Durante la seconda giornata di lavori del Congresso si sono svolti i tavoli di lavoro tematici. Dalla riflessione sui diversi argomenti sono derivate elaborazioni poi sintetizzate nella esposizione effettuata a corollario dei lavori della terza giornata.
Si indicano qui di seguito in modo sintetico le diverse tematiche
- Tutela dei beni culturali
- Transizione energetica
- Rigenerazione urbana
- Educazione al patrimonio
- Dissesto idrogeologico
- Unesco
- Parchi e aree protette
- Borghi storici
Di ognuno dei documenti si è effettuata una breve sintesi pubblicata di seguito e che rimanda ai diversi documenti estesi.
- I DOSSIER TEMATICI EMERSI DAI LAVORI CONGRESSUALI: Documenti Congressuali
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La tutela dei beni culturali e del paesaggio
Quattro argomenti chiave sono stati discussi al tavolo relativo alla tutela dei beni culturali e del paesaggio: l’art. 9 della Costituzione come riformulato alla luce della Legge Costituzionale n. 1/2022, l’esercizio della tutela, la conoscenza-conservazione e la valorizzazione-fruizione.
L’art. 9 della Costituzione
La riflessione sull’ampliamento recente dell’art. 9 della Costituzione ha visto l’espressione di timori relativi ad una maggiore generalità della “dottrina” di Paesaggio e Beni Culturali, avendone esteso l’oggetto.
La tutela
Per quanto attiene l’esercizio della tutela, il Disegno di legge n. 1372 Delega al Governo per la revisione del Codice dei beni culturali e del paesaggio in materia di procedure di autorizzazione paesaggistica desta serissime preoccupazioni, soprattutto per la parte che riguarda la revisione del “ruolo delle soprintendenze nell’ambito delle procedure di autorizzazione paesaggistica”. La svalutazione delle prerogative delle Soprintendenze, presidio dello Stato sul territorio, competente all’esercizio della tutela, l’impoverimento del personale sembrano preludere all’abbandono del territorio ai processi spontanei di trasformazione e alla totale liberalizzazione rispetto ai precetti della tutela paesaggistica.
Motivo di particolare allarme è la scarsa dotazione delle pianificazioni paesaggistiche, approvate solo da Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lazio, Puglia e Sardegna: la mancata pianificazione paesaggistica, lo svuotamento delle Soprintendenze, la Delega di Modifica del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, fanno temere un concreto indebolimento dell’azione pubblica di conservazione e tutela del patrimonio culturale.
Conoscenza-conservazione
È stata rilevata poi una carenza della conoscenza quantitativa e qualitativa del nostro patrimonio culturale in assenza di una completa schedatura, dovuta soprattutto alle ridotte risorse economiche e di personale a disposizione delle Soprintendenze. Anche per la salvaguardia del “Moderno” (anni 50/60 del XX secolo) Italia Nostra, sfruttando la propria presenza sul territorio, intende promuovere in collaborazione con le istituzioni culturali e con le Soprintendenze, attività di “schedatura” del patrimonio culturale, soprattutto di quello definito impropriamente “minore”.
Valorizzazione e Fruizione
Appare inadeguata l’autonomia gestionale e amministrativa ma non economica dei grandi musei nazionali e dei parchi archeologici, non perché sia ingiusta in sé, ma perché la “bigliettazione” e l’”Attrattività” non possono essere il fine e la missione di istituzioni culturali come i musei, le gallerie d’arte, le aree archeologiche. Non possiamo accontentarci delle domeniche gratuite: vanno attivate politiche che favoriscono la nascita di “gruppi di interesse” verso i propri monumenti anche con incentivazione al loro accesso mediante la riduzione degli alti costi raggiunti.
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Transizione energetica
Il Gruppo di Lavoro di Italia Nostra sulla Transizione Energetica ha svolto un lavoro di analisi ed approfondimento critico con lo scopo di delineare un processo di transizione che sia il più possibile rispettoso dell’ambiente e del paesaggio. Infatti, seppure la lotta ai cambiamenti climatici, attraverso la decarbonizzazione dell’economia, rappresenti un obiettivo prioritario, occorre prendere coscienza che il modello attuale presenta gravi criticità che si ripercuotono a danno del paesaggio, del suolo agricolo, del patrimonio forestale ecc.
L’obiettivo quindi non è dire “no” all’energia “pulita”, ma “sì” a un modello razionale, pianificato e compatibile con un territorio come quello italiano unico al mondo per biodiversità, ricchezza culturale e paesaggistica.
È emersa la necessità di rivedere l’attuale sistema di incentivi e procedure che, senza una adeguata pianificazione preventiva, favorisce la speculazione e la perdita di suolo agricolo.
In particolare le pale eoliche, oggi gigantesche (circa 200 metri), compromettono il paesaggio, il futuro delle aree interne e sono un costante pericolo per l’avifauna più pregiata (rapaci e migratori). Non solo: gli aerogeneratori contaminano l’ambiente e favoriscono, in particolare, sui crinali, fenomeni di dissesto idrogeologico attraverso precipitazioni repentine.
Il fotovoltaico sui campi agricoli (di cui quello a terra subisce oggi alcune restrizioni) è spesso presentato come sostenibile: in realtà compromette la fertilità dei terreni e la biodiversità secondo quanto condiviso anche con la Coldiretti. Ad oggi sono in corso di autorizzazione presso il MASE 3912 nuovi impianti fotovoltaici per un totale 155,40 GW (un multiplo dell’intero target di FER aggiuntive per l’Italia al 2030). Di questi oltre la metà sono di agrivoltaico industriale le cui criticità non sono dissimili da quelle del fotovoltaico tradizionale. NB: i pannelli di silicio ricoprono già buona parte di alcune nostre regioni come, ad esempio, il 30% dei campi agricoli pugliesi.
Le biomasse rischiano di trasformarsi in un business che sacrifica i boschi per immettere CO2 nell’aria al pari delle fonti fossili e, pertanto, è opportuno che non vengano più incentivate.
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Rigenerazione urbana
Il tema della “Rigenerazione Urbana” è stato affrontato nei suoi caratteri disciplinari per ricentrare una definizione declinata a volte in modo ambiguo riportandola alla nozione di intervento sugli spazi urbani degradati, agendo sulla loro riqualificazione, sulle dotazioni funzionali e sull’integrazione comunitaria con approccio multidisciplinare e valorizzazione dei beni comuni. Si è riportato il focus del tema sulle finalità statutarie e sulla mission originaria di Italia Nostra.
L’argomento “rigenerazione”, deve essere declinato ed analizzato anche nel rapporto che genera con la tutela dei beni culturali e del paesaggio, nei suoi meccanismi procedurali e nella sua prassi operativa.
Nel dibattito si è tracciato un ventaglio molto diversificato di problematiche su temi quali la tutela del patrimonio storico-culturale, la difesa del paesaggio e la salvaguardia dell’ambiente, la riconversione di aree de-industrializzate o la riappropriazione di spazi liberi. Da ogni angolazione torna l’esigenza di ristabilire la preminenza della pianificazione urbanistica su una “rigenerazione urbana” vista ormai come pratica sostitutiva.
Ora è indispensabile affermare da parte di Italia Nostra una discontinuità culturale rispetto ad una prassi che insidia gli organismi urbani e la memoria storica delle comunità.
Diversi devono essere gli approcci se si riguarda alle aree storiche della città o alle periferie “dense” – queste si da rigenerare – o a quelle ancora rade; ma nel DDL ora in Parlamento scompare la specificità dei centri storici rispetto al resto del territorio. Invece la città storica deve essere intesa come bene d’insieme, non come generico tessuto edilizio con emergenze architettoniche da tutelare; altrimenti il concreto rischio è di favorire demolizioni e ricostruzioni anche nel cuore identitario delle città.
Le modalità della Rigenerazione vanno dunque ricondotte ad un’articolazione della disciplina urbanistica; a pena dell’attuale esclusivo primato della rendita fondiaria.
Italia Nostra, dunque, deve dichiarare concluso il trentennio di distorta “rigenerazione urbana” e chiedere regole certe di intervento, rispettose della storia e della memoria delle nostre città. Cessi la stagione delle deroghe e degli aumenti indiscriminati di volume come modalità di intervento; va rilanciato il “primato dell’urbanistica” che ha caratterizzato l’azione dell’Associazione sin dalla sua nascita.
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Educazione al patrimonio culturale e paesaggistico
Al centro della discussione, il valore del Patrimonio culturale, risorsa con funzione civile e identitaria che va condivisa, tutelata, curata, e della responsabilità collettiva della sua trasmissione alle future generazioni anche attraverso la mediazione culturale e l’innovazione tecnologica. L’Educazione sotto questo aspetto svolge un ruolo fondamentale per uno sviluppo sociale sostenibile ed una cittadinanza attiva.
Favorire la fruizione del Patrimonio culturale, soprattutto in una società multietnica come quella odierna, è un dovere di civiltà; occorre sostenere l’accessibilità ai beni fisica, culturale, cognitiva e percettiva.
Si propone quindi di:
- Coinvolgere le pubbliche amministrazioni ed altre realtà associative per incrementare la sensibilità delle comunità al patrimonio e per far fronte al basso livello di interesse di interi strati di popolazione.
- Promuovere momenti di ascolto e di discussione con le giovani generazioni attraverso nuovi canali e linguaggi.
- Valorizzare le capacità artigianali e professionali che hanno consentito all’Italia di possedere il suo inestimabile Patrimonio culturale e identitario.
- Implementare l’indirizzo del Settore Educazione al Patrimonio con un ruolo di coordinamento di rete tra le attività di formazione, gli enti e il territorio nazionale.
- Coinvolgere nell’attività educativa l’intera forza propulsiva proveniente dai soci e dalle sezioni, le uniche realtà che conoscono le problematiche e le esigenze dei territori.
Il Tavolo ha apprezzato il Progetto educativo nazionale 2025/26. Sono emerse grandi difficoltà nel diffondere le iniziative educative di Italia Nostra che il Settore propone alle scuole.
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Dissesto idrogeologico
Il Tavolo sul Dissesto Idrogeologico ha iniziato i suoi lavori analizzando le condizioni di esposizione del nostro Paese ad eventi calamitosi. Sono state osservate le cause degli stessi sottolineando l’esigenza di una nuova impostazione metodologica finalizzata a predisporre risorse per individuare le cause che producono gli effetti calamitosi e pianificare la loro rimozione e non, come si è operato fino ad ora, progettando opere che contrastano gli effetti senza rimuoverne le cause.
Troppo spesso, dopo un evento alluvionale e/o franoso, passata l’emergenza, ci si affretta ad eseguire, con l’istituto della somma urgenza, lavori di arginatura delle sponde dei corsi d’acqua e opere di contenimento dei versanti franosi che alterano ulteriormente la dinamica degli equilibri ambientali, rivelandosi, dopo pochi anni, dannose perché, incrementando gli elementi di contrasto, si aumenta il rischio a nuovi e peggiori dissesti.
I territori devono essere “gestiti” secondo le leggi fondamentali della Natura e “non costruiti” per soddisfare le esigenze economico-finanziarie e le mode del momento senza aver analizzato preventivamente cosa si può fare e cosa non si deve fare.
La Valutazione d’Impatto Ambientale è quella Scienza, sconosciuta ai più e/o male interpretata e attuata, che valuta se una qualsiasi azione e/o la sommatoria di azioni antropiche siano compatibili o meno con la dinamica degli equilibri naturali del territorio. Lo Studio d’Impatto Ambientale deve individuare principalmente quali sono i fattori che regolano l’evoluzione naturale dell’Ambiente in cui si opera; valutare come si sono evoluti nella dimensione Spazio-Tempo, e quale sarà la fisionomia futura, quale l’Impatto antropico sugli equilibri mutati e se tali mutamenti si porranno in armonia oppure in contrasto con la tendenza evolutiva dell’equilibrio armonico tra Ambiente Naturale e Territorio Antropizzato.
Si è cementificato troppo il suolo e il sottosuolo, si sono ingabbiati e tombati fiumi e torrenti con argini di cemento per occupare le zone di naturale espansione delle piene (Golena = area di pertinenza fluviale) al fine di sottrarre le aree demaniali e costruirci dentro di tutto.
Per un responsabile piano di gestione dei territori, finalizzato alla prevenzione e protezione al dissesto idrogeologico occorre, in primis, riordinare il DEMANIO IDRICO, restituire il bene al legittimo proprietario (cioè all’ACQUA) e individuare quali e quanti interventi sono stati realizzati, anche da enti pubblici, ma in completa difformità alle leggi e normative che disciplinano i processi evolutivi e dinamici del “CICLO DELL’ACQUA” ed attuare, senza deroghe, quanto disposto dalla normativa nazionale e comunitaria di riferimento.
Osservando i rilievi satellitari storici e attuali della costa Adriatica, tra il delta del Po e il Conero si vede nettamente che nessuna delle foci dei corsi d’acqua ha un aspetto naturale ma tutte trasformate in altrettanti “porti turistici” e/o confinate con “moli guardiani” (argini di sponda che si prolungano per centinaia di metri verso il largo), in netto contrasto con la direttiva europea e con la Sentenza della Suprema Corte di Giustizia di Strasburgo del 01.07.2015, C-461/13.
La soluzione vera e propria ai problemi relativi ai fiumi sarebbe quella di attivare un piano di RINATURALIZZAZIONE dei corsi d’acqua grandi e piccoli ribaltando la logica perversa di trasformazione dei corsi d’acqua naturali in condotte fognarie innaturali. Solo con una visione olistica degli eventi naturali si potrà trovare il giusto equilibrio tra l’“Ecosistema Naturale”, la “Trasformabilità antropica” di un territorio (Carrying Capacity) e la “Qualità di Vita”.
Il tavolo ha proposto il testo di una Legge Quadro per la Gestione Integrata del Dissesto Idrogeologico.
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UNESCO
Italia Nostra intende promuovere un nuovo percorso di riflessione analisi sull’argomento e sull’attualità dei siti UNESCO, al fine di ribadire un proprio specifico ruolo di interlocutore nel dibattito sui temi di maggiore urgenza che le trasformazioni in atto hanno introdotto nella quotidianità dei luoghi eletti “Patrimonio dell’Umanità”.
Si assiste, infatti, quantomeno ad un uso/consumo improprio delle cosiddette “città d’arte”, dei singoli siti come di quelli seriali, ed ora anche delle aree naturali, dotate del riconoscimento UNESCO.
Nei siti UNESCO italiani, si rinvengono diverse problematiche legate a conservazione, gestione, sostenibilità o pressione antropica. In estrema sintesi:
- Turismo di massa e sovraffollamento (overtourism)
- Cambiamenti climatici e degrado ambientale
- Mancanza di programmazione per la prevenzione e la salvaguardia del territorio rispetto ai rischi naturali e antropici
- Gestione frammentata e degrado urbano
- Interessi speculativi e sviluppo incontrollato
- Mancanza di coordinamento tra Istituzioni
- Reattività e burocrazia
- Mancanza di strategie a lungo termine
- Risorse insufficienti
Le tematiche da affrontare si riferiscono fondamentalmente a due livelli, uno di natura globale (di chiara valenza internazionale) ed uno locale (di portata specificatamente nazionale).
In entrambi i casi, una particolare attenzione andrà riservata al tema dei Piani di Gestione, intesi come insieme processuale di procedure di conoscenza, di progetti di tutela e valorizzazione (anche economica), di azioni per la gestione e il monitoraggio.
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Parchi e Aree Protette
L’Italia, con il suo straordinario patrimonio di 871 aree protette che coprono circa il 13% del territorio nazionale, vanta una storia di tutela iniziata decenni fa e culminata con la Legge Quadro sui Parchi (L. 394/91). Oggi, però, questo sistema è ritenuto obsoleto e inefficace. Italia Nostra lancia un monito e propone una riforma radicale della legge, spinta dalle nuove sfide climatiche, dal recente aggiornamento dell’Articolo 9 della Costituzione e dagli ambiziosi obiettivi della strategia europea sulla biodiversità (Biodiversity Strategy 2030).
La Legge 394/91 era considerata un’architettura “tecnicamente perfetta” di tutela. Il suo impianto prevedeva un forte coordinamento centrale tramite il Comitato e la Consulta per le Aree Protette, insieme a strumenti locali rigorosi come il Piano del Parco.
Purtroppo, a partire dagli anni Novanta, quest’architettura è stata progressivamente smantellata. Con la soppressione degli organismi centrali, il sistema ha perso la sua bussola nazionale. Contemporaneamente, gli Enti Parco hanno perso la loro vocazione originaria di authority tecniche e indipendenti, diventando sempre più enti di governo del territorio “funzionalizzati” alle logiche politiche e locali.
Il risultato è un’inattuazione “profonda”: i Piani del Parco, strumenti vitali per la pianificazione e il controllo del territorio, subiscono ritardi sistematici, indebolendo l’efficacia della tutela sul campo e rendendo i parchi vulnerabili a discrezionalità e finalità estranee allo spirito della legge.
Per Italia Nostra, la soluzione non è la sola conservazione, ma l’adozione di un nuovo paradigma che trasformi i Parchi in un volano generatore di “nuove economie” di cultura, paesaggio e coesione sociale. Il concetto di “salvaguardia” deve essere integrato da parole chiave come “inclusività”, “economia sostenibile” e “gestione delle comunità locali”.
Gli Obiettivi Europei
La riforma è urgentissima per allineare l’Italia ai dettami UE, che impongono entro il 2030 la “protezione legale” del 30% della superficie terrestre e marina e il ripristino degli ecosistemi degradati.
Per raggiungere questi traguardi, si propone di realizzare i seguenti punti:
Ampliamento della Rete: non solo nuove istituzioni, ma anche l’ampliamento dei perimetri dei parchi esistenti e l’integrazione di Corridoi Ecologici, Aree Contigue e siti della Rete Natura 2000.
Pianificazione Unificata: Si chiede l’istituzione di un Piano del Parco unico che sia al contempo Piano Paesaggistico e Territoriale di Coordinamento. Questo strumento unico dovrebbe avere valore cogente, prevalendo sulla pianificazione urbanistica comunale e fissando come priorità l’azzeramento del consumo di suolo.
Governance e Comunità
La visione è quella di una Governance Ibrida e Partecipata che metta al centro le Comunità Locali, intese come “comunità di patrimonio” (secondo la Convenzione di Faro). Devono essere coinvolte attivamente nella co-definizione degli obiettivi e nell’attuazione dei controlli (attraverso la “scienza partecipativa”). Si sottolinea che la tutela non può prescindere dal valore culturale e antropico del Paesaggio, come sancito dalla Costituzione. Non bisogna separare l’ambiente dal paesaggio, bensì procedere a un’unificazione della pianificazione che tenga conto di tutti i valori identitari di un territorio.
Infine, l’Associazione si mostra estremamente cauta nell’affrontare il tema del “Capitale Naturale” e dei “Servizi Ecosistemici” (come il Pagamento dei Servizi Ecosistemici).
Il Rischio di Mercificazione: si teme che queste definizioni, se usate in modo assoluto e non vigilato, possano condurre a “derive economicistiche” e alla “mercificazione” dei Beni Naturali, trasformandoli in asset finanziari.
La Vigilanza: L’Associazione invita a vigilare affinché il controllo di questi beni non venga trasferito dalle Comunità Locali e dallo Stato ai mercati finanziari. I meccanismi economici devono servire solo a compensare le comunità che gestiscono e mantengono in efficienza gli ecosistemi, senza mai arrivare ad alienare la proprietà e l’uso comune dei beni stessi.
In sintesi, la proposta di Italia Nostra mira a ridare ai Parchi la forza tecnica e l’indipendenza perdute, trasformandoli nel motore di una infrastruttura verde e blu nazionale, essenziale non solo per la natura, ma per il benessere e il futuro del Paese.
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Borghi
Il Piano Borghi, richiamato in questo documento, avvalendosi di specialisti delle molte discipline e settori economici interessati ben prima del crescente interesse verso i Borghi determinato dalla pandemia.
Esso scaturisce, a partire dalla conoscenza, conservazione e restauro dei caratteri architettonici, paesaggistici e ambientali, dalla necessità di mettere finalmente in pratica una serie di obiettivi troppo spesso da tutti enunciati ma mai seriamente perseguiti nel concreto.
Tali obiettivi possono essere così sintetizzati: riequilibrio territoriale dopo quasi un secolo di forte urbanizzazione; freno allo spopolamento delle aree interne, garantendo i servizi di base, e auspicando il ripopolamento delle aree marginali e/o abbandonate; conservazione delle caratteristiche storiche, architettoniche e ambientali, sicurezza antisismica e idrogeologica; prevenzione sismica.
Si ritiene che gli strumenti per perseguire tali obiettivi possano essere in sintesi: mantenimento dei servizi di base, creazione di occasioni di lavoro nei settori del restauro, della manutenzione del territorio – anche attraverso l’eliminazione degli interventi incongrui rispetto al contesto storico ambientale e paesaggistico – del turismo sostenibile culturale e naturalistico, incentivazione dei capitali privati, coordinamento e ottimizzazione delle risorse pubbliche ordinarie già esistenti e straordinarie, ove disponibili, definizione di procedure e tecniche di intervento unificate.
Il Piano affianca strumenti già esistenti quali il PSNAI 2021–2027, Piano Nazionale per le Aree Interne, rigettando però il pericoloso e inaccettabile assunto ivi contenuto nel quale si afferma: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso sincronizzato di declino e invecchiamento”, il Sisma Bonus, l’Ecobonus e ambisce a un inserimento nella programmazione del Recovery Fund, oltre alla possibilità di utilizzo di Fondi pubblici nazionali, assicurativi, bancari, di fondazioni private, ribaltando la logica secondo la quale dato un finanziamento si propone un intervento qualunque esso sia, riesumando progetti obsoleti e anacronistici, bensì elaborando un progetto organico e su di esso far confluire più canali di finanziamento.
Il Piano Borghi è inoltre allineato alla “Agenda ONU 2030 per uno Sviluppo Sostenibile”, alla “Agenda del Controesodo” di ANCI sui piccoli Comuni, alla Presidenza dell’Unione Europea riguardo la “con-creazione di strategie sul patrimonio culturale” quali motori di ripartenza post COVID, per una strategia di rinnovamento necessaria a tagliare le emissioni nocive, ridurre la povertà, con benefici sociali economici ed ambientali”.
Il Piano pertanto può definirsi come una strategia a breve, medio e lungo termine di conservazione e restauro del patrimonio storico architettonico e paesaggistico con particolare attenzione alla prevenzione sismica e con il contestuale rilancio compatibile dell’economia con particolare riferimento alle zone interne.
Conseguentemente, per quanto riguarda la gestione, il Piano prevede la costituzione di una struttura centrale dedicata e permanente dotata di personale adeguatamente formato, reperibile soprattutto con la mobilità orizzontale, con la funzione di coordinamento e indirizzo di Unità Tecniche Regionali e Tecnico Finanziarie Comunali e supportata da un Comitato Tecnico Scientifico interministeriale che veda rappresentati al suo interno MiC, MIT, MEF e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.






