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Pubblichiamo un “botta e risposta” di Edoardo Salzano e Pierluigi Cervellati sui piani urbanistici a Venezia. Tutto nasce dal nostro recente Bollettino numero 429 dove Cervellati aveva scritto un editoriale. Edoardo Salzano ha voluto replicare a quell’intervento (la sua replica verrà pubblicata nel prossimo Bollettino), criticando alcune tesi esposte da Cervellati.
Di seguito entrambi gli interventi.
C’eravamo tanto illusi
Pierluigi Cervellati
C’eravamo tanto illusi. Cacciari, sindaco autorevole, con un’idea precisa di città. D’Agostino, competente assessore all’urbanistica. Benevolo progettista del nuovo piano regolatore. All’inizio dei ’90 nessuno avrebbe scommesso sul ribaltamento di una strategia politica consolidata. Da anni, il rito si replica in 3 fasi. Grido d’allarme sulla morte della città speciale (l’omonima legge è del ’73). Erogazione di consistenti finanziamenti pubblici. Consorzi d’imprese SpA, gestiscono i finanziamenti pubblici e realizzano privati guadagni. Il PRG di Dorigo del ’62, il piano per trasformare Venezia in città fabbrica è dimenticato da tempo. Era un piano, sbagliato, all’insegna però della pianificazione pubblica. Una nuova zona industriale, dentro la Laguna e un centro direzionale sopra l’isola artificiale “Tronchetto”, allora appena prosciugata, avrebbero dovuto saldare Venezia (come “centro storico”) a Mestre (quale periferia operaia). Il piano fallì. Contestato dalle contesse di Italia Nostra per gli scempi che avrebbero devastato maggiormente lo scenario storico, fu rigettato anche dai partiti popolari. In particolare dalla DC: meno proletari più proprietari, il suo slogan. Condiviso da tutti. Come quello degli architetti: rinnovare la città attraverso l’architettura moderna. La realizzeranno: non la rinnoveranno, non freneranno l’esodo.
Venezia centro storico si restringe in un’area che si avvicina progressivamente a piazzale Roma. Si svuota. Mestre si gonfia. E si strozza con una tangenziale belluina. Esplode oltre i confini. Nel centro, sempre meno storico, aumentano turisti, boutique e bancarelle, alberghi e locande. Si elaborano piani comprensoriali, lagunari e provinciali, rimasti chiusi nei cassetti delle amministrazioni. La città speciale, unica al mondo, deve unirsi, omologarsi, al suo entroterra produttivo ed espansivo. Non può separarsi dalla periferia che ormai coincide con il mitico Nord Est. Lo sanciscono ripetuti referendum. Venezia sta diventando il simulacro di se stessa. L’acqua, invece che risorsa, è valutata ostacolo: la Laguna –nonostante piani e progetti- è abbandonata a se stessa. Il canale dei petroli, il porto e il petrolchimico sono tabù. Intoccabili. Continueranno –in parte- ad esserlo anche nel piano Benevolo. Ma con questo piano si ribalta lo stereotipo dello sviluppo sostenibile, eco-compatibile, di tutto e del suo contrario. Venezia da “centro” può ritornare ad essere “città” storica. Può ritornare, con interventi di manutenzione, di restauro e di ripristino, ad essere abitata, vissuta e non solo usata e consumata. L’acqua è di nuovo protagonista della sua specificità. Modificando l’approdo e i percorsi, riscoprendo zone abbandonate, la mobilità turistica non dovrà più coincidere con quella di chi ci abita e lavora. Mestre da periferia, per la prima volta è pianificata come città. Separate, distinte le due “polarità” sono unite dal grande “parco lagunare”.
Nuovo secolo. Nuovo sindaco. Vecchie strategie. Si abbandona la pianificazione per il marketing. Il “marchio” come vuoto simbolo di una virtuale conquista produttiva. Proliferazione di camere a ore, locande, bed & brekfast, snak bar, paninerie e pizzerie fin dentro i canali, (la cui pulizia era iniziata con Cacciari). Venezia tutta albergo, niente città, punta ancora e solo sul turismo. Le trombe annunciano da anni che domani o dopodomani, si ammirerà il 4° ponte sul Canal Grande. Un costoso inutile “capolavoro” di architettura contemporanea e, visti gli infortuni, di stupidità ingegneresca. Si rilancia il MOSE, le barriere mobili fra Laguna e Adriatico. Influenza dei consorzi SpA (in continuo aumento). Potenza di un rito immutato. La “serva padrona”, come scrisse Braudel, rispolvera il suo duplice ruolo. Piange e con fare servile, allarma: la città più bella del mondo ha i giorni contati. Aiutatemi. La città scende, il mare sale. Il MOSE (di arretrata tecnologia) si deve fare a tutti i costi! Costa molto, danneggia l’ambiente e –com’è noto- non risolve il problema dell’acqua alta. E’ però un investimento colossale; rende molto. Con il materiale di risulta degli scavi si potrà restaurare la Laguna in modo esemplare: persino chiudere il canale dei petroli e trasferire altrove porto e ciò che resta del petrolchimico (fino a ieri sacri). Con la mira di ottenere altri finanziamenti scaturisce un’inedita sensibilità ambientale. Riconvertendo le aree dimesse ci saranno altri ricavi. Altri lavori. Nuove erogazioni. Venezia ritorna padrona. Il “mostro” MOSE diventa attrazione turistica. La Diga dentro la Laguna è venduta come opera d’arte contemporanea. Può contribuire a rafforzare il primato di Venezia: la città più importante del nostro paese per l’arte contemporanea, sostiene Cacciari. Forzato sindaco per la terza volta, stanco degli scippi di Roma, rivendica la supremazia artistica del presente. Quando non si ha idea del futuro della città, ci si rifugia nell’estetica. E il sindaco tace sulla perdita di senso della sua città.
Questa la replica di Edoardo Salzano
Venezia, anch’io mi ero illuso
Edoardo Salzano
Anch’io, come Pierluigi Cervellati, sono molto deluso di ciò che sta avvenendo a Venezia, e in particolare nella città storica. Ma le ragioni della mia delusione sono diverse da quelle di Cervellati. Non rimpiango cioè il cosiddetto Piano Benevolo, ma la distruzione che con tale piano, e con la politica urbanistica di cui è l’espressione, si è fatta del precedente piano per la città storica. Distruzio e politica della quale è stato massimo artefice l’assessore Roberto D’Agostino, con cui hanno collaborato come consulenti Leonardo Benevolo e Pierluigi Cervellati.
Condivido pienamente la denuncia di Cervellati. Anch’io critico che si sia abbandonata “la pianificazione per il marketing”. Anch’io condanno la “proliferazione delle camere a ore, locande Bed&Breakfast, snack bar, paninerie e pizzerie” e quel che segue. E però…
Però, come risulta limpidamente da numerosi scritti di Luigi Scano (oggi ospitati in un’apposita cartella nel sito eddyburg.it, da tutti consultabile) una parte consistente dei danni al patrimonio storico della città, che oggi tutti lamentano, è stato causato proprio dall’operazione compiuta con il cosiddetto Piano Benevolo: cioè, con variante di PRG per la città antica, adottato dal comune nel 1996. La base materiale e formale di quel piano è stata costituita dal lavoro impostato e iniziato nel 1982 dalla giunta di sinistra (sindaco Mario Rigo, assessore Edoardo Salzano), interrotto nel 1985 (sindaci Nereo Laroni e poi Costante Degan), ripreso nel 1987 (sindaco Antonio Casellati, assessore Stefano Boato), concluso e reso pubblico nel 1990, e adottato nel 1992 (sindaco Ugo Bergamo, assessore Vittorio Salvagno).
Ho seguito il piano come diretto responsabile nella prima fase, poi come collaboratore esterno negli anni in cui, assessori Boato prima e Salvagno poi, gli uffici diretti da Edgarda Feletti, con la costante collaborazione di Scano, lo conclusero e portarono all’adozione. Come cittadino veneziano, partecipe delle vicende della sua città e direttore di eddyburg.it ho continuato a seguirne le vicende anche negli anni successivi: quello della sua utilizzazione e demolizione, di cui Scano ha puntualmente documentato e raccontato i passaggi.
La Giunta eletta nel 1993 (sindaco Massimo Cacciari), vittima della ventata di neoliberismo che in quegli anni soffiava impetuoso dalle Alpi al Lilibeo, iniziò subito a criticare (vorrei dire a demonizzare, perché nessuna argomentazione razionale fu proposta) il piano del 1992. Colpa del piano era quella di “imbalsamare la città”: la città “non è un monumento”, bisogna sciogliere i “lacci e laccioli che ostacolano l’attività economica”. Mai si è riusciti a dimostrare in che cosa quel piano ostacolasse le attività economiche coerenti con le caratteristiche strutturali e con la storia della città: dalle attività artigianali e quelle negate alla nautica, dalla ricerca e dalle produzioni immateriali alle attività legate al restauro e alla messa in valore dell’enorme patrimonio storico e culturale. Così, per deregolamentare e lasciare le mani libere a qualunque possibile affare sulla città, a qualunque possibile sfruttamento della sua capacità di richiamo nei confronti di qualsiasi operatore economico, le tavole originali del piano costruito nel decennio precedente furono riciclate sostituendone le bandelle e correggendone le legende, le norme furono emendate.
La direzione lungo la quale ci si mosse per adattare il piano alla nuova ideologia (laissez faire, laissez aller) fu perciò una soltanto: eliminare tutte quelle norme che avrebbero consentito di controllare, con un rigore commisurato alla forza delle pressioni sul mercato immobiliare, le destinazioni d’uso, tutelando in particolare la permanenza della “residenza ordinaria” in tutte le numerosissime unità edilizia la cui tipologia le destinava a questa utilizzazione, e promuovendo le attività economiche coerenti con la città. Ed è utile forse ricordare che tra i primi atti della Giunta che distrusse il piano del 1992 ci fu la revoca della deliberazione con la quale la Giunta precedente aveva recepito la Legge Mammì sui vincoli alle tipologie di attività commerciali e assimilabili nei centri storici. E che da quella medesima Giunta nacque la proposta di una metropolitana sublagunare da Tessera a Murano e all’Arsenale, utile solo ad aumentare l’afflusso del turismo “mordi e fuggi”: una proposta ancora oggi sul tappeto, contro la quale mi piacerebbe che Pierluigi Cervellati si schierasse con determinazione.


