Le campagne

Data: 4 Novembre 2020

Lanificio Martino a Sepino: segnalazione per la lista rossa

Indirizzo/Località: Via Roma – Rione Pantano- a ridosso del Ponte medioevale di San Rocco sul torrente Tappone – Sepino (Campobasso)

Tipologia generale: archeologia industriale

Tipologia specifica: sito

Configurazione strutturale: tutto il complesso si sviluppava intorno a una corte in cui gli impianti architettonici dovevano essere composti dai due corpi di fabbrica disposti a elle, i quali, caratterizzati da oculi semi-ovoidali, sono ancora oggi presenti nella cortina del sottotetto, e da un salone caratterizzato in elevato dal solo piano terreno, probabilmente corrispondente ad una preesistente gualchiera

Epoca di costruzione: sec. XIX

Uso attuale: Tutta la struttura del Lanificio è attualmente in uno stato di abbandono e di forte degrado, con alcuni tetti crollati, macchinari abbandonati ed alcune facciate invase dalla vegetazione

Uso storico: lo stabilimento risale come impianto al 1886 ed è rimasto in attività con tutte le sue fasi produttive fino al 1970

Condizione giuridica: proprietà privata, bene sottoposto a vincolo della Sovrintendenza

Segnalazione: dell’aprile 2020 – segnalazione della Sezione di Campobasso di Italia Nostra – campobasso@italianostra.org

Motivazione della scelta

Il Lanificio Martino è una testimonianza di archeologia industriale; esso sorge nel comune di Sepino, a ridosso del Ponte medioevale di San Rocco sul torrente Tappone; il toponimo del ponte richiama l’esistenza di una chiesa extramurale una volta presente nel sito.

Lo stabilimento risale come impianto al 1886 ed è rimasto in attività con tutte le sue fasi produttive fino al 1970.

Tutto il complesso si sviluppava intorno a una corte in cui gli impianti architettonici dovevano essere composti dai due corpi di fabbrica disposti a elle, i quali, caratterizzati da oculi semi-ovoidali, sono ancora oggi presenti nella cortina del sottotetto, e da un salone caratterizzato in elevato dal solo piano terreno, probabilmente corrispondente ad una preesistente gualchiera.

Il Lanificio ha avuto certamente almeno due distinti periodi produttivi, entrambi legati alla tipologia di alimentazione adottata nel sistema di fabbrica. Nella prima fase i macchinari erano mossi da un generatore principale a gas povero (come riportato da Masciotta), nel piano terra era collocata la filanda, mentre al secondo livello avveniva la tessitura. In una fase successiva il metodo di alimentazione è a trazione idraulica; l’adozione di tale metodo, chiaramente più conveniente ed ancora testimoniata dalla presenza del canale e della condotta che andava ad incunearsi sotto il salone principale, ha permesso di razionalizzare il sistema di fabbrica nella tipologia della trasmissione del moto ai macchinari e la definizione di nuovi volumi, probabilmente così come oggi si possono ancora identificare.

Le apparecchiature utilizzate nell’opificio venivano comandate all’origine da un albero-cremagliera principale in acciaio, visibile nella sala della gualcatura, mosso da un impianto a trasmissione idraulica forzata terminante sotto la gualchiera. Quest’ultimo era gestito da un canale di derivazione sul torrente Tappone che convogliava l’acqua verso la struttura tramite una condotta che, rastremandosi, produceva l’energia necessaria per animare il sistema di fabbrica.

Intorno al 1956 il lanificio impiegava ancora 30 unità lavorative, ma nel corso degli anni ’60 la tipologia produttiva del lanificio incomincia a mostrare i propri limiti (basta pensare alla trazione idraulica e ai telai a mano), per cui soccombe alla concorrenza e sospende le proprie attività funzionali nel 1970.

Il Lanificio Martino è sottoposto al vincolo della Soprintendenza.

Tutta la struttura del Lanificio è attualmente in uno stato di abbandono e di forte degrado, con alcuni tetti crollati, macchinari abbandonati ed alcune facciate invase dalla vegetazione.

L’area in esame è a solo qualche chilometro dal sito archeologico di Altilia (la Saepinum romana). La struttura è attualmente di proprietà della Famiglia Ferrante, la quale si è mostrata collaborativa e disponibile ad un riuso di tutto il complesso a beneficio della comunità.

La connotazione agro-pastorale del territorio di Sepino risulta ancora oggi piuttosto marcata, ed è questo un aspetto da tutelare e valorizzare, essendo alla base della costituzione dell’insediamento sin dalle sue prime fasi e non sembra del tutto casuale che la principale attività manifatturiera moderna di Sepino fosse un lanificio; oggi esso risulta un interessante esempio di archeologia industriale, che si ritiene indispensabile recuperare, nel rispetto della storia e della stessa natura della realtà sepinese.

Pertanto, il recupero di tutto il complesso ha un duplice obiettivo:

  1. a) evitare che il manufatto possa deperirsi ulteriormente e perdere i suoi connotati salienti; -b) promuovere il suo riuso nel rispetto della storia, pensato nell’immediato ai soli fini espositivi ma con una prospettiva futura per una nuova destinazione d’uso.

BREVE PERCORSO DEL RECUPERO IMMAGINATO PER LA MAPPA DEL RECUPERO

  1. arrestare i meccanismi di degrado e dissesto in atto;
  2. conferire solidità e stabilità agli elementi degradati e danneggiati e leggibilità a membrature architettoniche ed apparati decorativi.

Il processo di recupero totale può essere piuttosto lungo ma nell’immediato è fondamentale evitare che la testimonianza architettonica del manufatto possa andare definitivamente perduta.

Le azioni necessarie sono:

  • consolidamento strutturale delle parti portanti e delle parti non potanti;
  • messa in sicurezza dei solai esistenti e ricostruzione di alcune coperture con tecniche tradizionali ma con materiali innovativi;
  • pulitura e messa in sicurezza delle macchine tessili presenti;
  • eliminazione della vegetazione infestante e di quella superflua e riorganizzazione di tutto il verde;
  • inserimento di nuovi impianti (luce, ecc.) ed elementi accessori utili per la nuova destinazione d’uso.

Si ritiene che il recupero possa essere funzionale ad una nuova destinazione d’uso del Bene e che, con ambienti ricondotti nei caratteri salienti alle condizioni preesistenti, la struttura possa ritornare ad ospitare una nuova attività legata alla valorizzazione delle lavorazioni di materie prime derivanti sempre dall’allevamento ovi-caprino. A tal proposito si possono citare sia il caso recente di una giovane imprenditrice locale che ha avviato un allevamento di capre “chashmere” che quello di alcuni altri allevatori che intendono riprendere ad allevare pecore legando i prodotti derivati al marchio del “Tratturo”.

Una filanda che produce capi esclusivi in quanto totalmente lavorati artigianalmente con materia prima locale a forte connotazione storica-antropologica, può diventare la sede del recuperato manufatto.

EVENTUALI RIFERIMENTI STORICO-BIBLIOGRAFICI

De Vincenzi F. (1991) : Note sull’età della paleoindustria e delle manifatture nel Molise sulla base delle illuminate statistiche settecentesche. Gli esempi di Campobasso e Isernia. Almanacco del Molise 1991, Ed.ENNE, Campobasso.

Albino A. (1991): Ex Lanificio Martino Florindo, un esempio di Archeologia industriale a Sepino (CB). Almanacco del Molise 1991. Ed ENNE, Campobasso

De Vincenzi F. (1999): Ditta Florindo Martino, manifattura della Lana a Sepino (In A.A. V.V., La produzione della lana, gli opifici,ed i centri di lavorazione e commercializzazione). In Petrocelli E. (a cura di)

La civiltà della transumanza. Cosmo Iannone Editore, Isernia.

Rivista ArcheoMolise- N. 3 Anno I –genn./marzo 2010 –Il lanificio Martino a Sepino (F. De Vincenzi)

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