Vasto: la frana sull’acquedotto romano delle luci. L’avevamo detto, l’abbiamo detto e lo affermiamo ancora con forza: il dissesto idrogeologico va gestito con intelligenza, non solo con il cemento. Nella foto riportata da ilnuovoonline.it il 1 aprile, nell’ambito di un breve articolo sulle conseguenze delle recenti abbondanti piogge a Vasto, è evidente un consistente scivolamento di terreno fangoso dal margine superiore ai piedi della scarpata di via San Michele, a ridosso di alcuni edifici.

Ebbene, quello è proprio il punto in cui più di vent’anni fa, nel corso dei lavori di costruzione degli edifici più recenti, il pozzo dell’Acquedotto romano delle Luci denominato A.46 e un tratto del sottostante condotto sono stati riempiti con calcinacci e rottami edili, tra i quali figurano evidenti pezzi di asfalto, come è possibile osservare in una foto concessa dalla Parsifal Società Cooperativa di Vasto, che nel 2018 consegnò al Comune di Vasto una relazione circostanziata sulle criticità causate dall’occlusione del pozzo A.46 e del vicino pozzo A.45.
La frana sull’acquedotto romano delle luci

Dopo due mostre allestite nel 2019 in occasione del bicentenario del restauro dell’acquedotto romano istoniense, diverse conferenze e passeggiate patrimoniali, sempre organizzate da Italia Nostra e alle quali hanno talora partecipato anche alcuni amministratori, nulla si è mosso, malgrado i risultati delle indagini svolte dalla Parsifal e le nostre richieste, ormai stratificate nei decenni: non è stato modificato il vincolo archeologico, che non tutela diversi tratti dell’acquedotto romano; non sono stati svuotati i pozzi riempiti e i tratti di condotto tappati — tra i quali A.46 e A.47 — e non si è voluto indagare oltre l’ultimo pozzo (A.49) accessibile all’interno della villa comunale. Infatti, è ignoto dove da questo punto vada a finire l’enorme quantità d’acqua portata dall’acquedotto e siamo a ridosso di piazza Marconi, ben nota per recenti smottamenti e piccole frane.

Laddove l’acqua è bloccata, anche parzialmente, all’interno di un condotto, essa cerca e trova la sua strada nel sottosuolo in maniera del tutto imprevedibile, come nel caso di via San Michele, dove la fanghiglia scivolata giù dal costone denuncia in maniera evidente che in quel punto sono disperse nel sottosuolo notevoli quantità d’acqua, che molto probabilmente provengono dall’occlusione del condotto tra i pozzi A.46 e A.47.
I palazzi saranno anche ben aggrappati al sottosuolo con opere di palificazione, ma a che cosa è aggrappato il sottosuolo al di sotto dei pali? Italia Nostra chiede per l’ennesima volta che venga prima di tutto sanata la causa del problema prima di procedere a spendere inutilmente milioni di euro per soluzioni temporanee che potrebbero, col passare del tempo, persino peggiorare il quadro già critico.
I contenuti di questo comunicato saranno trasmessi anche al Comune di Vasto e alla Soprintendenza competente.






