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Data: 16 Gennaio 2022

Un progetto della provincia di Taranto minaccia un intero ecosistema con specie rare

Un progetto della provincia di Taranto minaccia un intero ecosistema con specie rare. E’ l’ “allargamento e messa in sicurezza” della deliziosa Sp 53 Martina – Mottola, vero e proprio “santuario ecologico.
Non a torto Pptr, Sic, Zps, Parco delle Gravine, Oasi Wwf e stupende Masserie, l’hanno consacrata “Strada Parco” di grande interesse ecologico, naturalistico e storico, il che consente, è stato giustamente notato, la coesistenza armonica di manufatti, aziende e attività umane con una natura ancor oggi selvaggia e incontaminata. E ha consentito al sottoscritto, e non solo, di svolgere negli anni una serie di ricerche floro – faunistiche che hanno rilevato la presenza di specie endemiche, localizzate e preziose della murgia tarantina e delle gravine, alcune purtroppo anche in grave pericolo d’estinzione.
 
Un recentissimo studio condotto da una team internazionale e pubblicato anche sulla rivista “Nature” certifica che le aree dove l’impatto umano è minimo o assente giocano un ruolo fondamentale per la conservazione della biodiversità, o se volete, ne dimezzano il rischio di estinzione, ed è proprio questo il caso della nostra bellissima Sp53.
In particolare questi territori, meglio definiti come aree di “wilderness”, sono purtroppo in forte declino, dal 1990 ne sono stati persi globalmente oltre 3 milioni di Km quadrati, paragonabile ad un’area delle dimensioni dell’India, per cui direi che i cambiamenti climatici costituiscono solo una bella “ciliegina sulla torta”. Purtroppo lo studio evidenzia anche che questi ambienti di grande rilevanza ecosistemica non sono sufficientemente protetti, nonostante il fatto che spesso ospitino preziose comunità biologiche e quindi conservino ancora – proprio come nella nostra murgia tarantina e le nostre gravine – specie quasi scomparse in altri ambienti.
 
Ma il contributo delle aree di wilderness, stimano i ricercatori internazionali, è anche maggiore (oserei dire che l’aveva constatato anche il sottoscritto…): perché vi sono specie, vegetali e animali, che vivono sia all’interno che all’esterno di esse, e l’habitat all’interno di queste aree resta fondamentale per “supportare comunque la conservazione di molte di esse che altrimenti sarebbero relegate a sopravvivere in condizioni ambientali degradate”, con tutte le conseguenze negative che ne derivano.
Lo studio ha sancito la fondamentale importanza di tali aree di wilderness perché contribuiscono alla conservazione e alla tutela della biodiversità, attualmente in pericolosa diminuzione nonostante il fatto incontestabile che il nostro Paese, segnatamente nelle estreme regioni meridionali, sia “baciato dalla fortuna” perché il più ricco di biodiversità di tutto il continente europeo, e quindi maggiormente vocato all’avvio di politiche di sviluppo sostenibile, soprattutto a favore delle future generazioni.
Circa il 90% delle piante selvatiche e il 75% di quelle coltivate hanno bisogno d’insetti impollinatori per riprodursi, e loro lo fanno incessantemente per la vita e la sopravvivenza di tutti, nessuno escluso!
 
“Perciò, – concludono i ricercatori del team internazionale e se me lo consentite anche il sottoscritto – oggi non ci possiamo più permettere di perdere territori vocati a wilderness, pena la rovina del benessere collettivo su questo pianeta e la perdita della solidarietà umana, assicurate, e su questo non vi è discussione, esclusivamente dal buon funzionamento degli ecosistemi naturali”.
 
Valentino Valentini

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