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Data: 10 Agosto 2022

Nelle Marche caccia al cinghiale ovunque e tutto l’anno

Con il pretesto della Peste Suina Africana – che però al momento nelle Marche non è stata ancora riscontrata – e dei danni procurati dai cinghiali, in netta diminuzione, la Giunta regionale su proposta dell’assessore alla caccia Mirco Carloni ha approvato il P.R.I.U. – Piano Regionale di Interventi Urgenti, previsto dalla normativa nazionale. Il Piano prevede 4 novità sostanziali:

1)Incremento del 50% degli abbattimenti dei cinghiali rispetto alla media. 2)Caccia al cinghiale tutto l’anno. 3)Caccia nei mesi primaverili ed estivi e nelle aree demaniali, dove la caccia è sempre stata vietata, anche nella forma della braccata.4)Autorizzazione a tutti i cacciatori patentati all’abbattimento dei cinghiali. L’assessore regionale alla caccia Carloni si conferma quindi essere un grande amico dei cacciatori, con una particolare predilezione per i cacciatori di cinghiali. Non c’è altra motivazione, poiché evidentemente non ha neppure letto le FAQ dell’Ispra, in cui si dice che “ la comparsa del virus è totalmente indipendente dalle densità di cinghiale”, “La densità del cinghiale non ha effetti significativi sulla persistenza in natura della Peste suina africana” e che allungare la caccia in braccata non è utile, “è anzi fortemente consigliato evitare qualsiasi attività che possa causare la dispersione degli animali sul territorio e con essa la possibile diffusione del virus” (fonte: https://www.isprambiente.gov.it/it/news/primo-caso-di-peste-suina-africana-psa-per-l2019italia-continentale). Ancora una volta quindi le decisioni in materia venatoria, subito approvate dalla Giunta Acquaroli, non si basano su validi studi scientifici o motivate da dati certi e comprovati, ma si riducono ad accogliere e ad assecondare le richieste della parte che a noi sembra più retriva del mondo venatorio.

Se il Piano straordinario è stato fatto per prevenire la peste suina, l’assessore Carloni, dovrebbe spiegarci come abbiano fatto cinghiali “piemontesi”, “liguri”, “umbri” e “laziali” ad ammalarsi se questa malattia è attualmente presente solo nell’Est Europa e in particolare in Romania?

Se il “veicolo” del contagio, come sostiene l’Assessore, sono i cinghiali selvatici – fatto smentito dall’ISPRA: “ La comparsa dell’infezione…è sicuramente dovuta all’inconsapevole introduzione del virus da parte dell’uomo” la PSA avrebbe dovuto coinvolgere le regioni più ad est del paese, al confine con la Slovenia, nelle aree prossime alle aree di endemismo della malattia.

Invece in questa Regione finora non sono stati segnalati casi di cinghiali morti di peste suina.

Il sospetto, al contrario, è che la patologia sia stata importata in Italia attraverso altre vie, in particolare usando come veicolo di trasmissione indumenti infetti, scarponi, cani, trofei provenienti proprio da quei facoltosi cacciatori che sempre più numerosi vanno a caccia in Romania e in altri paesi dell’Est Europeo.

E’ molto più probabile che la peste suina usi come trampolini di diffusione nel nostro paese, piuttosto che le popolazioni selvatiche, quegli allevamenti di cinghiali allevati allo stato brado, talvolta abusivi, dove le condizioni igienico-sanitarie spesso sono molto precarie, poi immessi nella filiera agroalimentare della carne di cinghiale, tanto magnificata dalla Coldiretti e C.

Rimanendo alle sole Marche, ad esempio, ci sono una sessantina di allevamenti di cinghiali, allevati prevalentemente per “riproduzione” ed “ingrasso”.

In molte Regioni italiane i cinghiali vengono allevati anche in Aziende Faunistiche ed Agrituristiche Venatorie con il preciso scopo di “ripopolare” le Riserve di caccia private, oppure le aree faunistiche dove i cinghiali scarseggiano!

Il problema quindi è che in tutta Italia esistono centinaia di allevamenti di cinghiali, molti dei quali non sono dotati di adeguate recinzioni, per cui è molto facile che qualche cinghiale o suino infetto possa essere fuggito da essi, entrando in contatto con i cinghiali selvatici, diffondendo così la peste suina anche in Italia. Le indagini sanitarie hanno infatti evidenziato come Ia circolazione di animali infetti, i prodotti a base di carne di maiale contaminata, lo smaltimento illegale di carcasse, l’importazione di carni da paesi dell’est non controllate, sono le modalità più rilevanti per la diffusione della peste suina in Europa. Pensare di contenere il numero dei cinghiali e quindi, con esso, impedire il dilagare dell’epidemia della peste suina, incrementando la caccia in braccata, è a dir poco velleitario e controproducente. Infatti, tutti gli studi scientifici sui cinghiali, hanno dimostrato in modo inconfutabile che è proprio durante la braccata, la forma di caccia meno selettiva e per questo sconsigliata da ISPRA, che vengono abbattute prevalentemente le femmine matriarche che dominano il branco, le uniche che si riproducono.

L’abbattimento di queste femmine determina quindi la disgregazione dei branchi, innescando una reazione “liberatoria” nelle altre femmine di rango inferiore, che vanno subito in estro, riproducendosi più volte nello stesso anno, per poi formare a loro volta altri branchi. Non solo, la braccata costringe gli animali a continui spostamenti sul territorio facilitando una eventuale diffusione della malattia.

Questo, insieme alla liberazione in natura di animali non autoctoni molto più prolifici, talvolta ibridati con il maiale, sono esattamente le cause che, nel corso degli ultimi decenni, hanno determinato la proliferazione e la diffusione dei cinghiali in tutta Italia.

Gli stessi cacciatori, inoltre, in caso di infezione da peste suina dei cinghiali abbattuti, potrebbero essere essi stessi veicolo alla diffusione della malattia. La soluzione migliore, già sperimentata con successo in altri paesi, è quella di installare delle reti e recintare l’area infetta e lasciare che la malattia faccia il suo corso, in quanto la PSA uccide l’80% dei cinghiali, abbassando fortemente il numero di animali. Laddove, invece, si è proceduto con misure dirette di riduzione della popolazione di cinghiali come si pensa di fare nella Regione Marche, i risultati sono stati disastrosi, al punto da incrementare la diffusione del virus.

Altra decisione tecnicamente inaccettabile è quella di permettere che si effettuino le braccate al cinghiale anche nei mesi primaverili ed estivi, quando tutte le specie animali sono nella delicata fase riproduttiva e dentro le foreste demaniali, dove la caccia è sempre stata vietata!

Oltretutto questa insensata e miope decisione determinerà anche un alto rischio di incidenti per l’incolumità di tutte quelle persone che, proprio durante la bella stagione, amano fare passeggiate in campagna o escursioni a piedi in montagna e provocherà quindi ripercussioni dannose e pesanti sul turismo escursionistico ed ambientale marchigiano.

E’ troppo facile prendersela con i cinghiali e trattarli come “capro espiatorio”, come se fossero loro gli “untori” della peste suina, mentre in realtà sono solo le “vittime” di un giro di affari sempre più redditizio rappresentato dalla caccia al cinghiale e dalla conseguente “filiera” commerciale basata sulla vendita dei capi uccisi durante le braccate.

Se le cose però si dovessero mettere male e si dovesse essere costretti ad abbattimenti di massa negli allevamenti di suini, i primi responsabili sono proprio le Associazioni venatorie e la politica che in tutti questi anni, piuttosto che far guidare la gestione faunistica, in particolare quella del cinghiale da dati tecnici, ha sfruttato il grande consenso derivante da una politica asservita alle istanze venatorie.

 

L’ALLEANZA DELLE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE MARCHIGIANE: ENPA – GRIG – Italia Nostra – LAC – LAV – LIPU – Lupus in Fabula – Federazione Nazionale Pro Natura – Forum Salviamo il Paesaggio – WWF Marche

 

Foto in evidenza: Di Valentin Panzirsch – Opera propria, CC BY-SA 3.0 at, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=41174423

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