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Data: 28 Ottobre 2020

Beni comuni: a Palermo la vicenda della vendita giudiziaria di Palazzo Di Napoli è emblematica

L’incresciosa vicenda della vendita giudiziaria di Palazzo Di Napoli è emblematica di una situazione che, non solo a Palermo, ha riferimento con i Beni comuni. La questione è complessa e pone diversi interrogativi: quanto il legittimo diritto alla proprietà privata influisca con l’uso delle parti comuni di una città;  quanto i seppur rigidi dettami legislativi che pure esistono possono avviare un giusto godimento e una appropriata fruizione, sia per il privato che per il pubblico di un Bene, e infine, come i cittadini possono intervenire in questioni amministrative sulle destinazioni dei Beni stessi. A ciò si aggiunge l’aspetto economico da non sottovalutare, non sempre possibile per privati ed imprese, se non se ne trae il giusto profitto, e neanche per le amministrazione, sempre alla ricerca dei fondi. Ecco che allora, i nostri beni, perché in questo caso più che mai il bene appartiene affettivamente alla comunità,  vanno letteralmente all’asta!

La vicenda che ha coinvolto la proprietà del palazzo è stata quasi rocambolesca; prima un progetto di vasto respiro ma con un oneroso carico finanziario, creare un hotel-museo accorpando due significativi palazzi storici, uno dei quali palazzo Costantino, splendida dimora settecentesca con saloni affrescati, purtroppo svuotato degli arredi mobili e fissi (che nelle intenzioni della proprietà sarebbero stati ricomprati o comunque sostituiti con elementi analoghi), l’altro palazzo, oggetto dell’asta, lasciato in abbandono e in condizioni statiche rovinose, ma in una posizione unica per la città, nel punto d’incrocio delle due strade principali affacciato su piazza Villena. Per questo progetto è stato necessario un cambio di destinazione d’uso, ottenuta nel 2007.

Ma le cose non sono mai semplici e così per le lungaggini burocratiche il progetto sfuma, l’impresa si tira indietro, rimane un unico proprietario, e l’esposizione nei confronti degli istituti di credito. Malgrado il tentativo di offrire l’importante complesso architettonico, così com’è cioè allo stato di cantiere, alle pubbliche amministrazioni  (Comune, Regione) i tentativi rimangono lettera morta. Perché?  Troppo oneroso continuare i lavori per destinazioni pubbliche? Non interessa alle pubbliche amministrazioni trovare spazio per quelle funzioni desiderate da decenni e mai concretizzate, come l’auspicato Museo della città?

Troppo complicato pensare ad una rimodulazione delle funzioni di pezzi della città?

Impossibile anche pensare ad imprese private, sia del settore commerciale che del settore culturale (il comparto è stato offerto ad una nota multinazionale commerciale, ma anche al MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo per una sede a Palermo) per le lungaggini burocratiche e normative.

E allora è meglio che un comparto della città, il più centrale per giunta, vada in asta? Che venga aggiudicato per la metà del suo valore (economico) e che diventi un residence di lusso o un hotel  di prestigio?

E solo ora i cittadini si stanno interessando al problema, quando il palazzo ha le ore contate per poter trovare una nuova vita anche con funzione pubblica.

Vicende distorte come questa non sono isolate. Esistono altri comparti nel centro storico da tutelare, prima che il tempo cancelli quel che è rimasto; è il tempo, si sa, lavora meglio e più in fretta di qualsiasi amministrazione  e di qualsiasi impresa. 

Ecco forse la questione più importante è proprio questa: ai cittadini interessano le sorti della città? Quanto viene fatto per comprendere fino in fondo i meccanismi che fanno muovere imprese, privati e amministrazioni? Fatti salvi i diritti inalienabili, la legittimità degli atti giuridici, l’esistenza di leggi di tutela, ormai assodate,  se Italia Nostra può avere un ruolo in questo campo è quello dell’educazione del cittadino a guardarsi attorno, a non lasciare che le cose accadano, che abbia un’opinione e che possa intervenire, se è il caso, per tutelare ciò che è un suo diritto: la cura di un Bene comune. Perché la città nel suo insieme lo è, con il suo bagaglio di storia, di stratificazioni urbanistiche, di beni materiali, monumentali e artistici. 

Adriana Chirco

 

 

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