Italia Nostra

Data: 18 Febbraio 2016

Italia Nostra Lamezia Terme: Riflessione sullo zuccherificio

Si è ricominciato a parlare, in questi giorni, dell’ex zuccherificio di Sant’Eufemia. Vorremmo ricordare a quanti hanno dimenticato:

Un milione e duecento mila quintali di bietole lavorate in ogni stagione saccarifera. Ventimila quintali di bietole lavorate al giorno. Seicento operai impiegati all’interno dello stabilimento, più tutto l’indotto esterno. Cento camion al giorno in arrivo nel piazzale per portare via lo zucchero raffinato. Ottocento libri di nafta bruciata ogni giorno per far funzionare l’impianto. Sono solo alcuni degli imponenti numeri che ruotavano intorno allo zuccherificio di Sant’Eufemia. Uno stabilimento di proprietà della Cissel, Compagnia industrie saccarifica Sant’Eufemia Lamezia, costruito dai fratelli Massara, originari di Limbadi, intorno agli anni ’30 e dismesso negli anni ’60, quando i proprietari decisero di costruire un nuovo impianto a Strongoli, nel Crotonese.

Sono trascorsi più di 50  anni da allora, ma il ricordo, in chi ha lavorato tra quelle mura e negli abitanti di Sant’Eufemia e di Lamezia  è ancora vivo e forte.  Le bietole arrivavano con i carri ferroviari, camion e coi carretti trainati dai buoi fino a dentro il piazzale dello zuccherificio , venivano scaricate in 3 silos giganti dove un getto d’acqua trasportava le bietole dentro e le lavava. C’era una ruota immensa che serviva da sollevatore e portava le bietole sopra in una parte che si chiamava trince, dove venivano affettate. Poi passava in un altro reparto, chiamato di separazione, dove c’erano tre vasche e con dei getti di acqua calda veniva estratto il succo, venivano poi aggiunte delle sostanze organiche. Si passava così al reparto evaporazione e poi la cottura, con infine la raffineria, dove il liquido veniva messo dentro alcune turbine che giravano ed estraevano la melassa dalla zucchero liquido. La melassa veniva venduta diversamente, così come anche il residuo della bietola era usato come mangime. Infine, lo zucchero veniva messo nei sacchi.

Il bello di quei tempi  era vedere tutta quella gente al lavoro, e non solo operai ma anche contadini, i camionisti e negozianti di Sant’Eufemia. L’impianto di Strongoli era molto più tecnologico e moderno rispetto a quello di Sant’Eufemia. I proprietari decisero così.  Di tutto quello splendore e fonte di vitalità di una città, oggi dobbiamo far emergere tutto il valore storico oltre che culturale che non può essere cancellato con una spugna.Se si comprendesse il significato del valore del turismo culturale oggi la situazione non solo dello zuccherificio ma di Lamezia e della Calabria sarebbe diversa.

Lo Zuccherificio, almeno la parte di valore storico e di archeologia industriale, non si deve toccare se non per restaurarlo e inquadrarlo nella storia autentica della piana lametina! Il nostro appello spera soltanto di essere accolto e compreso dalle persone responsabili che hanno rispetto della loro stessa cultura… (continua a leggere)

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