Nazionale

25-03-2020

Energie pulite: Intervista a Carlo Alberto Pinelli

 

Carlo Alberto Pinelli è nato a Torino lo stesso giorno, mese e anno dell’attuale Dalai Lama. Si è laureato  in Lettere e Storia dell’Arte dell’India e dell’Asia Centrale presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Ha preso parte in gioventù a campagne di scavo in Turchia, Afghanista e Pakistan. E’ stato per alcuni anni assistente alla Cattedra di Storia dell’Arte dell’India dell’ateneo romano. Regista documentarista, si è posto in modo particolarmente attento nei confronti dei temi etno-antropologici e socio-culturali, realizzando oltre 120 documentari. Il primo film di finzione “La Storia di Cino – il bambino che attraverò la montagna” è uscito nelle sale nel 2014. Pinelli inoltre vanta una ricca produzione letteraria, avendo pubblicato, oltre a tre romanzi, molti testi specialistici su documentari e guide. Attualmente insegna Cinematografia Documentaria e Teoria e Tecniche del Linguaggio Cinematografico presso la facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Ha scalato varie vette vergini in Himalaya e ha diretto la spedizione Free K2 che aveva il compito di liberare la seconda più alta montagna del pianeta da tonnellate di rifiuti.Coproduzione italiana e francese.

D.) Mai come ora sentiamo il bisogno di energia pulita per il nostro futuro. Ma questo concetto puo’ essere declinato in molti modi, non soltanto quelli fisici o mentali, anche nel caso delle tecnologie volte alla produzione energetica. Cosa intendiamo per energie veramente pulite?

R.) L’effetto serra e’ drammatico. Basti pensare a cio’ che sta succedendo ai ghiacciai montani che sono dei sensori climatici di grande precisione;  o al pack del Polo nord che ogni anno perde centinaia di km quadrati di estensione, diminuendo progressivamente in misura drammatica la propria funzione “albedo”.  Ossia il rinvio al mittente di una parte del calore solare. La scomparsa del pack avrebbe incalcolabili effetti negativi e aumenterebbe vertiginosamente l’effetto serra atmosferico. Sono problemi molto seri per il futuro della vita – umana e non umana – così come oggi la conosciamo. E’ fuori di dubbio che una gran parte di questo problema planetario dipende da cause antropiche. Vale a dire che è colpa nostra. La crescita del CO2 nell’atmosfera sembra per ora inarrestabile. Si tratta di una malattia che è purtroppo illusorio sperare di guarire ricorrendo solo ai pannicelli caldi delle fonti di energia rinnovabili. Del resto energie propriamente “pulite” non ve ne sono.  Il fotovoltaico e l’eolico hanno dei limiti per il momento inaggirabili. Le pale eoliche non funzionano se il vento e’ troppo forte o troppo debole e quindi a latere bisogna prevedere sempre e comunque centrali di tipo tradizionale che possano entrare in funzione per sostituirsi alle pale quando smettono di girare. …stessa cosa con il fotovoltaico che durante la notte se ne va a dormire o dormicchia quando il cielo è coperto. Si sta tentando di trovare il modo di stoccare il surplus di energia elettrica prodotto durante il giorno. Ma mi sembra che siamo ancora molto lontani da una soluzione soddisfacente. Sia sul versante dei costi, sia su quello delle mega batterie al litio.

C’è ovviamente anche l’energia idrica prodotta dalla caduta d’acqua delle dighe, o quella ipotetica prodotta sfruttando il movimento ondoso del mare. Nel primo caso, almeno qui in Italia, abbiamo già sfruttato tutti i bacini vallivi propizi, tra l’altro causando danni incalcolabili all’ambiente naturale.

La strada da percorrere e’ quella della riduzione dei consumi, unita a imponenti investimenti nella ricerca e a seri studi di pianificazione del futuro energetico.  Percorsi che sfiorano il sogno utopico, considerando la scarsissima lungimiranza delle classi politiche mondiali.  Se i consumi continuano ad aumentare non c’è nulla da fare. La verità è che noi siamo prigionieri – materialmente e psicologicamente – di una complessa  e tentacolare rete consumistica spaventosamente energivora. Ne siamo condizionati in ogni istante della nostra esistenza.  Solo misure drastiche, dolorose, impopolari potrebbero aiutarci a liberarcene. E’ un percorso così in salita che molto difficilmente potrà essere intrapreso a livello planetario.  Il disastro è alle porte. Anzi il nemico ha già varcato i cancelli. Ma nessuno vuole rinunciare agli i phone, alle gite in auto, ai voli aerei, alla doccia calda ogni mattina, alle luci al neon che rallegrano l’ agonia irresponsabile delle nostre megalopoli. Siamo un popolo di struzzi, drogati dai miti del benessere e incatenati ad essi più di quanto crediamo. Tutti.

D.) Vorrei porre in premessa un concetto importante, che Lei ha espresso in più luoghi circa la visione che anima chi si appresta a godere di un paesaggio: un punto di vista etico sul quale appoggia il valore estetico. Potrebbe chiarire meglio questa sua analisi?

R.) Come credo di aver spiegato nell’articolo qui pubblicato, il paesaggio non è una dimensione solo estetica. L’estetica si riferisce ai panorami. Il panorama può essere considerato la cornice che racchiude il paesaggio ma con esso non si identifica. Il vero paesaggio è una proposta di arricchimento interiore che gli spazi naturali offrono a tutti quelli che sentono il bisogno di viverlo attivamente. Non solo “sedendo e mirando” come scriveva Giacomo Leopardi; ma percorrendo davvero il paesaggio fisicamente, con uno sguardo reso più recettivo dalla fatica del corpo, per lasciarsi fertilizzare da ogni suo aspetto: sia naturale, sia culturale. La visione per essere autentica non può non interpellare l’ impegno, l’andare a piedi, il rispetto, l’attenzione, l’atteggiamento umile e recettivo dell’ospite e non quello dell’arrogante conquistatore. Il paesaggio di cui noi parliamo e che vogliamo difendere si può ben definire “paesaggio identitario”. Ogni parte d’Italia ha paesaggi che riflettono storie complesse. Sono storie in divenire? Sì, il paesaggio naturale che conosciamo non è il paesaggio originario, giunto a noi intatto, direttamente dalla fine dell’ultima glaciazione.  La presenza operosa della specie umana lo ha rimodellato ,millennio dopo millennio, attraverso un lentissimo processo evolutivo che ha prodotto un’infinità di sfaccettature diverse, a volte sottili, a volte più evidenti. Ma sempre sottoposte – diciamo così – al vaglio della natura.

E’ sbagliato equiparare l’invasione a tappeto delle pale eoliche o del fotovoltaico a terra ad un ulteriore passo avanti evolutivo nella dinamica storica dei paesaggi.  L’articolo che ho proposto a Italia Nostra spero lo dimostri molto bene. Le pale  eoliche cannibalizzano i paesaggi, li degradano a non luoghi tutti eguali. Non accetto di stare al gioco di chi sostiene che le pale eoliche sono belle e arricchiscono di valore i panorami. Belle? Brutte? Ciascuno può pensarla come preferisce. Il problema non è questo. Quale è allora il problema?  Per avere un minimo significato rispetto al riscaldamento planetario le pale eoliche dovrebbero essere troppe. Assolutamente troppe: migliaia di migliaia. Se ci suggerissero di costruire lungo le creste degli Appennini centomila cattedrali, tutte identiche a quelle bellissime di Siena o di Orvieto, considereremmo la proposta una folle delitto culturale: sarebbe comunque, fatta salva la bellezza artistica di quelle copie, una totale omologazione a senso unico dei paesaggi. Lo sradicamento  definitivo della loro identità.

D.) Il paesaggio assume inoltre nei suoi scritti la connotazione di bene “universale”. Ritiene che questo concetto sia entrato nella mentalità collettiva?

R.) Noi siamo sempre più una civiltà urbana. Quando io sono nato la maggioranza della popolazione viveva ancora in campagna. Oggi la maggioranza della gente abita in città. Megalopoli sempre più estese e tentacolari.  Io amo la città, sia ben chiaro. La considero una delle massime espressioni della creatività umana.  E’ qualcosa che non esiste in natura. E’ il nostro capolavoro. Però.. è artificiale.  Quale è il rischio? Il rischio è che la dimensione urbana stia diventando – ma forse è già diventata! –  l’unica manifestazione della realtà e come tale sfugga a un’esperienza critica. Esca dal cono di luce di una valutazione prospettica e sia intesa di fatto come appartenente ad una sorta di abusivo ordine biologico: Inevitabile, ingiudicabile, immodificabile, come i giorni di pioggia o il ciclo delle stagioni.  Un surrogato dell’autenticità.  L’esperienza dell’incontro con la natura – che ci parla attraverso i paesaggi-  si delinea così anche come un insostituibile strumento per capire  e risistemare criticamente i limiti della dimensione urbana che ci portiamo dentro comunque.  Rinchiudersi psicologicamente entro i confini  – reali e metaforici – della città  puo’ provocare una sottovalutazione del ruolo vitale del paesaggio.  Fino a liquidarlo come un optional marginale: la fissazione di retroguardia di un ristretto gruppo di esteti piagnucolosi.   E’ un atteggiamento che purtroppo connota anche alcune frange dell’arcipelago ambientalista italiano. Un errore fatale!

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