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Il futuro è all’”indietro”

I
La provocazione

Apparentemente sembra solo una provocazione, come dire che le lancette dell’orologio possono correre all’indietro, che la novità non esiste, che la sorpresa è impossibile ovvero come affermare che si fa sviluppo senza trasformazione, che i treni corrano all’indietro, che ci sia guadagno senza economia. Ma non si tratta di un processo teso al recupero archeologico di realtà scomparse, non si tratta soltanto di ribaltare convezioni sociali o di adottare nuovi linguaggi.
Quello che intendo porre è un problema di sostanza, non di forma. La diversità di impostare il pensiero in questi termini e non solo di linguaggio si fonda su una considerazione basilare che assume il valore di un presupposto della trasformazione: il valore del “dettaglio” del “marginale”  che diventa essenziale.
Assistiamo spesso nella storia a corsi e ricorsi storici, come nella moda dove gli stili spesso ritornano spesso assai simili a modelli passati, ma mai perfettamente uguali a se stessi. E la differenza e proprio nel “marginale”, in ciò che sembra un particolare, come un bottone di un vestito o una particolare taglio di una tasca e che invece diventano l’aspetto più caratterizzante del prodotto e che lo rendono unico differenziandolo da oggetti similari.       

II
Nei Beni Culturali

Se il marginale diventa essenziale nella società di oggi, tale principio non è esente anche al settore dei Beni Culturali dove la cultura della Tutela non si può più fermare soltanto alla conservazione in sé e per sé del bel monumento o del bel paesaggio ma presuppone che si entri “nel dettaglio” dell’oggetto, che si approfondisca lo studio del particolare, di ciò che apparentemente sfugge ad una prima impressione. Nella visione della conservazione del paesaggio assume importanza dare rilievo alle aree abbandonate o sottovalutate o degradate d’Italia, quelle zone che sempre più spesso diventano terra di nessuno, frutto di incultura, come i litorali marini o i quartieri “dormitorio” della grandi metropoli o gli spazi verdi degradati e sottoconsiderati come gli Orti Urbani, realtà urbanistica e sociale di grande importanza nella nostra storia e tuttavia mai considerati tali, poiché la più significativa rilevanza che si riconosce ad essi è solo quella “accessoria”, di “pertinenza”, come “corti” dei beni cui accedono.

III
Se la “marginalità” diventa “centralità”

Lo sforzo di Italia Nostra, nel rispetto delle sue vocazioni statutarie, ritengo che debba essere teso oggi a far capire l’essenzialità di ciò che normalmente viene ritenuto di scarso valore culturale, ignorato o abbandonato, pur avendo in sé una intrinseca valenza storica, sociale, culturale ed urbanistica. Se si riflette sul fatto che i più gravi scempi cui oggi assistiamo si fondano sul mancato o ignorato riconoscimento del valore del contesto nel quale l’oggetto di Tutela si colloca, si deve necessariamente concludere che tale contesto è divenuto abbandonato, è stato ignorato, è divenuto sottocultura. Evitare uno scempio significa innanzitutto far capire l’importanza del contesto culturale in cui esso avviene. L’importanza della cornice, del paesaggio circostante, di un territorio rispetto ad una città od ad un piccolo borgo è sempre stata una della affermazioni più importanti nella storia di Italia Nostra. Quel contesto, oggi, è il “margine” è il “dettaglio” sono le “cose o le aree abbandonate” o “degradate”.

IV
L’azione di Italia Nostra

Per intervenire ad arginare processi di incultura dilaganti nel nostro territorio serve una grande energia propositiva di modelli culturali alternativi. Se l’energia è rivolta, come generalmente avviene, solo verso un’ignota e tecnologica fuga in avanti, il consumo sarà tremendo e l’energia stessa sarà destinata ad esaurirsi, come evento ineluttabile, come la fine del petrolio. Se invece l’energia è utilizzata per riscoprire ciò che culturalmente è sottovalutato o abbandonato o in via di estinzione, allora non occorre ipotizzare una nuova rincorsa al nucleare, come non occorrono importazioni massicce di energia elettrica da parte del nostro Stato da altri Stati per sopperire ai fabbisogni interni. Può essere sufficiente un uso “autarchico” delle proprie risorse.

V
Alcuni esempi concreti

Ipotizzare in un prossimo futuro che ogni abitazione avrà un proprio impianto per la produzione di energia elettrica mediante mini impianti eolici, o pannelli fotovoltaici, o che potrà disporre di adeguate strutture per adeguare la propria produzione di rifiuti ad un modello differenziato di raccolta, non sono esempi peregrini. Pensare che ciascuna abitazione avrà un proprio orto con cui coltivare i propri prodotti, come una volta, al riparo da inquinamento, non è una scelta “alternativa” all’acquisto del prodotto standard al supermercato, assoggettato a tutti i limiti della grande distribuzione, non reggerebbe il confronto in termini di costi, di praticità, di funzionalità. Come non reggerebbe il confronto l’uso di un tecnica costruttiva artigianale rispetto all’edilizia di massa, comunemente praticata. Si tratta invece di una diversa prospettiva di cultura, finalizzata a rendere evidente la necessità di un ritorno “all’indietro” nel senso di un ritorno a costruire ed a servirsi di prodotti più confacenti alla natura umana e di ricreare le condizioni per vivere in un contesto biologicamente ed eticamente più sano, come era anni indietro.

VI
L’obiettivo finale

Questo auspicabile “ritorno all’indietro” è il prossimo futuro per incidere e riportare il territorio, il paesaggio, le città ad una accettabile vivibilità, e ricreare, in ultima analisi, quelle condizioni di vita e di rispetto dell’ambiente dando importanza primaria ad elementi essenziali ritenuti marginali da una cultura di eccessivo sbilanciamento ed accelerazione dei processi produttivi comuni.
Ad Abu Dhabi, nel mezzo del deserto del Golfo Persico, l’architetto Norman Foster ha progettato per conto degli Emirati Arabi Uniti, dove la vita è attualmente oggi pressocchè impossibile con 50^ gradi all’ombra e senza acqua, né piante o animali, Masdar (che in arabo significa “fonte”) un intera città ecologica, di 7 Km quadrati, alimentata interamente da energie rinnovabili, con zero emissioni inquinanti, senza automobili od altri mezzi inquinanti. L’acqua utilizzata per scopi civili sarà riciclata, i rifiuti urbani verranno riutilizzati, riciclati, come composti o distrutti, i trasporti saranno previsti solo con mezzi pubblici non inquinanti.
Un enorme fiume di miliardi di petroldollari serviranno per trasformare un luogo abbandonato del deserto in una isola ecologica.
Per gli Emirati Arabi che vogliono migliorare la propria immagine di sfruttatori di petrolio, destinato peraltro prima o poi a finire, Masdar è l’occasione per porsi all’evidenza dell’opinione pubblica come precursori della costituzione di un avveniristico e centro manifatturiero ad energia solare con l’impiego di alta tecnologia.


Per noi la riconversione delle risorse non è meramente un fatto tecnico, ma prima di tutto è una grande scelta innovativa di vita e di cultura. 

 


 
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