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04-12-2017

Premio “Umberto Zanotti Bianco” 2017: discorso di Margherita Eichberg

Si pubblica il discorso tenuto da Margherita Eichberg durante la cerimonia del Premio “Umberto Zanotti Bianco” tenutasi il 24 novembre 2017 a Roma, presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani (Senato della Repubblica).

 

<<Ringrazio l’associazione Italia Nostra per il riconoscimento che ha pensato di attribuirmi e per il contenuto della motivazione appena letto dall’architetto Campisi della sezione romana.

Il nome prestigioso al quale viene intitolato il premio mi è noto solo da qualche anno, da quando ho avuto il piacere di conoscerne la commovente storia in occasione del cinquantenario della sua scomparsa. Era il 2013 quando, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Calabria meridionale, fui contattata dalla dott.ssa Martino, presidente della sezione locale dell’associazione. Zanotti Bianco ha vissuto e operato a lungo a Reggio Calabria, pertanto i soci erano coinvolti nell’organizzazione degli eventi celebrativi. Quella di Zanotti Bianco è la storia di un filantropo, prima ancora che di un attivista della tutela del patrimonio culturale e paesaggistico italiano. Il suo nome – ho avuto modo di apprendere – è legato all’alfabetizzazione delle popolazioni dell’entroterra calabrese, in particolare dell’area meridionale, la “perduta gente”, come da lui stesso definita in una significativa raccolta di scritti, versione romanzata di fatti accaduti visti con gli occhi di un antropologo “speciale”, capace di studiare le comunità umane ed allo stesso tempo sentirsene parte.

E’ solo con l’istruzione, sembra ricordarci questo grande uomo, che i cittadini – a quel tempo e da quelle parti analfabeti in gran numero – potevano conoscere i loro diritti, e dunque difenderli.

Anche il patrimonio culturale è un diritto dei cittadini. E dunque va conosciuto, va fatto conoscere. E’ ciò che fanno – tra le tante cose – gli uffici periferici del ministero dei Beni Culturali. Facendolo conoscere, si creano le premesse per la sua tutela. Va dato dunque adeguato spazio agli uffici periferici del Ministero, se si vuole che sia fatta la tutela. E se si vuole che le leggi sui beni culturali – che la prevedono – vengano osservate.

Ma c’è di più. Saper cogliere l’esistenza del patrimonio culturale, ed apprezzarne la presenza, sono premesse ineludibili per accrescere la civiltà di un popolo. E in questi tempi di conteggi monetari (spesso deludenti) e di ricerca del profitto, non andrebbe dimenticato che sentirsi detentori di un patrimonio culturale immenso, significa, per chi ne ha consapevolezza, sentirsi ricchi. Diversamente ricchi e più ricchi.

Iniziative di divulgazione della conoscenza del patrimonio culturale sono tuttavia quello che spesso manca per comprendere l’azione di tutela, esercitata dal nostro ministero prevalentemente in periferia, dalla rete delle soprintendenze. Ce ne siamo accorti in molti, e da tempo, della mancanza di queste occasioni. E delle conseguenze negative di ciò. Se da un lato il Codice dei Beni Culturali – raccolta degli esiti di una disciplina secolare – inserisce tra i beni culturali tutte le testimonianze aventi valore di civiltà (dettagliatamente declinate in articoli e commi della sua parte seconda) e definisce con un’approfondita disamina beni paesaggistici e loro disciplina di gestione, non ci sono, ad oggi, gli strumenti adeguati per condividerne l’azione di tutela, perché di questa azione non viene data la giusta comunicazione, che ne spieghi le ragioni e ne ottenga la condivisione dei cittadini.

Non vogliamo comunicare? Non sappiamo comunicare? No. Diciamolo chiaramente: non troviamo i canali per comunicare le azioni di tutela.

E così ci troviamo in questa sala, a celebrare gli esiti positivi di alcune “battaglie”, ed a piangere la sconfitta di altre, ma riconoscendo il merito dei combattenti. Questo almeno per quanto riguarda le motivazioni del mio premio.

E allora che dire? Sarebbe bello deporre le armi. Perché è assurdo fare guerre per difendere beni costituzionalmente ritenuti tali. Ogni volta speriamo davvero che sia l’ultima. Speriamo che l’azione di tutela sia compresa. Speriamo che possa arrivare per tempo, quando è prevista dalle procedure, nel clima di onesta e pacifica interazione tra soggetti privati e pubblici, e – tra questi ultimi – quelli centrali e locali, che nel loro insieme collaborano nella difesa del pubblico interesse.

Ad Italia Nostra mi legano ricordi lontani, risalenti alla metà degli anni Novanta, quando facevo parte di un gruppo di giovani che volevano divulgare la conoscenza di beni culturali romani, in particolare rendendo accessibile il patrimonio nascosto, facendo rete per favorirne la fruizione. Era soprattutto il patrimonio minore ad attirare la curiosità di molti cittadini, il tessuto che lega l’ordinario all’eccellenza, e che consente l’apprezzamento del tutto. Ma come non apprezzare, avvicinando l’associazione, alcune giuste campagne che allora venivano condotte, ad esempio quelle che attenzionavano sui rischi della diffusione indiscriminata delle energie alternative (allora favorite dalle prime leggi che erogavano contributi ad hoc)?

Le azioni acritiche a sostegno dell’economia possono produrre danni ingenti in termini di perdita di identità del territorio, e generare a medio – lungo termine effetti negativi, in particolare sulla parte del nostro patrimonio, quello paesaggistico, che è l’altra faccia dell’ambiente in cui viviamo, l’“altro” modo di vedere quanto ci sta intorno.

E con Italia Nostra, in Calabria soprattutto, qualcosa ho poi contribuito a difendere, della “rete” dei beni culturali meno noti e dei beni paesaggistici: dalle strutture socio-assistenziali d’epoca (ad esempio la Casa del Contadino di Gioia Tauro, sulla quale si è condotta una querelle – purtroppo perdente – tra le mura ministeriali), ai ponti storici, ai tracciati ferroviari d’epoca, ai paesaggi terrazzati della Costa Viola, ai beni di architettura contemporanea, ai beni tutelati per legge.

Ricordo in particolare il Lido Nervi di Reggio Calabria, significativa opera degli anni Sessanta, salvato dalla demolizione con tre anni di faticosi procedimenti amministrativo-giudiziari, e il corso Garibaldi della stessa città, strada simbolo della ricostruzione post sisma del 1908, della quale era prevista l’integrale sostituzione del basolato storico, dei marciapiedi e della carreggiata. In quest’ultima vicenda ci siamo trovati “fianco a fianco” con Italia Nostra ed altre associazioni nel portare avanti una “battaglia assurda”, quella della difesa di un bene culturale fatto di tecnica storica, artigianato, saperi secolari, storia dell’Italia postunitaria.

E’ assurdo anche raccontare di averla combattuta, questa battaglia. Perché eravamo noi della soprintendenza locale ad essere additati tra i “cattivi”, ad essere accusati di far danno all’economia locale, in particolare alle attività commerciali della zona, di bloccare con assurde pretese un appalto in essere finanziato con fondi europei.

Eravamo accusati senza diritto di replica; senza avere lo spazio sui media per far conoscere i termini della questione. E’ solo grazie alla caparbietà del personale tecnico dell’ufficio reggino – in particolare del funzionario di zona, l’arch. Giuseppina Vitetta – oltre che dell’appoggio ricevuto dalle associazioni locali che la soprintendenza è riuscita nel suo compito di tutela.

Sono dovute intervenire le forze dell’ordine, e – non ultima – la magistratura antimafia per bloccare i lavori e farli ripartire rivedendone le scelte di progetto. Ma è mai possibile che un ufficio periferico di tutela debba arrivare a cercare questi mezzi? Dov’è la sinergia che viene invocata tra Enti territoriali e Stato?

E infine… non avrei voluto che si parlasse dello Stadio della Roma. E neppure dell’Ippodromo. Visto che la pagina è ancora aperta, e proprio in queste ore si sta svolgendo una seduta decisiva della Conferenza dei Servizi sull’opera.

Ma è stato inevitabile citare la questione, per chi ha scritto le motivazioni del premio.

Come è stato inevitabile, per noi della Soprintendenza di Roma, affrontare la pratica che ci è “piovuta” sulla scrivania con l’onesta, la serietà e l’obiettività che dovrebbe contraddistinguere l’attività dei funzionari pubblici. Senza nasconderci in nome di ragioni diverse da quelle specifiche del nostro operato. E senza esimerci dal consultare, per l’opportuna condivisione, gli organi superiori ministeriali e i comitati scientifici.

Avremmo voluto discuterne pacificamente con la società e gli enti locali interessati. Contribuire al reindirizzo dell’opera con le giuste premesse conservative dei valori culturali e paesaggistici, cosa che sarebbe possibile senza scontentare tifosi ed imprenditori.

Ma chi ha presenziato alle sedute della Conferenza dei Servizi sa qual era il clima che si respirava (e che si respira ancora). E’ il clima delle cose già decise, per le quali si possono scrivere leggi ad hoc, mettere a punto procedure in itinere, prevedere rappresentanti unici delle Amministrazioni per il superamento – non contemperamento degli interessi – delle posizioni sgradite, considerate minoritarie o inopportune.

Avremmo voluto dare un apporto di merito, avendo rilevato mancanza di metodo. E così è uscito l’avvio del vincolo, ed i pareri, che sono innanzitutto un contributo alla conoscenza dei luoghi.

Spetterebbe ai tecnici della committenza (in questo caso privata) mettere a fuoco le giuste premesse di progetto, quelle conoscitive. Tecnici che sono aiutati dai quadri conoscitivi dei piani urbanistici, guidati da procedure codificate (il decreto che fissa i contenuti della Relazione Paesaggistica, che è una sorta di manuale di progettazione), e si possono avvalere, per indagare e valutare le preesistenze, delle tante banche dati oggi disponibili, non ultima quella del censimento delle architetture del Novecento (promosso dal nostro Ministero).

La soprintendenza l’ha ricordato alla società proponente, certa che il progetto potesse prendere una strada diversa.

Ma si è discusso – e trattato – di altre cose, purtroppo.

Il nostro lavoro di tutela è un lavoro di servizio, anche se misconosciuto. Che deve tornare ad avere un senso, ed essere apprezzato come tale.

Grazie quindi ad Italia nostra perché mi offre oggi l’occasione di ricordarlo.

E perché apprezza quanto abbiamo fatto, i colleghi ed io, nelle soprintendenze romana e calabrese.

La ringrazio quindi nelle persone del suo presidente Rutigliano, che conosco da vent’anni, del vicepresidente architetto Cesare Crova, collega del ministero, che ha presentato la candidatura e con Campisi ha lavorato alle motivazioni, e dei componenti della sezione nazionale e della sezione romana, che nei nove mesi da soprintendente “fuori le mura” ho ciclicamente incontrato in più occasioni (alcuni di loro alle sedute della Conferenza dei Servizi sullo Stadio della Roma).

Grazie infine ai componenti della sezione di Reggio Calabria, la cui azione congiunta con la soprintendenza ricordo sempre con orgoglio per i risultati raggiunti, e con una certa, malcelata, nostalgia.>>

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