Italia Nostra

Data: 13 Dicembre 2021

 “Il brigante”: Giuseppe Tallarico commenta il convegno dedicato alla pellicola

Ebbene, anche Casabona, come tanti altri paesi della Calabria, ha avuto un ruolo nel dare un piccolo contributo alla storia della cinematografia italiana.

Un Casabonese e precisamente Francesco Seminario (meglio conosciuto col nome di Ciccio), fu scelto in passato dal famoso regista post neorealista, Renato Castellani, per realizzare il film “Il brigante”, tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Berto.

Renato Castellani, tra il 1958-59, nel dover girare la sua pellicola, ambientata durante il secondo conflitto mondiale in terra di Calabria, ha preferito come scenari per l’ambientazione alcuni paesi del Crotonese: Cutro, Santa Severina, Scandale e Zinga.

Per protagonisti, oltre agli attori già affermati come Adelmo di Fraia e Serena Vergano, ha scelto, per i suoi personaggi, attori non professionisti, tra questi, Francesco Seminario, allora bambino, il quale, nei panni di Nino, rivelò una inaspettata bravura, divenendo inevitabilmente la stella principale del film.

Tutto questo lo possiamo cogliere da un’intervista a Francesco Seminario, realizzata nel 1990, nella quale racconta alcuni momenti di quel favoloso periodo.

“Avevo 14 anni e la quinta elementare quando feci il film. Castellani, con Eriprando Visconti e Armando Nannuzzi, girava in tutti i paesi del circondario per trovare il protagonista. Un giorno, a Casabona, il banditore passò per tutte le vie del paese per avvisare che un regista stava facendo dei provini per un film. Andarono tantissime persone, ma io non ci andai, poiché i miei genitori non mi portarono.

Un giorno me ne andavo in giro per il paese mangiando un pezzo di pane e incontrai Castellani mentre usciva dal Municipio, dove era andato a salutare il sindaco (Iole Minarchi). Mi sono accorto che questa persona mi guardava in modo fisso, ma io non sapevo chi fosse. Si avvicinò, ha chiesto come mi chiamavo e cominciò a farmi delle fotografie. Dopo circa una settimana è ritornato e mi ha sottoposto a dei provini.

Dopo un mese mi fecero sapere che mi avevano scelto per la parte e subito venne a Casabona il segretario di produzione per far firmare il contratto a mio padre, 900.000 lire. Si parlava di sei mesi di riprese, ma ce ne sono voluti 14.

Certo, i miei genitori all’inizio erano un po’ preoccupati, ma sulla spinta dei soldi e dei paesani, nell’aprile del 1959 mi fecero andare a Roma e vi rimasi due mesi, abitando con Castellani. Ogni mattina andavamo a Cinecittà per girare, ma all’inizio non sapevo neanche della sua esistenza. Il primo giorno l’impatto fu forte; nei corridoi di una palazzina ho visto uscire due ragazze coperte da un trasparentissimo velo. Ho detto a Luciano, l’autista della produzione: ‘ma non si vergognano ad andare in giro vestite in quel modo?’ Luciano si mise a ridere e mi ha detto che erano delle attrici: quello era stato il mio primo piacevole impatto con il cinema.

La prima volta che mi hanno inquadrato con una cinepresa mi sono sentito un po’ sperduto, pensavo che mi potessero prendere in giro. La prima volta è stato un disastro: non ricordavo le battute, mi confondevo sempre. Mi hanno aiutato molto i rapporti con gli altri attori. Serena Vergano era affettuosa, mi voleva molto bene; ma forse perché nel film era mia sorella.

Ma mi trovavo bene con tutta la troupe. Castellani aveva ordinato che dovevano spiegarmi qualunque cosa io chiedevo. In paese erano tutti contenti e molti paesani, utilizzati come comparse, erano retribuiti nella misura di mille lire al giorno.

Avevo spesso giornate negative che non ricordavo niente. Eriprando Visconti, l’aiuto regista, mi suggeriva cosa dovevo fare: tante volte mi faceva dire dei numeri al posto delle parole, spiegandomi che poi si sarebbe aggiustato tutto al doppiaggio.

A volte entravamo nella sala di doppiaggio alle nove di mattina e uscivamo a tarda sera, anche a mezzanotte; delle volte ero sfinito, dormivo all’impiedi… Per essere sicuro che avevo recitato bene, guardavo sempre Castellani e quando lo vedevo contento mi dicevo: “anche questa volta ci ho azzeccato…!”

Durante le riprese qualche volta non capivo bene come si svolgeva la storia. Castellani mi spiegava tutto, come mi dovevo comportare scena per scena… era molto bravo, perché mi faceva entrare subito nel personaggio.

Un giorno a Gambarie d’Aspromonte mi hanno fatto una sorpresa. Visconti, l’aiuto regista, mi ha dato un giornale e mi ha detto di sfogliarlo: ad un certo punto ho visto la mia fotografia e mi sono emozionato: mi hanno fatto telefonare a casa e ho raccontato della fotografia del giornale ai miei genitori.

Naturalmente i miei genitori erano contenti, ma non sono mai venuti a vedermi sul set. Durante i mesi delle riprese in Calabria abitavo in albergo a Crotone, con tutta la troupe, ed ero controllatissimo: dovevo dire sempre dove andavo e con chi. Comunque, andavo sempre in giro con qualcuno della troupe, e Castellani mi chiedeva sempre se avevo soldi e, quasi ogni domenica, mi dava diecimila lire come regalo.

Finito il doppiaggio, Castellani mi propose di continuare la scuola in un collegio a Roma. Avrebbe pagato tutto lui, senza nessun problema. All’inizio, nel 1961, ho accettato e ci sono andato volentieri. Era un collegio lussuosissimo, frequentato da gente perbene: la retta era di 50.000 lire al mese. Però, dopo pochi giorni ho chiesto di andare via, perché c’erano delle regole troppo severe. Castellani ha cercato di convincermi di restare, ma io ero ormai deciso ad andarmene per far ritorno al mio paese”.

 

Trama del film

 

Nino Stigliano, undicenne, diventa amico di Michele Rende, giovane scavezzacollo, amante della sorella del podestà, promessa sposa di un notabile. Nel frattempo il notabile viene trovato morto e la colpa è attribuita a Michele, il quale è innocente. Arrestato e condannato, Michele fugge durante un bombardamento (siamo nel 1942) e va in montagna a combattere con i partigiani. Finita la guerra, Michele torna in paese deciso a vendicarsi ma cambia idea grazie alla dolcezza di una ragazza, Miliella, la sorella di Nino.

Viene accettato dalla comunità senza ulteriori guai giudiziari, col tempo diventa il paladino dei contadini oppressi dal latifondo. Li guida nella lotta e nell’occupazione delle terre incolte, sfidando un’altra volta il potere costituito. Il conto gli viene presentato di nuovo, e il giovane è costretto a scappare ancora una volta sui monti. Lo segue Miliella, che lo ama e che attende un figlio da lui.

Quando la donna viene uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri, Michele, come impazzito, scende in paese con un mitra in mano e uccide a caso chiunque trova sul suo cammino. Proprio, mentre il suo sogno di veder redistribuite le terre ai contadini sta per avverarsi, egli cade sotto i colpi di un appuntato, che per aver solidarizzato con lui era stato espulso dall’arma.

Il film “Il brigante” è stato realizzato nel 1960 (11 mesi di riprese in Calabria) ed è costato 98 milioni di lire. Nelle scene dell’occupazione delle terre ci sono 600 comparse. Castellani ha girato 200 mila metri di pellicola con una troupe piccolissima e con la partecipazione di persone del posto.

Quando è stato finito, il film ha fatto impressione, la gente stava lì tre ore e mezzo per vederlo. Poi i distributori cinematografici hanno cominciato con le loro richieste di tagli e anche il dott. Chiarini che lo voleva per Venezia ha chiesto di tagliarlo un po’. È andata via quasi un’ora e il film si è un po’ squilibrato durando 137 minuti. La musica del film venne composta da Nino Rota ed è stata arricchita da una canzone calabrese: “’A pampina ’i da cerza”, cantata da un improvvisato coro di Casabona.

 

L’occupazione delle terre nel Crotonese

 

Il film di Castellani mette in evidenza la secolare storia del latifondo con i suoi sopprusi e le sue ingiustizie sociali, ma soprattutto l’occupazione delle terre che è stato un evento epocale per la storia del nostro Mezzogiorno, dove il popolo minuto ha sempre sofferto una fame atavica di territori coltivabili. E se poi aggiungiamo i danni inflitti dalle due guerre mondiali, imaginiamo un po’ lo stato miserevole della popolazione.

Il secondo conflitto mondiale, infatti, aveva distrutto la già fragile economia meridionale: braccianti e contadini erano più poveri di prima, interi paesi erano senza strade, senza luce, senza acqua corrente, senza medici e scuole, il tutto era ulteriormente aggravato dalle pessime condizioni igienico-sanitarie e dal diffondersi continuo di malattie endemiche. Anche il Crotonese subì le tragiche conseguenze del conflitto, bisogna ricordare le drammatiche esigenze dei suoi abitanti, quelli poveri, per intenderci, che costituivano la forza lavoro dell’intero territorio; dalle loro tavole mancavano gli alimenti essenziali per la sopravvivenza, bassi erano i salari, inesistenti i contratti e per trovare lavoro in tanti si riversavano su Crotone, dormendo sotto i portici di piazza Pitagora o nelle grandi masserie dei baroni.

Da tutti questi disaggi di sopravvivenza, uomini coraggiosi decisero di sfidare il potere statale: “andare ad occupare le terre abbandonate per placare la povertà che serpeggiava ovunque”. Proprio da questi primi tumulti, nel settembre del 1944, partì da Casabona la prima iniziativa di occupare le terre incolte e si riversarono nel feudo di don Antonio Caputi, mille ettari, sulla sponda destra del fiume Vitravo. La storica manifestazione venne organizzata dai dirigenti politici e sindacali di Casabona e guidata da Adolfo Oliverio e Pasquale Poerio; quest’ultimo, testimone oculare, annota in breve il memorabile evento: “Ricordo una fiumara di persone, di carri, di animali. Non avevo mai visto prima tanti contadini messi insieme”.

Prima del 1944, le lotte per l’occupazione delle terre a Casabona erano già iniziate il 16 settembre 1943 (all’indomani della firma dell’armistizio), con le truppe alleate appena giunte a Crotone. In quel periodo i Casabonesi, organizzati da Nicola Caligiuri e da altri dirigenti della politica locale, occuparono i fondi demaniali di Spartizzi e Acquadolce, usurpati dal marchese Berlingieri.

Ritornando all’occupazione sul Vitravo, il Governo provvisorio e le forze alleate, dinanzi a questo corposo raggruppamento di contadini, ebbero un certo ritegno nel prendere qualche iniziativa; quella prima occupazione poteva accendere la miccia di chissà quante altre e quindi decisero di far sgomberare pacificamente le terre occupate inviando sul posto i carabinieri e le truppe marocchine che soggiornavano a Crotone.

Ci dice Pasquale Poerio in un suo memoriale: “Ricordo la lunga interminabile fila di cingolati che risaliva il corso del Vitravo, mentre i contadini ignari di tutto stavano preparando il terreno per la semina autunnale. Molti ebbero paura che sarebbe avvenuta una carneficina. Invece, i contadini casabonesi e i soldati marocchini fraternizzarono. Capirono di essere entrambi gente povera, che lottava per sopravvivere. Le donne tirarono dalle sporte quello che avevano da mangiare: pane, sarde salate, olive, formaggio, vino e lo distribuirono a tutti per cui finirono per solidarizzare con i militari”.

Proprio da Casabona partì, dunque, quel movimento di lotta di contadini e braccianti che chiedevano l’assegnazione delle terre incolte. “Verso la fine di settembre del 1944 i Casabonesi e gli Zinghitani procedettero alla picchettatura di una parte del territorio del comune di Casabona, poiché secondo le loro tesi apparteneva al Comune in quanto terreno ex demaniale usurpato dagli attuali proprietari e possessori. Successivamente nella prima decade di ottobre si procedeva alla lavorazione e semina di detti terreni.

 

Zinga, 11 dicembre 2021.

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