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Data: 5 Luglio 2023

Capolavori di Capodimonte al Louvre fino al 2024. Un museo svuotato

Dalla sezione di Napoli riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di Paola Gargiulo.

CAPOLAVORI DI CAPODIMONTE AL LOUVRE FINO AL 2024.  UN MUSEO SVUOTATO

Una decisione discutibile ha consentito di trasferire al Louvre 70 capolavori “identitari” del museo di Capodimonte, solo perché nei prossimi mesi il museo è in restauro! 

Quale è la ragione di un trasferimento così massiccio di opere? Quale è il motivo culturale che si è inteso porre in atto, visto che non sono state prestate per comporre un progetto espositivo sostenuto da un corposo lavoro critico, ma all’insegna della tournée di tutti i capolavori del museo di Capodimonte?

Siamo di fronte ad una nuova tendenza: non sono più le persone a visitare i musei, ma sono le opere che, in barba ad ogni criterio di corretta conservazione, vanno di qua e di là come necessità politico/turistica impone?

Con questa improvvida iniziativa si è sottratto alla città di Napoli e a chi la visiterà nei prossimi sei mesi uno dei suoi più rilevanti patrimoni d’arte, in pratica si è chiuso un museo, ché la pinacoteca è il cuore di Capodimonte, di rilevanza capitale per la città e per l’Italia intera, senza che questo abbia suscitato le vigorose proteste che la circostanza richiedeva, anzi ottenendo, come è successo, ampi consensi, come dimostra la sfilata di politici che hanno plaudito all’iniziativa, dal Sindaco di Napoli al Presidente della Repubblica. 

Viene da chiedersi quale sia oggi il livello di consapevolezza/conoscenza riguardo alla missione costituzionale del patrimonio storico-artistico-ambientale, ovvero il fondamentale “valore civico” di questi beni, ben espresso nel codice dei beni culturali dove si legge tra l’altro: “La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso… La valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze.” (Art. 6 Dlg. n. 42/2004).

Quanto accaduto attesta e conferma quanto la parola “responsabilità” sia da tempo scomparsa dal vocabolario di quelli che dovrebbero essere i tutori del patrimonio artistico e ambientale nazionale. Responsabilità innanzitutto della salvaguardia di opere spesso fragili   e da trattare con ogni cautela. Responsabilità di fare sì che essi beni siano sempre di più conosciuti e amati dai cittadini italiani che ne sono i primi legittimi possessori e quindi dai visitatori provenienti da tutto il mondo; tutti, non una élite selezionata con criteri opachi, come è accaduto per i “corridori” della Villa dei Pisoni di Ercolano, pregiatissimi pezzi delle collezioni del MANN, ceduti in prestito ad una Azienda della moda per fare da (inutile) sfondo ad una sfilata… Responsabilità di agevolare in ogni modo l’accesso alla loro conoscenza per renderla la più diretta e facilitata possibile. Quante di queste responsabilità sono prioritarie per gli attuali dirigenti politici e tecnici del ministero che porta il pomposo nome “della Cultura”? L’unica responsabilità che emerge con chiarezza da fatti e parole è quella di cavare soldi dai beni culturali, quanti più è possibile. Il prezzo del biglietto portato a 22 euro al MANN e tutti gli incrementi del costo dei biglietti degli ultimi anni, tendenza che continua senza posa…, espellono definitivamente una buona parte di cittadini e famiglie dai luoghi di cultura e formazione. È così che si incentiva l’amore per i beni culturali? Con il carnaio delle domeniche gratuite, con la folle esultanza per il numero dei biglietti emessi? O, ancora peggio, con lo spazio offerto ad iniziative che di pertinente ai siti non hanno proprio nulla come i corsi di Yoga, i balletti estemporanei, fino ai pranzi di gala nelle sale espositive.

In questa specifica circostanza poteva farsi diversamente? La risposta è sì. In una precedente occasione di lavori di restauro del museo, credo negli anni ’90, le opere erano state correttamente ospitate al museo Pignatelli mantenendole nella disponibilità della città. 

Ciò nonostante, una grancassa mediatica pressoché unanime sta esaltando questa triste vicenda, proponendola come una azione di “valorizzazione” del nostro patrimonio artistico all’estero, come se Capodimonte fosse un sito sconosciuto nel mondo (?!). No, non c’è niente di cui inorgoglirsi. 

Possiamo immaginare un analogo prestito al contrario: che il Louvre si svuoti di 70 sue opere capitali per trasferirle a Napoli per sei mesi? È impensabile. La verità è che dietro queste decisioni si scorge l’urgenza di vendere il prodotto cultura, in barba a qualsiasi valutazione delle opportunità e delle conseguenze effettive che ne scaturiscono, ancor di più se ciò riguarda una istituzione museale del sud Italia.

Le opere d’arte sono materia incandescente, non possono essere trattate come una merce qualsiasi da esportare in blocco per una occasione che assomiglia piuttosto ad una esposizione commerciale. Il Rijksmuseum di Amsterdam, i cui lavori di restauro sono durati 10 anni durante i quali la collezione principale non ha chiuso mai!,  non ha certo spedito altrove tutta la collezione di Rembrandt, Hals, Vermeer. Non è accaduto, perché c’è stato rispetto per i beni custoditi, per i cittadini e per quanti da tutto il mondo vanno a visitare l’Olanda per conoscere l’inscindibile legame tra il paese e il suo patrimonio d’arte. 

Attualmente il nostro povero paese, o meglio i nostri governanti non stanno promuovendo all’estero l’arte custodita a Napoli o in Italia, la stanno svendendo.

Paola Gargiulo 

per la foto in evidenza: la cassetta Farnese Di Mentnafunangann – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45294249

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