di principi, attesa invano da decenni, che recuperi la pienezza dei poteri pubblici nel governo del territorio (contro la deteriore prassi della urbanistica contrattata), imponga la salvaguardia degli ambienti agricoli e inedificati  e vincoli i nuovi interventi edilizi al riscatto delle aree urbane degradate o dismesse, nel compito arduo ma ineludibile di dare infine alle periferie la dignità di città, perché si possa a ragione dire che l’Italia è il paese della cultura e della bellezza. Soppressa subito quella disposizione perversa, che rischia di consolidarsi di finanziaria in finanziaria, secondo cui il gettito degli oneri urbanistici (la spesa cioè necessaria per adeguare i servizi alle esigenze poste dai nuovi insediamenti) può essere in parte sottratto a quello scopo per sostenere la spesa corrente delle amministrazioni comunali, interessate perciò a disporre del proprio territorio come di una risorsa finanziaria. E’ inconcepibile che alla nuova urbanizzazione si ricorra come a fonte ordinaria di entrata, messo a profitto il bene - territorio ridotto a merce di scambio.
E se l’argomento suggestivo, anche di recente speso in autorevoli appelli, del rilancio della cultura e del bello come motore dell’economia non può essere a priori rifiutato, si deve però subito aggiungere che per la cultura e il bello si deve spendere ben più dello 0,30 per cento del bilancio dello stato pur se non ne derivi alcun ritorno economico. Perché la promozione della cultura attraverso la tutela del patrimonio storico e artistico e del paesaggio - come vuole l’articolo 9 della costituzione - si giustifica e impone per sé (è perfino banale l’affermazione), non necessariamente induce lo sviluppo del turismo, di cui anzi può comportare anche drastiche limitazioni. Sarebbe forse saggio pensare di concepire altrimenti il motore dell’economia del paese. Patrimonio e paesaggio certamente ne soffrirebbero se su di essi si concentrassero le aspettative di un’economia in crisi.
Ben venga la collaborazione pubblico – privato come strumento per migliorare i servizi degli istituti di cultura e in specie dei musei, ma chiamare ad impegno le risorse private non può significare delega di responsabilità che debbono essere mantenute saldamente nelle mani delle istituzioni pubbliche e anzi la collaborazione con i privati esige il rafforzamento delle istituzioni cui spetta l’irrinunciabile compito  e la conseguente responsabilità di una corretta e adeguata gestione. Che è invece quanto non è garantito dal codice dei beni culturali e del paesaggio che concepisce la gestione indiretta (per concessione a terzi) dei beni culturali di appartenenza pubblica “al fine di assicurare un miglior livello di valorizzazione”, scontata dunque la strutturale insufficienza delle istituzioni pubbliche.
Tutela del patrimonio e del paesaggio esige la valorizzazione delle responsabilità delle istituzioni pubbliche e dunque comporta l’aumento della spesa per la dotazione di qualificate competenze professionali, selezionate attraverso concorsi a cadenza regolare, e di mezzi adeguati, a necessario sostegno di quella trama diffusa di presidio del territorio che ci era invidiata in Europa come modello di amministrazione attiva del “patrimonio”, la rete delle soprintendenze, oggi mantenute in una condizione di avvilente mortificazione.
Certamente le soprintendenze per i beni architettonici e per il paesaggio non sono oggi in condizione di reggere il nuovo carico di responsabilità nella gestione della tutela del paesaggio che il “codice” (ultima e recente revisione) ad esse affida per assicurare l’esercizio unitario di quella funzione e dunque si impongono misure straordinarie di adeguamento delle strutture di uffici chiamati ad affrontare una impegnativa collaborazione con le regioni per la revisione, innanzitutto, dei piani paesaggistici. Mentre le stesse soprintendenze si debbono misurare con la politica dei “grandi eventi” che portano con sé, sotto la pressione di improrogabili scadenze, procedimenti straordinari e semplificati, con la concessa deroga dall’osservanza anche della disciplina ambientale, come oggi si constata a La Maddalena sede del prossimo G8, occasione e pretesto di interventi diffusi che superano per certo le esigenze di quell’“evento”.  E già la tutela dovrà attrezzarsi per misurarsi con il più “grande evento” dell’Expo milanese, che è facile prevedere pretenderà di travolgere con la forza di un’esaltante investitura internazionale ogni condizionamento anche posto in funzione della salvaguardia di paesaggio e beni culturali.
Perché il nostro paese vive una singolare contraddizione. Nell’ordine dei valori costituzionalmente protetti, a paesaggio e patrimonio è riservata una posizione di incontrastata primarietà (l’art. 9) e dunque, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale (anche recentemente ribadita), quei valori sono sottratti al bilanciamento con altri interessi pure di rilievo pubblicistico sui quali, nell’eventuale conflitto, debbono necessariamente prevalere. La tutela è funzione essenziale della Repubblica, ne qualifica il modo stesso di essere, è pervasiva e impegna tutte le pubbliche istituzioni.
Ma allo statuto costituzionale e formale della funzione, corrisponde una prassi che vede la tutela sempre soccombente quando debba misurarsi con gli interessi forti che la contrastano, rappresentati dai concorrenti ministeri delle grandi opere, opposti anche da regioni ed enti locali, e perfino espressi dallo stesso ministro per i beni culturali, i cui propositi politici si impongono sugli apprezzamenti di merito degli organi responsabili tecnico-scientifici (come nei constatati casi di trasferimento all’estero di opere d’arte).
Italia Nostra ritiene doveroso pretendere il rispetto della legalità costituzionale e si attende dal governo che verrà e dal ministro che assumerà il dicastero per i beni e le attività culturali la coscienza della forza attribuita dall’ordinamento alla funzione di “tutela” (prevalente per precetto costituzionale su ogni altro interesse pubblico) e l’impegno a renderne in concreto consapevoli tutti gli operatori istituzionali, sollevandoli dalla attuale condizione di obbiettiva debolezza e attrezzandoli per rispondere adeguatamente al loro compito.

Roma, 31 marzo 2008.

 


 
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