Italia Nostra

Data: 27 Gennaio 2016

Italia Nostra: il ministro Franceschini promuova subito un confronto prima della seconda fase della riforma

Lo schema del Decreto Ministeriale illustrato dal ministro Franceschini il 19 gennaio scorso, rappresenta la prosecuzione della così detta riforma del Mibact, un’operazione che assume carattere sempre più strutturale e che persegue obiettivi non di semplice aggiustamento-ammodernamento di un sistema, ma di un suo radicale ridimensionamento-mutazione.

Italia Nostra esprime, al riguardo, le proprie forti perplessità, anzitutto sulle modalità con cui è stato elaborato e gestito il testo, senza alcun confronto con i fruitori e gli operatori – a qualsiasi livello – dei beni culturali. Soprattutto, Italia Nostra contesta che il disegno complessivo di riforma e le sue finalità non siano stati pubblicamente enunciati né all’inizio, né durante l’evoluzione del processo e neppure venga in alcun modo chiarito con quali risorse e strumenti, durante e dopo la profonda trasformazione in atto, l’efficacia delle azioni di tutela, primario dovere della Repubblica, possano risultare rafforzate nel contrasto allo sfruttamento speculativo del paesaggio. Permane, oltretutto, un pericoloso vuoto regolamentare a livello tecnico che impedisce la corretta mediazione tra qualsiasi riforma organizzativa e l’indispensabile garanzia di omogeneità nell’approccio rigoroso alla tutela presso uffici diversi a presidio del territorio, anche indipendentemente dalla configurazione delle loro attribuzioni.

Ad esempio, strumenti di radicale rilevanza come la Carta del rischio del patrimonio culturale, restano tuttora del tutto fuori dall’orizzonte della riforma ministeriale; i livelli minimi di qualità degli interventi di valorizzazione, che il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio esige dal 2004, non sono mai stati definiti e non si può ignorare che, senza linee-guida sui processi di conservazione programmata e restauro, altresì prescritte dal Codice, non soltanto restano indeterminate le misure di salvaguardia del patrimonio tutelato, ma neppure la ricerca scientifica, così come la formazione e l’assunzione di specialisti della tutela, può essere correttamente mirata.

Inoltre, il pericolo che il Codice degli Appalti pubblici venga riformato abolendo le prescrizioni sull’archeologia preventiva può creare simultaneamente sia danni irreversibili al patrimonio archeologico, che nel sottosuolo è sempre di proprietà statale, sia danni economici gravissimi agli enti e alle imprese che intraprendano lavori in aree archeologicamente rilevanti e, pertanto, si espongono alla necessità di dover riprogettare totalmente gli interventi o di abolirli.

In questa carenza di regole gravissima e colpevole, che da troppi anni indebolisce la tutela e rende incerta la correttezza e l’efficacia di progetti di valorizzazione, non si vede come il principio della gestione integrata della tutela con approccio interdisciplinare – in teoria del tutto condivisibile – possa concretamente attuarsi in modo efficace, oltretutto con l’illusoria formula del “costo zero”, che rischia in realtà di generare un costo molto concreto e pesante per la nostra collettività nazionale e per il nostro incomparabile patrimonio culturale, che , come ci ha spiegato la Corte Costituzionale, è un “valore primario e assoluto”, la cui tutela “precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici” (sentenza n. 367/2007).

La natura – tecnico-scientifica e non certo politica – dei procedimenti di vincolo e di autorizzazione richiede di potenziare l’autorevolezza e il ruolo delle figure professionali che ne portano la responsabilità, a qualsiasi livello, locale o centrale: su questa irrinunciabile esigenza non appare nei provvedimenti governativi, assunti e in fieri, alcuna neppur generica indicazione su procedimenti e responsabilità ultime di decisione, che non possono essere certo affidate a dirigenti senza adeguata competenza tecnico-scientifica. Anzi, la prospettiva, finora mai smentita, dell’assoggettamento delle Soprintendenze alle Prefetture non può prefigurare altro che la riduzione della tutela a mera amministrazione di scelte governative preconfezionate, contro la Costituzione e la giurisprudenza; non può essere, pertanto, altro che la negazione di programmi di valorizzazione che siano autentico strumento di sviluppo della cultura, in modo indipendente da qualsiasi maggioranza di governo e da qualsiasi interesse particolaristico e, proprio per questo, credibili nella prospettiva di cooperazione pubblico-privato sempre invocata.

Lungi dal porre un argine al silenzio-assenso e alla subordinazione delle Soprintendenze alle Prefetture – i nuovi Uffici Territoriali Unici – questa seconda fase delle riforma rischia di condannare alla definitiva paralisi strutture che da mesi – dall’entrata in vigore del DPCM 171/2014 – si dibattono in difficoltà gestionali drammatiche: senza alcuna chiarezza quanto ad organici, suddivisione di competenze e di risorse. L’entrata in vigore della prima fase della riforma, infatti, è avvenuta nel segno dell’improvvisazione e della mancanza di regole chiare e univoche ed ha mostrato, da subito, gravi carenze d’impianto. Invece di procedere a una revisione – correzione di rotta, con questo nuovo decreto, si accelera verso l’entropia.

Italia Nostra chiede, quindi, al Ministro di non procedere con inutile fretta all’adozione e attuazione di questo decreto, nel nome della necessità di una riflessione articolata e di una verifica sulla prima fase della riforma e di un confronto allargato, quanto mai indispensabile, in un passaggio così delicato per le sorti del nostro patrimonio culturale.

 

 

ITALIA NOSTRA – ufficio stampa

Maria Grazia Vernuccio tel. 335.1282864 – mariagrazia.vernuccio@gmail.com

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