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Data: 10 Maggio 2020

Homo sapiens sapiens: il vero untore. Silvio Greco

Pubblichiamo qui di seguito l’ultimo articolo del Prof. Silvio Greco, già dirigente di ricerca dell’ISPRA, attualmente direttore della sede romana e calabrese della stazione zoologica “Anton Dorhn” di Napoli.

 

 

E quindi un piccolo virus, tassonomicamente non inquadrato fra gli esseri viventi, ha scoperchiato il vaso di Pandora. Da questo moderno vaso stanno uscendo moderni mali, da molto tempo denunciati da esperti e celati anche con una buona dose di mala fede. Erano stati denunciati da scienziati ambientali, medici, virologi, ecologi, biologi, climatologi come spesso accade quando si tratta di studi dedicati all’ambiente.

David Quamman, scrittore e giornalista scientifico, nel 2012 scrisse “Spillover” (ed. Adelphi) traducibile con i termini “tracimazione” o “fuoriuscita”. L’autore esamina e indaga avvenimenti di epidemie del recente passato ed eventi singoli di malattie virali confinati in alcune parti del mondo non troppo vicino noi, come un investigatore alla ricerca dell’assassino. Ha unito studi e ricerche, come si uniscono le prove di un delitto, già consolidati e gridi di allarme di virologi ed ecologi. E di luoghi del delitto, anzi dei delitti, ne ha trovati molteplici. I delitti si addensano soprattutto “Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie”. Addirittura Bill Gates, in un seminario pubblico del 2015, avvertiva che il futuro rischio dell’umanità non sarebbe risieduto nelle bombe atomiche ma nelle epidemie globali.

Cosa stavano cercando di trasmettere? Si riferivano al fenomeno delle “zoonosi” ossia al trasferimento di malattie dagli animali all’uomo. Le malattie dell’Uomo neI 75% dei casi sono causate da trasmissioni dagli animali che trasportano patogeni quali batteri, virus, parassiti o protozoi, e nel 60% questi animali sono di origine selvatica. In condizioni ideali dove l’ambiente è preservato in tutte le sue funzioni ecologiche complesse, le malattie infettive sono interazioni ecologiche ricorrenti esattamente come la simbiosi, la predazione, il mutualismo, la competizione e tante altre. In condizioni ideali i patogeni si manifestano e si estinguono in continuo senza danneggiare. Le condizioni oggi non sono più quelle ideali. Per cui da qualche decennio abbiamo a che fare con eventi zoonotici sempre più frequenti e sempre più dannose. Ma Darwin, come il “guardiano della soglia” ruolo descritto da Joseph Campbell in “L’eroe dai mille volti” e Christopher Vogler ne “Il viaggio dell’Eroe”, ci aveva già avvertiti nelle sue opere. Non siamo altro che animali legati a tutti gli altri esseri viventi, dagli alberi, agli insetti, allo fitoplancton ai grandi mammiferi, con i quali condividiamo da sempre origine, evoluzione, salute e malattie. E purtroppo ce ne scordiamo spesso.

Negli ultimi decenni si è diffusa un’epidemia in media ogni due anni. In Cina, nel 2002, la SARS (la Sindrome Respiratoria Acuta Grave) è partita da un coronavirus dei pipistrelli passato all’uomo attraverso un piccolo mammifero carnivoro simile a una donnola. Nel 2003 l’influenza aviaria detta H5N1 è partita in Cina da uccelli selvatici che hanno infettato uccelli allevati. Nel 2009, l’influenza suina (H1N1), originata negli Stati Uniti e in Messico. Nel 2012 la MERS (Sindrome Respiratoria Medio Orientale) è partita da dromedari in Arabia Saudita. Nel 2013, in Cina, l’influenza aviaria (H7N9) è partita da altri uccelli selvatici. E andando a ritroso l’elenco continua con l’Ebola apparsa per la prima volta nel 1976 nella Repubblica Democratica del Congo; l’HIV1, manifestato nella sua gravità solo all’inizio degli anni ’80, ma che gli studi hanno rivelato lo spillover nel 1908 dal SIV degli scimpanzè; l’Hendra in Australia nel 1994 dai pipistrelli. E ancora più indietro lo spillover della malaria che, secondo gli studi, appare tra i 5000 e i 6000 anni fa con le prime aggregazioni umane in seguito allo sviluppo dell’agricoltura e dei primi campi coltivati. Oggi con la pandemia del coronavirus, il COVID-19 affrontiamo una malattia virale trasmessa ancora una volta da un piccolo pipistrello selvatico che viene venduto ancora vivo nei mercati asiatici detti wet-market (come a Wuhan), e che, tramite sangue o liquidi, si è traferita all’uomo. Queste zoonosi emergenti, di cui l’elenco appena fatto non è esaustivo, preoccupano particolarmente poiché stanno comparendo dall’inizio del secolo scorso con un ritmo sempre più frequente che non ha precedenti nella storiaumana. Sia ben inteso: i virus non appaiono all’improvviso senza ragione. Anch’essi sono soggetti alle leggi dell’evoluzione e integrati nelle interrelazioni ecologiche, e se cambiate queste per interventi che diremo, cambieranno anche i loro comportamenti e le loro strategie, per nuove esigenze e creandosi nuove occasioni per la sopravvivenza esattamente come tanti altri organismi. Un virus non appare per caso. In natura vive nascosto in una specie detta “serbatoio”, con il quale convive senza arrecargli danno perché con questo si è coevoluto. Dove alta è la biodiversità, dove numerose sono le specie, dove gli equilibri non sono intaccati, il virus prosegue la sua vita nascosto. Quando l’azione dell’uomo sconvolge gli equilibri degli ecosistemi naturali, mettendo in difficoltà l’ospite “serbatoio”, il virus salta di specie e ne trova una nuova, non adattata alla sua presenza e la specie nuova si trasforma in ospite di “amplificazione”, dove il virus è libero di replicarsi. Ed ecco che è pronto per lo spillover verso altre specie. E l’attenzione politica, mediatica e sanitaria si concentra sempre all’ultimo quando l’uomo ne è colpito. In ritardo rispetto alle preoccupazioni degli scienziati che da anni parlano di pandemie da zoonosi, accennando anche al “Next Big One”, la prossima grande epidemia.

La causa principale degli spillover e quindi delle esplosioni di malattie emergenti risiede nell’alterazione degli ecosistemi naturali. A sgretolare gli ecosistemi è l’impatto delle innumerevoli azioni umane derivanti dall’esigenze dell’uomo che possiamo appena elencare: la deforestazione, la costruzione di strade, muri e infrastrutture che frammentano gli ecosistemi, l’aumento del terreno agricolo, dei pascoli e degli allevamenti intensivi riconvertendo e impoverendo ampi spazi prima ricchi di biodiversità, la caccia alla fauna selvatica tra bracconaggio commerciale, mode alimentari e “sport” invasivi, le attività minerarie, gli insediamenti urbani in continua crescita e contemporanea diminuzione dei sistemi igienici, il consumo di suolo, l’inquinamento e tanto altro ancora. A tutte queste attività va aggiunto forse il più preoccupante tra tutti: il cambiamento climatico.

Il meccanismo per esempio della vendita di animali selvatici nei mercati quali i wet-market asiatici ma anche i mercati illegali di specie protette in molti paesi africani è semplice come la cadute delle tessere del domino: 1) l’abbattimento degli ecosistemi naturali porta a un aumento dei luoghi dove si concentrano i vettori delle malattie, 2) le specie selvatiche, indebolite dalle condizioni ambientali ostili o inquinate, si ammalano più facilmente, creando serbatoi di patogeni al loro interno, 3) le specie selvatiche vendute nei mercati sono tenute a stretto contatto tra loro, aumentando la diffusione di malattie al loro interno, 4) il contatto con altre specie domestiche o selvatiche aumenta il trasferimento di malattie tra specie diverse, e infine 5) le specie animali infette, una volta che sono a stretto contatto con l’uomo gli trasmettono la patologia.

Se da una parte la distruzione degli ambienti causa nuove occasioni ai patogeni di manifestarsi, l’altro punto da considerare è la velocità dei trasferimenti umani, un tempo neanche immaginabile. I virus viaggiano con noi in aereo da un capo all’altro del mondo. Ma non solo: immaginiamoci per un momento, citando Jacques Monod, un virus che per “caso” coglie la mutazione genetica corretta per moltiplicarsi nell’uomo dovuta alla “necessità” di trovare una scappatoia a un problema, che successo evolutivo ha nel trovare più di sette miliardi di Homo sapiens sapiens ammassati e concentrati a sua disposizione, una specie unica nel suo genere che ha visto un tasso altissimo di crescita e un aumento della dimensione della popolazione talmente massiccio come una pandemia che non è non equiparabile a nessun’altra specie, virus inclusi. Bingo!

Le foreste tropicali sono ambienti ricchi di vita e altamente complessi. Ospitano milioni di specie di cui ancora ignoriamo la presenza, tra questi molti patogeni e parassiti quali virus, batteri, funghi, protisti. Quando alteriamo gli equilibri di questi ecosistemi complessi, tutto ciò che lo compone risponde ai cambiamenti. E tra questi ci sono gli ospiti abituali dei parassiti, quali scimmie, oppure pipistrelli, insetti ma anche piante. A quel punto il patogeno deve trovare una soluzione contro la sua estinzione. Non è il virus a disturbare noi, siamo noi che disturbiamo il suo delicato equilibrio. La chiave di lettura è l’interconnessione tra uomini e animali, tra uomo e natura e le nostre azioni di cui paghiamo le conseguenze. Evoluzione ed ecologia sono le chiavi per comprendere le pandemie. Ma anche l’economia. Perché se nelle città africane dove vivono ceti ricchi questi richiedono animali di specie protette per fini alimentari stimolando il bracconaggio di scimmie e gorilla, potremmo trovare il virus lontano dalla sua area. E lui potrebbe trovare un spillover inaspettato.

Dobbiamo cambiare approccio pertanto per evitare il prossimo spillover. Dovremmo invece che inseguire la malattia, con cure necessarie e auspicabili vaccini, evitare che si manifesti, come ci dicono virologi ed ecologi. Per fare questo bisogna allentare la fame e l’energia che l’Homo sapiens necessita, salvaguardando ecosistemi e ripristinando la biodiversità e gli equilibri ecologici quali la cascata trofica che diminuisce e riequilibra le specie “amplificatrici”, salvaguardare le specie “serbatoio” non eliminando i suoi habitat. I ricercatori parlano di “One Health”, ovvero la salute dell’uomo e quella della natura sono strettamente connesse, ovvero non esiste futuro per la salute dell’uomo se non all’interno di un Pianeta a sua volta sano.

“Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”: sono le parole di Papa Francesco sotto la pioggia in una Piazza San Pietro vuota e scura durante l’Urbi et Orbi.

È il “tempo della scelta”. E la scelta è quella legata alla Spes in fondo al vaso di Pandora con cui abbiamo iniziato.

È il “tempo della scelta”.

Le soluzioni le abbiamo, se solamente le volontà politiche, economiche e sociali fossero in grado di ascoltarle. Il grido di allarme dei virologi e degli ecologi si affianca a quello dei climatologi, nelle stesse dinamiche. Sono continuamente accusati di essere nuove Cassandre, e non traduttori scientifici dei messaggi della natura. In questi pochissimi mesi del 2020 la Terra ha già mandato numerosi messaggi inequivocabili: gli incendi indomabili dell’Australia, l’invasione delle cavallette in Africa e il coronavirus ne allungano la lista. Invece di inseguire facili colpevoli di turno quali il pipistrello, il popolo cinese, l’untore, la scimmia, la zanzara rivolgiamo il nostro interesse al vero colpevole: uno sviluppo economico sordo e ormai definitivamente, chiaramente, inderogabilmente colpevole e visibilmente in declino, interessato al profitto del singoli con costi sociali ed ambientali altissimi, piuttosto che al bene comune. Questa epidemia ci insegna che la prossima sesta estinzione di massa coinvolge anche noi.

È il tempo della scelta.

E la storia passata ci individua la via per la Spes. La gestione dell’epidemia ha rimanifestato in maniera netta un vecchio conflitto europeo sulla visione della società, che già ai tempi della Riforma e della Controriforma aveva diviso il sud e il nord Europa. Siamo figli di Enea che trasporta Anchise sulle spalle, siamo i figli della Lupa che accoglie e allatta orfani abbandonati, siamo figli della filosofia cristiana: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato.” In nome della sacralità della vita i Paesi del Sud hanno tentato di intervenire nell’immediato, con

grandi sacrifici (fare il sacro) come scritto nelle loro radici culturali. I paesi del nord dell’Europa, di radici protestanti dove il Capitalismo ha avuto il primo vero sviluppo, hanno ritardato notevolmente le misure di contenimento in nome della produzione economica. Se è vero che dopo le epidemie non si torna più alla normalità precedente, questo è un necessario punto di riflessione, a prescindere dalla sacralità. Dopo la grande Peste del 1348, sono arrivati l’Umanesimo e il Rinascimento e di conseguenza rivoluzioni scientifiche. E questa è l’occasione per prepararci a un nuovo Rinascimento globale. L’Italia ha già dimostrato di saperlo fare molto bene.

Italia Nostra