Nazionale

09-04-2019

Non solo isole in vendita: il piano dismissioni del governo

I commi 422-434 della legge di Bilancio 2019 (legge n. 145/2018) prevedono un programma straordinario di dismissioni di immobili pubblici che dovrebbe garantire un introito minimo di 950 milioni di euro per l’anno 2019 e di 150 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021.

Per fare questo entro il 30 aprile 2019 verrà approvato un “Piano di cessione di immobili pubblici” che dovrebbe ricomprendere: a) beni di proprietà dello Stato non utilizzati per finalità istituzionali (al momento non è dato sapere se nell’elenco sia ricompreso anche il demanio culturale che, lo ricordiamo, dal decreto Melandri del 2000 in poi è liberamente alienabile); b) beni in uso al Ministero della Difesa diversi dagli alloggi di servizio; c) beni del cosiddetto “federalismo patrimoniale” la cui richiesta non è stata formalizzata dagli enti locali in tempo utile; d) beni di altri enti.

La legge di Bilancio non introduce nuove metodologie di cessione, ma un insieme di disposizioni che vanno a facilitare la modifica delle destinazioni urbanistiche dei beni, il grande scoglio di ogni operazione di alienazione del patrimonio immobiliare pubblico degli ultimi anni. Sono quindi previste royalties a favore dei comuni su ogni singola vendita, destinazioni d’uso per zone territoriali omogenee e assentibilità in via diretta degli interventi edilizi approvati in conferenze di servizi e accordi di programma (cioè attuabili direttamente dal privato mediante SCIA, norma quest’ultima sospetta di illegittimità costituzionale per il mancato coinvolgimento delle regioni).

«Si pensa così di ripianare il Bilancio dello Stato ma purtroppo, come per altre simili operazioni tentate da governi precedenti, l’alienazione di beni di pregio produrrà solo magri ricavi», commenta amaramente Mariarita Signorini, presidente nazionale di Italia Nostra.

L’idea infatti di far cassa mediante la dismissione del patrimonio pubblico non è nuova. Dopo i tentativi del primo Governo Prodi (1996), la vera “età dell’oro” si è avuta con il Governo Berlusconi del 2001: dalle cartolarizzazioni alla creazione della Patrimonio dello Stato Spa (una sorta di clone dell’Agenzia del Demanio), dall’invenzione della Infrastrutture Spa (che avrebbe dovuto impiegare i beni pubblici come garanzia per la realizzazione delle grandi opere pubbliche) alla progressiva introduzione della trattativa privata nella cessione dei beni. “Età dell’oro” si fa per dire, poiché delle tre operazioni in cui si è sostanziato lo strumento più efficace (le cartolarizzazioni), la SCIP1 ottenne un qualche risultato, soprattutto per il lavoro prodromico effettuato dagli enti previdenziali, mentre la SCIP2 venne liquidata poiché i costi gestionali si rivelarono maggiori dei ricavi e la SCIP3 (che sarebbe dovuta essere dedicata ai beni militari) neanche nacque.

Il periodo in cui l’Agenzia del Demanio è stata guidata da Roberto Reggi è sembrato segnare un’inversione di tendenza: alla politica della vendita tout court si è sostituita quella della concessione a lungo termine, utilizzando una vecchia normativa introdotta dalla legge finanziaria del 2007 (la “concessione di valorizzazione”) che ha dato luogo a operazioni quali “Valore Paese – Fari” e “Cammini e Percorsi”.

Parallelamente si è cominciato ad impiegare un altro strumento di gestione finanziaria del patrimonio immobiliare dello Stato (simile alle cartolarizzazioni): i fondi comuni di investimento immobiliare ad apporto pubblico. Per far questo sono state costituite apposite società di gestione del risparmio (SGR), che hanno come azionista Cassa Depositi e Prestiti (CDP Investimenti) o lo stesso Ministero dell’Economia (Invimit), con il preciso scopo di acquisire beni dall’Agenzia del Demanio e rivenderli o valorizzarli in un’ottica di mercato. Ma poiché in Italia delle buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, uno strumento che mirava ad introdurre elasticità nel sistema si è trasformato nel 2013, durante il Governo Letta, in un meccanismo di salvataggio del bilancio di enti locali filo-governativi, attraverso l’acquisizione di asset comunali “non performanti”.

Infine un capitolo importante della telenovela dismissioni (anche se tecnicamente sarebbe più corretto di parlare di trasferimento fra enti) è stato il “federalismo demaniale” (D.Lgs. n. 85/2010). Nato come costola del ben più noto federalismo fiscale, è resistito all’intervento demolitorio della normativa autonomistica attuato dal Governo Monti e si sostanzia nella cessione gratuita alle regioni e agli enti locali di interi comparti di patrimonio pubblico (demanio marittimo, demanio idrico, demanio militare, demanio aeroportuale, miniere, beni patrimoniali, ecc.).

La parte ad oggi attuata, cioè quella relativa ai beni patrimoniali (D.L. n. 69/2013) e al demanio culturale, ha però messo in evidenza molte criticità, come l’acquisto di beni fuori scala rispetto alle risorse finanziarie e organizzative delle amministrazioni locali e la conseguente rivendita dei beni o la loro privatizzazione, con buona pace dei principi di fruizione pubblica previsti dal Codice dei beni culturali. Due esempi su tutti nel comune di Venezia: il tentativo di trasformare il rinascimentale Forte di Sant’Andrea in edificio di servizio di una vicina base nautica (sventato da un ricorso vinto al TAR dalla locale sezione di Italia Nostra) il complesso monumentale risalente alla Grande Guerra di Forte Cosenz, divenuto sede del dopolavoro dei dipendenti della Regione Veneto.

Mariarita Signorini – Presidente nazionale Italia Nostra

Andrea Grigoletto – Italia Nostra Venezia

L’ufficio stampa | Flavia Corsano | ufficiostampa@italianostra.org | Cell. 335-5344767

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per approfondimenti:

leggi il Bollettino di Italia Nostra n. 502 “AAA fari in vendita” https://www.italianostra.org/wp-content/uploads/Bollettino-502.pdf

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