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25-04-2020

Portoferraio – Isola d’Elba, Chiesa di San Nicolò a San Pietro in Campo

 

Indirizzo/Località: Piazzale Belvedere, 57034 San Piero In Campo – Isola d’Elba (LI)

Tipologia generale: architettura religiosa

Tipologia specifica: chiesa

Configurazione strutturale: antica pieve romanica caratterizzata da due absidi identiche tra loro e corrispondenti ad altrettante navate. L’edificio, ha problemi causati dall’umidità che stanno intaccando gli affreschi, ed anche le cattive condizioni del tetto mettono questo raro gioiello architettonico in grave pericolo.

Epoca di costruzione: sec. XII su tempio romano del VII secolo

Comprende: al suo interno antichi affreschi che, sebbene fortemente ridotto rispetto alla sua estensione originaria, vi si riconoscono, preceduti da una Crocifissione con i Dolenti, tre riquadri nei quali campeggiano l’arcangelo Michele, un santo vescovo e S. Sebastiano

Uso attuale: aperta la culto

Uso storico: ricostruita sulle rovine di un tempio del settimo secolo all’epoca realizzato in onore del dio Glauco, divinità pagana che proteggeva i naviganti, nel corso dei secoli  ha subito numerosi rimaneggiamenti e la caratteristica forma della pianta a due navate di uguale ampiezza e con due absidi ne fa un unicum nel suo genere.

Condizione giuridica: proprietà pubblica

Segnalazione: del 18 marzo 2020 – segnalazione della sezione Arcipelago Toscano di Italia Nostra – arcipelagotoscano@italianostra.org

Motivazione della scelta

 

Nel vasto e articolato panorama dell’edilizia religiosa medievale all’Isola d’Elba la chiesa di S. Niccolò di S. Piero in Campo, già dei SS. Pietro e Paolo, occupa un posto di assoluto rilievo. La contrassegnano in tal modo innanzitutto le sue due absidi che, identiche tra loro e corrispondenti ad altrettante navate, implicano un principio di fondazione, non ravvisabile nelle restanti chiese bi-absidate della Toscana, tutte di origine mono-absidale e modificate per addizione.

Purtroppo l’edificio, dopo le tante manomissioni ha problemi causati dall’umidità che stanno intaccando gli affreschi (tutti datati tra XIII-XIV secolo), ed anche le cattive condizioni del tetto (che ha bisogno di urgenti interventi di manutenzione) mettono questo raro gioiello architettonico in grave pericolo.

L’impulso all’origine di una tale straordinaria presenza, quando si supponga una più accentuata diffusione del modello in ambito monastico, potrebbe essere individuato nella tradizione cenobitica documentata nell’Arcipelago Toscano e in Corsica, nel cui seno fiorì con certezza la chiesa bi-absidata di S. Mariona di Corte, emanazione della vicina abbazia di S. Stefano di Venaco, proprietà del Monastero di Montecristo, il quale, oltre che in Corsica, ebbe vasti possedimenti e influenza all’Elba. Compresa, sul finire del XIII secolo, nel novero delle plebane toscane tenute a versare una decima alla Camera Apostolica, la chiesa di S. Niccolò conserva solo in parte i suoi primitivi tratti romanici. Di piena evidenza sono quelli che si identificano con un ampio brano della sua facciata sinistra, caratterizzato da un paramento di conci regolari in granito e in calcare alberese posti in corsi paralleli, suddiviso all’esterno in specchi individuati da lesene. Le navate appaiono divise da arcate che poggiano su due colonne, una delle quali, interamente in granito, conclusa da un capitello con una rappresentazione zoomorfa ad altorilievo in cui si vogliono riconoscere delle affinità con un suo similare, attribuito a un “Bonamicus Magister”, attivo nella cattedrale di Pisa nel XII secolo, conservato nella chiesa di S. Giovanni Battista di Mensano, a sua volta con dei punti di contatto in altre chiese della Val d’Elsa.

Pieno di fascino, questo interno è la cornice di un ulteriore motivo di attrazione dell’antica plebana. Esso consiste in un affresco che, sebbene pervenutoci fortemente ridotto rispetto alla sua estensione originaria, conserva una qualche leggibilità. Vi si riconoscono, in particolare, disposti in successione paratattica, preceduti da una Crocifissione con i Dolenti, tre riquadri nei quali campeggiano altrettante figure di campioni della fede: l’arcangelo Michele, in elmo e corazza, la spada sguainata; un santo vescovo che non sembra offrire elementi iconografici peculiari e S. Sebastiano.

Le liste che li separano ospitano delle candelabre forse a fiori di aloe, riconoscibili con maggiore sicurezza in una decorazione a velari distesi lungo uno zoccolo quasi a scoprire un riferimento alla resurrezione della cane. L’opera non è facilmente attribuibile a una mano o a una scuola. Verrebbe forse in aiuto un raffronto rigoroso con un altro affresco visibile nella chiesa di S. Croce di Populonia, di impianto simile, realizzato nel 1515, per il quale è stato chiamato suggestivamente in causa il celebre Sodoma, per la prima volta in quell’anno al servizio dei D’Appiano, signori di Piombino e dell’Elba. Allo stesso modo saremmo per escludere un nesso tra il maestro vercellese, che pure frequentò l’isola e ci lavorò, se non ingannano la critica più avvertita i resti di un affresco individuato recentemente nel santuario della Madonna del Monte di Marciana, e il dipinto in S. Niccolò, nel quale si potrebbe cogliere, semmai, come è stata autorevolmente colta, una traccia della diffusione della pittura catalana in Italia sul finire del Quattrocento o agli inizi del Cinquecento.

Si fa rilevare, in ultimo, come S. Niccolò si distingua per la sua icnografia, esito della fusione del suo profilo con quello di due possenti torrioni avvenuta nel quadro di un disegno inteso a rafforzare il dispositivo difensivo insulare contro la crescente minaccia delle flotte turche e barbaresche anche attraverso la fortificazione di alcune chiese. L’intervento, documentato nel 1567, trascorso un decennio dalla sua attuazione, come ci inducono ad affermare degli attendibili riscontri, fu il più invasivo tra quelli mirati che ebbero luogo localmente nello stesso torno di tempo. Mentre, infatti, le chiese prescelte per soddisfare la medesima funzione strategica – S. Giacomo di Rio, S. Niccolò di Poggio e S. Ilario del centro omonimo – mantennero sostanzialmente integre le loro strutture, la nostra vide un sensibile arretramento della sua facciata, che divenne il lato orientale di una piazza d’armi concepita per accogliere al bisogno la manovra dei ranghi di una milizia civica, forte, nel 1574, di cinquantuno uomini. Evidentemente destinato a questa piccola, ma solida cittadella fu un “pezzo di artigliaria” per l’acquisto del quale la comunità si caricò di un gravoso prestito di “quaranta scudj d’oro”.

Alla riduzione dell’aula si accompagnò la demolizione della parte di tetto che la copriva, delle due campate sottostanti e di una ragguardevole porzione degli affreschi. Con ogni probabilità furono ancora le esigenze dell’apparecchio bellico a dettare il riempimento dei vani absidali, che oggi si riconoscono solo attraverso gli archi d’imposta.

Valgano queste sintetiche note alla conoscenza di un monumento paradigmatico della ricchezza culturale delle realtà periferiche in Toscana e alla sua valorizzazione che, come Italia Nostra, auspichiamo sempre più continuativa e convinta.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

E LOMBARDI, Vita eremitica nell’Isola d’Elba e nella vicina costa tirrenica, Brescia, 1961.

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  2. PIEROTTI, Pievi pisane a due navate, Pisa, 1965.
  3. MORACCHINI, Les eglises romanes de Corse, Paris, 1967.
  4. MORETTI R. STOPANI, Chiese romaniche dell’isola d’Elba, Firenze, 1972. ID., La Toscana (Italia romanica), Milano, 1982.
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  7. VANAGOLLI, Per una storia della Chiesa in Toscana nell’Età della Controriforma. Pastori, obbedienza, indisciplina, popolo e “rabbia turchesca” nelle visite pastorali del vicario del vescovo di Massa e Populonia all’Isola d’Elba (13-31 marzo 1567), in “Quaderni di letteratura arte e storia”, 2, Livorno, 2009.
  8. PACCHIARINI, Le chiese fortificate dell’Isola d’Elba. Documentazione per la conoscenza, Tesi di Laurea, Università degli studi di Firenze, Facoltà di Architettura, a. a. 2009-2010.
  9. e S. FERRUZZI G. PERIA, S. Maria del Monte. Storia di un santuario dell’Isola d’Elba, Pontedera, 2014.
  10. VANAGOLLI, Turchi e Barbareschi all’Elba e nell’Arcipelago Toscano (1501-1595). Storia e memoria storica popolare, Roma, 2018.

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