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04-04-2014

Nella Cattedrale di Faenza alterato lo storico assetto del presbiterio

L’adeguamento liturgico del presbiterio della Cattedrale di Faenza aggiunge un ulteriore deludente capitolo alla controversa questione della tutela dei beni culturali di interesse religioso in rapporto alle esigenze di culto, già affrontata e discussa da Italia Nostra nel convegno di Modena del 17 maggio 2012. Lasciando ad altri il commento sui costi, che si immaginano onerosi (prezioso l’onice iraniano!) e sull’opportunità di affrontarli nelle contingenze attuali, a noi preme sotto-lineare la criticità dell’inserimento dei tre nuovi elementi fissi. Altare, ambone, cattedra vescovile costituiscono un invadente ingombro visivo che altera la percezione consoli-data nel tempo dello spazio presbiteriale e mortifica la presenza fino ad ora dominante del prospetto settecentesco dell’altare progettato da Giuseppe Pistocchi. La ricercata scelta pseudo-minimalista degli arredi costituisce per altro una nota disso-nante per materiali e colori rispetto alla raffinata calda policromia marmorea dell’altare settecentesco che, già privato della sua funzione con la nuova liturgia, appare ormai irri-mediabilmente ridotto a inerte fondale scenografico. L’aver evitato manomissioni all’integrità fisica dell’esistente non ci pare accorgimento sufficiente a giustificare il carattere dell’operazione che in ogni caso si configura come l’alterazione di un assetto storico consolidato.

Ma quello che più sconcerta in questi nuovi arredi liturgici (così denominati dalla Curia medesima) è il più totale disinteresse che mostrano per il contesto. Sembra siano stati concepiti, e collocati, da chi non aveva acquisito nessuna preventiva conoscenza dello stato dei luoghi: e, irriverentemente, non avesse nessun interesse verso la sacralità del luogo. Solo così si può spiegare come la Cattedra vescovile sia stata collocata a pochi centimetri dall’altare settecentesco, in posizione assiale, con lo schienale, alto quasi quanto l’altare storico, che ne blocca ogni visibilità e persino del tabernacolo. E come le due sedute laterali, identiche e prive solo di schienale e braccioli, reiterino e rimar-chino con la loro collocazione, se mai ce ne fosse qualche dubbio, questo disinteresse. Non basta. La massiccia e vasta mensa è stata collocata senza badare all’assetto ed all’ubicazione delle lapidi pavimentali nella zona presbiteriale. Infatti copre, con totale indifferenza, gran parte della lapide centrale, lasciandone incredibilmente visibile (lato fedeli) un moncone di parte decorata e solo il rigo finale dell’iscrizione con metà, in senso longitudinale, del penultimo! La delicata questione degli adeguamenti liturgici conferma come il compito della tutela non sempre sia esercitato sul fondamento di irrinunciabili principi, ma sia spesso piegato alle opzioni dettate da pretese esigenze funzionali, fatte prevalere infine sulle ragioni della salvaguardia. E l’approvazione degli organi della tutela si riduce al lasciapassare, passaggio conclusivo di un iter del tutto carente, come nel caso della Cattedrale di Faenza, di quell’approfondimento culturale che avrebbe dovuto indurre la committenza al doveroso rispetto degli assetti storici e perciò a soluzioni del minimo impatto (invece bandite nell’ambizione di lasciare ai posteri il segno di una concettual-mente insostenibile competizione con l’antico).

Il direttivo di Italia Nostra, Consiglio Regionale Emilia Romagna

Italia Nostra Onlus