Italia Nostra

Data: 18 Maggio 2011

Il carbone “pulito” non insozzerà il delta del Po. Importante vittoria di Italia Nostra

La megacentrale a carbone a Porto Tolle, nel cuore del Delta del Po, non si farà. Grande vittoria degli ambientalisti e dei comitati locali, degli imprenditori locali del turismo, della balneazione e della pesca, Italia Nostra in prima fila, rappresentata dall’avvocato Matteo Ceruti. Dopo una pronuncia sfavorevole del Tar Lazio, infatti, il 17 maggio il Consiglio di Stato ha rovesciato il verdetto annullando la valutazione di impatto ambientale espressa dal Ministro dell’ambiente per la costruzione di una centrale a carbone di circa 2.000 MW al posto della vecchia centrale a olio combustibile.

Sorpresa e costernazione dell’Enel, che mescola come d’abitudine le recriminazioni (“perduti 3.000 posti di lavoro”) alle minacce (“investiremo altrove”). Sollievo per tutti gli altri, dagli albergatori, ai comitati locali, alle associazioni ambientaliste, che vedono tramontare l’incubo di una delle più grandi centrali d’Europa in pieno Delta del Po, cioè dentro a un parco naturale regionale, oltre che zona SIC e ZPS, che in un paese ragionevole avrebbe tutte le carte per essere parco nazionale.

Ma questo non è un paese ragionevole, se nel Delta si pensava davvero di costruire una centrale termoelettrica a carbone. L’Enel aveva ovviamente fatto il battage necessario per sostenere che si sarebbe trattato di una centrale a “carbone pulito”, munita cioè di desolforatori e denitrificatori per abbattere gli ossidi di azoto e di zolfo. E ci mancherebbe. Ma è una “pulizia” sufficiente? Parrebbe di no, visto che una centrale a carbone “pulito” emette, comunque oltre a molta più diossina e metalli pesanti, 140 volte più anidride solforosa, 5 volte più ossidi di azoto, 70 volte più particolato e il doppio di anidride carbonica di una centrale a ciclo combinato, che oltretutto avrebbe potuto avvalersi del più grande terminale gasifero del mondo, già realizzato e funzionante al largo di Porto Tolle.

Una centrale a carbone di quel genere avrebbe inoltre richiesto l’allargamento della Darsena: in pratica la creazione di un porto dove sarebbero attraccate 75 navi carboniere all’anno e ne sarebbero partite altre 180 almeno per smaltire fanghi, gessi e ceneri risultanti dalla combustione.

Una follia ambientale nel cuore del Delta. E anche una follia paesistica. Che non è sfuggita alla locale Sopraintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio, il cui giudizio non lascia molti dubbi: “L’impianto esistente rimane, per dimensione e tipo di attività, un elemento del tutto estraneo all’ambiente deltizio e non armonizzabile con il delicato contesto paesaggistico circostante, pur tenendo conto degli accorgimenti di mascheramento previsti, affidati essenzialmente al rimboschimento selettivo delle aree circostanti e all’ampiamento della zona a verde”.

Giudizio chiaro, che non ha impedito però alla Direzione del paesaggio del Ministero dei beni culturali di dare il via libera all’opera, ribadita dal Ministero dell’ambiente e da una autorizzazione unica “tombale” del Ministero dello sviluppo economico. Ma qualcosa non ha funzionato, la VIA non è legittima, e dunque cade anche la successiva autorizzazione alla costruzione. E il carbone non insozzerà il Delta fluviale più bello d’Europa.

Luca Carra

Leggi la rassegna stampa

leggi l’articolo da “La Repubblica” del 27.05.2011

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