In ricordo di Bernardo Rossi Doria, già segretario generale di Italia Nostra e recentemente scomparso, si ripropone un suo articolo pubblicato sul bollettino di Italia Nostra 324 del 1995 e poi ripreso nel numero 517-18.
Nel 1995, alle soglie di un Convegno sui centri storici a Napoli che avrebbe fatto storia, Bernardo Rossi Doria articola in tre raccomandazioni, un nuovo approccio al futuro delle città, accordando il criterio della sostenibilità delle risorse, che si stava facendo strada in quegli anni di fioritura del pensiero ecologico, con la storicità delle città e dei loro centri storici. La ripubblichiamo oggi con qualche taglio per la sua attualità.
Mentre sono da tempo terminate le grandi migrazioni intorno al Paese, e mentre incremento demografico si è sostanzialmente fermato, le grandi aree urbane continuano ad estendersi e tendono a comprendere il territorio di più città, formando le cosiddette “aree metropolitane” All’interno di queste aree si continua ad occupare spazio per urbanizzazione mentre si riduce lo spazio agricolo e naturale. Nonostante questo progressivo ingrandimento lo spazio sembra diventare sempre più angusto. La congestione è crescente. La domanda di mobilità aumenta mentre l’efficienza delle infrastrutture diminuisce. La produzione di rifiuti cresce mentre le tecnologie di smaltimento non progrediscono. L’approvvigionamento idrico è sempre più difficile mentre lo smaltimento delle acque è inefficace e inquinante. Il suolo è inquinato e sterile; l’aria è irrespirabile; ambiente è rumoroso. Tutto questo ancora una volta ci coglie impreparati.
Per molti anni l’urbanistica ufficiale ha fatto fatica a seguire questa evoluzione travolgente. Si è perduta nella particolarità del disegno urbano, dell’intervento per “grandi opere”, scelte con il criterio della fattibilità, anche quando ciò contrastava con gli interessi della collettività. (…)
Le città sono il luogo della maggiore dissipazione di risorse. Sono il luogo della massima insostenibilità. È nelle città che prima di tutto occorre affrontare il problema. Ma la città è una costruzione storica. È il luogo in cui gli uomini si incontrano, costruiscono delle relazioni tra di loro e con l’ambiente di cui sono parte. Da sempre vi hanno operato riconoscendo i caratteri e gli equilibri dell’ambiente e li hanno modificati e adattati a un progetto di vita. Ma è anche nella città che gli uomini contemporanei si riconoscono e riconoscono la loro individualità e la loro diversità. Per questo resistono o comunque provano disagio e disorientamento quando qualcosa della loro identità viene perduto, quando la loro città perde l’attestato della propria storia.
La città è anche storicamente luogo di cambiamento. Ogni cambiamento lento e progressivo ha aggiunto informazione, ha incrementato la specificità, l’identità del luogo.
Ogni generazione ha ereditato quella identità e vi ha aggiunto la propria esperienza. (…) Per questo una generazione che pretende di fondare la propria esperienza sull’ignoranza di questo patrimonio non fa altro che impoverirsi. (…)
Una prima raccomandazione per prefigurare il futuro delle città è di uniformarsi alla considerazione che la nuova città non può che stare nella vecchia e che la vecchia città è dentro la nuova. E tuttavia se la città è il luogo del cambiamento e il tempo ne scandisce lo sviluppo, occorre anche ricordare che il cambiamento ha una sola direzione. Quel che la città ha incorporato non può essere distrutto. (…)
Per fare questo occorre che ci si adegui ai tempi di digestione dei rifiuti e di rigenerazione delle risorse. Vuol dire che occorrerà ricercare modelli di vita diversi (austeri, parsimoniosi, sobri …) e che le città non potranno più essere dei luoghi dove si stravolgono i tempi e i cicli delle risorse. Quel che succede nelle grandi città italiane è emblematico: la popolazione non cresce, ma lo spazio urbanizzato aumenta. La città contemporanea come si è osservato è sempre più angusta e congestionata perché nonostante che si dilati nello spazio, dispone di spazio sempre più ristretto. Molta parte dello spazio aggiunto non serve per la vita urbana, è occupata dai rifiuti e dalle strutture per il loro trattamento, deposito ecc.; è anche occupata dall’espandersi di modelli di mobilità che sono perversi laddove per essere efficienti domandano più spazio e, laddove lo ottengono, diventano meno efficienti e restringono lo spazio e la qualità della vita. Uno svincolo autostradale può occupare una superficie grande come un centro storico dove possono vivere mille abitanti. (…)
Dunque una seconda raccomandazione per il futuro è quella di arrestare il processo di occupazione dello spazio urbano e territoriale per i rifiuti, l’inquinamento, il rumore e le loro infrastrutture. L’arresto sarebbe comunque soltanto una manifestazione di intenzioni innovative. Ad esso dovrebbe seguire il recupero degli spazi già occupati dall’inquinamento e dalle sue infrastrutture. E’ questa l’operazione più difficile perché è prevedibile che abbia tempi lunghissimi. Un suolo inquinato non si rigenera con la stessa velocità con cui si è sterilizzato. (…)
Non è pensabile dunque che lo sviluppo futuro della città possa consistere in un ampliamento smisurato del suo spazio e identificarsi nel luogo di massima dissipazione delle risorse. Ma le città hanno assunto questo carattere solo in tempi moderni. Vi sono stati tempi in cui la relazione tra la città e le risorse era equilibrata. Dobbiamo ripensare a quelle esperienze per immaginare la città futura.
L’Italia, con il suo territorio, è attestato più significativo di queste esperienze. Sono le “cento città”, che ne definiscono notoriamente l’identità. Questa identità è tanto più nitida oggi dove esse non sono cresciute a dismisura.
La terza raccomandazione da fare in materia di politica delle città è da una parte qμella di consolidare, riconquistare le città piccole e medie, riappropriandosi della loro qualità intrinseca, e dall’altra cercare di ridimensionare le città grandi, un processo in tal senso è già per molti versi in atto. (…) Nelle piccole e medie città i servizi educativi, sociali e sanitari funzionano meglio perché è più agevole gestirli responsabilmente. Così è anche per i trasporti pubblici, non c'è bisogno di costosissime metropolitane, bastano i tram e gli autobus. Ma soprattutto questo processo porta con se la spinta a riappropriarsi del territorio naturale e agricolo, il cui equilibrio, la cui tutela, è completamente inscindibile della piccola e media città, sta dentro di lei e non lontano da lei, come è nel caso della metropoli.
Si può osservare, a conclusione, che in realtà le cose non vanno come è detto in questi pochi accenni. È vero, ci sono solo sintomi. Da qui a prefigurare una politica delle città ne corre, e molto. Ma perché aspettare ancora?






