Discorso del presidente nazionale al congresso dei soci di Italia Nostra 2010, Ascoli Piceno 21-23 maggio
Il concetto di patrimonio culturale legato al territorio di origine si è formato nel cerchio illuminista del Grand Tour: quel “circolo degli Intelligenti d’arte”, come fu un secolo dopo definito dal grande storico dell’arte italiano Giovanni Morelli, che era composto dai viaggiatori che da tutta Europa arrivavano in Italia per completare la propria educazione e dai loro incontri e amicizie con collezionisti, antiquari, “curiosi” come allora si chiamavano gli eruditi locali, studiosi, restauratori, conservatori di musei. Nella seconda metà del sec. XVIII questo cerchio si era indissolubilmente saldato a Roma, nella città culla del neoclassicismo e dei primi musei europei. Fu questo “cerchio degli intelligenti d’arte” a rivoltarsi contro le espropriazioni della rivoluzione francese e di Napoleone (“Les Lettres à Miranda” di Antoine Quatrémère de Quincy, lanciate come un pamphlet contro il Bonaparte nel 1796-7, si dice fossero ispirate da Canova) in nome del legame tra opere d’arte e territorio di appartenenza. Fu questo sentimento diffusosi in tutta Europa, malgrado il successo del “museo universale” creato da Napoleone al Louvre, a convincere le potenze vincitrici nel Congresso di Vienna del 1815 alle restituzioni. Ancora una volta fu Antonio Canova a riportare in Italia le opere d’arte predate. Era la prima volta che gli stati europei riconoscevano a una nazione il diritto al proprio patrimonio artistico.
L’Italia era allora un paese speciale, nel quale erano nate le moderne leggi di tutela. Leggi culturalmente unitarie, opera soprattutto degli stati preunitari del centro e del sud. (…)





