Italia Nostra

Data: 19 Giugno 2020

Tratti umani e artistici di Vincenzo Scaramuzza, figlio illustre della città di Crotone

Tratti umani e artistici di Vincenzo Scaramuzza,

figlio illustre della città di Crotone 

(19/06/1885-24/03/1968)

di Angela Floccari*

Vincenzo Scaramuzza

A 22 anni non ancora compiuti, Vincenzo Francesco Scaramuzza, nato il 19 giugno 1885 a ‘Cotrone’, come all’epoca veniva chiamata la città di Crotone, intraprese la decisione più sofferta della sua vita: lasciare la sua amata terra ed attraversare l’Atlantico, uno fra i 78.493 italiani che quell’anno salparono dal porto di Genova diretti a Buenos Aires. Ottenuto il diploma nel 1905 sotto la guida di Florestano Rossomandi al Regio Conservatorio ‘San Pietro a Majella’ di Napoli, Vincenzo decise di trasferirsi per sei mesi a Roma, dove, il 3 dicembre del 1906 prese parte alle durissime selezioni ministeriali per l’insegnamento nei Conservatori. Risultò vincitore ma in ex-aequo con un altro allievo di Rossomandi, Attilio Brugnoli, che lo precedette in graduatoria sia per età che in virtù del premio ‘A. Rubinstein‘, vinto a Parigi. 

Casa natale di Vincenzo              Scaramuzza (courtesy by Rossana Cosentino)

Così, a Brugnoli fu assegnata una cattedra di pianoforte principale al Conservatorio di Parma, e al nostro ne toccò una di pianoforte complementare a Napoli, dove si era formato. Presto, gli si presentò l’occasione di andare ad insegnare pianoforte nella succursale bonaerense del Regio Conservatorio ‘Santa Cecilia’ di Roma, occasione che il giovane Vincenzo non si lasciò certo sfuggire. L’8 aprile, infatti, firmò un contratto con il quale si impegnò ad insegnare in quella sede per un quadriennio: fu così che i primi di maggio del 1907 si imbarcò sulla nave ‘Argentina‘. 

Cosa lo spinse ad abbandonare, di fatto, l’Italia e trasferirsi oltreoceano? 

Non è difficile immaginare che, riguardo all’esito del concorso, le sue aspettative e quelle del padre, che lo aveva iniziato alla musica sin da piccolo, fossero molto alte. Giuseppe Martucci, che teneva nella più alta considerazione il giovane concertista, già noto in tutta Italia, in quella circostanza gli indirizzò parole di stima. Per lui, infatti, “il vincitore [del concorso] fu proprio il giovane Scaramuzza”. Quel giovane orgoglioso, partì dunque con il desiderio di poter finalmente mettere a frutto tutto il suo bagaglio artistico e le personali teorie sulla tecnica, che erano state notate già dal Rossomandi. In sessanta anni di attività didattica, sarebbe stato in seguito capace di realizzare una delle migliori scuole pianistiche che tutto il mondo ammira tutt’ora senza riserve. 

Durante i festeggiamenti per il suo settantesimo compleanno il maestro crotonese, con una buona dose di ironia, dichiarò sorridendo: “Venni a farmi l’America…!”. In effetti in Sudamerica si ambientò subito molto bene, e negli anni si era guadagnato una reputazione solida e consolidata nel variegato ambito pedagogico argentino. 

Aveva 35 anni quando si unì in matrimonio con una bella e intelligente allieva, Sara Bagnati, che lo supportò nel portare avanti un ambizioso progetto: fondare un nuovo Conservatorio. Le loro abitazioni, via via, divennero sedi della rinomata Accademia di musica “Scaramuzza”, nella quale insegnavano entrambi i coniugi: la moglie Sara, pianista e compositrice, insegnava canto e si occupava degli aspetti organizzativi e contabili; la sorella Antonietta si occupava delle materie teoriche e della formazione iniziale e Vincenzo, lì noto come Vicente, si dedicava invece agli allievi che erano ad un livello più avanzato. Il ‘Conservatorio Scaramuzza’ avrebbe introdotto interessanti novità sia sul piano metodologico che didattico, distinguendosi anche per i programmi proposti. Grazie all’ottima fama conquistata come pianista e compositore, nel tempo ha formato una notevolissima schiera di eccellenti pianisti che intrapresero brillanti carriere in tutto il mondo. Alla sua attività didattica affiancava quella compositiva e concertistica, avviata con grande successo in Italia fra i più entusiastici encomi già in tenera età.

Vincenzo Scaramuzza

 

Un articolo apparso su “Il popolo” nel 1892, quando Vincenzo aveva soli 7 anni, ci restituisce il ritratto di “[…]un fenomeno tanto straordinario che si stenta a credere ciò che si vede e si sente”. Di doti artistiche fuori dal comune si racconterà ancora su “Il popolo romano” nel dicembre 1906, dove scrissero di lui: “[…] Lo Scaramuzza è un genio, possiede una tecnica squisita, molta intelligenza di interpretare ed una ritentiva meravigliosa. […] E con grande abilità ed agilità tecnica, non è in lui meno grande la grazia, la infinita e delicata finezza e il gusto elettissimo nell’esprimere. Alla profonda intelligenza musicale egli accoppia una forza straordinaria d’idealità e di sentimento artistico”. Anche se, come si sa, Scaramuzza consacrò la maggior parte della sua esistenza all’insegnamento, arrivato in Argentina non mise da parte la carriera solistica. Apparve in pubblico regolarmente fino al 1919, per le più prestigiose società concertistiche, nel 1922 decise di intraprendere un viaggio in Italia. Dal dicembre al febbraio 1923, in compagnia della moglie e del suo formidabile allievo Francesco Amicarelli, fece ritorno a Napoli per mostrare la validità dei frutti della sua scuola pianistica. Alessandro Longo, dalle colonne del periodico ‘L’Arte Pianistica’ da lui fondato e diretto, preannunciava il loro arrivo in Italia con queste parole: “[…] Tra i moltissimi alunni ve n’è alcuni di eccezionale valore: e tra questi ultimi è da segnalare un giovinetto, Francisco Amicarelli, il quale, a soli sedici anni, è stato in grado di affrontare il pubblico e la critica in qualità di concertista. […] S’intende che i successi sono dovuti al giovane concertista; ma essi devono attribuirsi non meno all’illustre docente Scaramuzza, che in pochi anni ha saputo educare le felici attitudini del suo allievo e trarne il maggior rendimento. Lo Scaramuzza spera molto nell’Amicarelli, e conta di farlo venire a prodursi nella vecchia Europa. Noi saremo felici di accoglierlo degnamente, rendendo così onore a un maestro che, vivendo all’estero, rende onore all’Italia”. 

Secondo la testimonianza della pronipote di Scaramuzza, Rossana Cosentino, il maestro si diresse anche verso la sua città natale nel febbraio del 1923, e in quell’unica occasione, fece in tempo a battezzare la neonata nipote, Sara. Sulla via del ritorno, a Berlino, tenne il suo ultimo concerto, mentre in sala era presente Ferruccio Busoni. Suo malgrado, a causa dell’eccessivo stress da palcoscenico, disturbo che avrebbe afflitto pianisti del calibro di Arturo Benedetti Michelangeli e Claudio Arrau, a 38 anni decise di concludere la sua carriera concertistica. Nonostante un capitolo della sua vita si fosse definitivamente concluso, Scaramuzza non smise di essere un geniale pianista e continuò indefessamente a trasmettere i principi della sua scuola con abnegazione assoluta. 

Maria Cristina (Ita) Scaramuzza, sua nipote, in seno alle Giornate internazionali di studi in onore del maestro tenutosi a Crotone nel giugno 2019 a cura dell’Ibimus calabrese e con il patrocinio della SIdM, ha dato testimonianza del carattere e della fibra di suo nonno Vicente con queste suggestive parole: «Le lezioni iniziavano alle 10 del mattino e terminavano alle 10 di sera: mio nonno era molto rigoroso con i programmi che si era prefissato. A mezzogiorno facevamo una pausa e pranzavamo tutti insieme. Non ricordo, comunque, che si parlasse molto. Era tanto riservato, con un’espressione cupa che quasi sempre lo accompagnava. […] Era appassionato al suo lavoro. Altrimenti, come possiamo comprendere che si dedicò alla musica e all’insegnamento del pianoforte tutti i giorni della sua vita dal lunedì al sabato e che a mezzanotte si sedeva a comporre la sua opera, rimasta incompiuta, ‘Hamlet’? Un’immagine indelebile per me è quella della sua sagoma ombrosa attraverso le tende della porta che conduceva alla sua scrivania. L’ho visto scrivere con inchiostro e penna cinese mentre lo ascoltavo cantare qualche parola in italiano, in silenzio, quasi in segreto…».

Maria Cristina, Gustavo e Vicente Scaramuzza, courtesy by Ita Scaramuzza

 

In merito alla tecnica pianistica, il maestro non ha lasciato nulla di scritto e i suoi insegnamenti vengono trasmessi da allievi di allievi, eccezion fatta per la Sig.ra Nora Doallo che insegna sin dal 1978 al Conservatorio della Svizzera italiana, ambita da studenti di tutto il mondo. Con grande disponibilità ha accettato di rendere omaggio al suo maestro inviando a seguente testimonianza: «Conobbi il M° Scaramuzza a 19 anni, appena diplomata. Ricordo ancora che dopo lunghi giorni di attesa, un suo studente impietosito mi cedette il suo turno di lezione perché finalmente potessi farmi ascoltare dal Maestro. Quel giorno ebbe inizio un grande cambiamento nella mia vita. Un mondo musicale meraviglioso si presentava davanti ai miei occhi. Furono tre anni duri ma molto appassionanti. La straordinaria personalità del Maestro, la sua genialità, il suo rigore nell’insegnamento e anche il suo carattere difficile richiedevano all’allievo grande dedizione, impegno costante e spirito di sacrificio.

La sua scuola pianistica, a mio giudizio insuperabile, è anche una scuola di vita. Ho imparato ad avere pazienza, costanza, tenacia, a servire la musica con intelligenza, umiltà e amore. Frasi come “stare mentalmente in ogni nota”, “pianificare in anticipo l’intensità che necessita ogni note perché essa risponda alle nostre intenzioni, questo si chiama ispirazione”, “il vero studio consiste nel sapere quello che si vuole ottenere” e tante altre hanno forza morale. L’esperienza col M° Scaramuzza ha anche avuto un grande impatto nel mio modo d’insegnare, e per quanto io abbia adottato un metodo personale, so che la sua filosofia d’insegnamento è fondamento indispensabile per la creazione artistica. 

I suoi preziosi insegnamenti hanno lasciato un’impronta indelebile in tante generazioni di pianisti. 

Al M° Vincenzo Scaramuzza i miei sentimenti di ammirazione, rispetto e gratitudine».

Nonostante l’assenza di fonti autografe, un significativo contributo per la comprensione della scuola pianistica del nostro, ci viene restituita da María Rosa Oubiña de Castro, instancabile promotrice della sua dottrina pianistica, nel suo trattato pubblicato nel 1973. Della stessa, esiste un Dvd esplicativo, nel quale illustra chiaramente i capisaldi tecnici che Scaramuzza trasmetteva a tutti gli allievi. La trasmissione del formidabile bagaglio artistico e tecnico è portata avanti ancora oggi da eccellenti studiosi e didatti. Fra questi, spicca un allievo della Oubiña de Castro, Sebastián Colombo, da un decennio in carica al Conservatorio di Utrecht, che nel suo poderoso studio ricostruisce con grande zelo l’intero sistema tecnico-artistico sistematizzato dal maestro crotonese. Nel volume leggiamo che ancora oggi “Esiste in Argentina una forte tradizione pianistica proveniente per lo più dall’influenza lasciata da Scaramuzza. […] L’eterna ricerca della rotondità e profondità del suono, la qualità dell’emissione, la costanza espressiva… Idee nelle quali il Maestro insisteva ogni giorno, quale fine ultimo dei suoi insegnamenti. […] Il lavoro, portato all’estremo dettaglio, faceva sì che le richieste del compositore fossero soddisfatte in modo personalizzato. Scaramuzza chiedeva di ottenere tutti gli effetti, nascosti dietro le indicazioni dello spartito. Ogni passaggio concreto veniva studiato sotto molti punti di vista differenti per rafforzare la sicurezza del giovane pianista. Esortava a dimostrare i risultati ottenuti, al momento del concerto. «Condividere la bellezza e che sia evidente per tutta la platea». […] Scaramuzza faceva appello allo sviluppo dell’auto-coscienza dei suoi studenti”. Educava l’allievo a formarsi due tipi di ‘coscienza’: “Una coscienza analitica nel momento dello studio ed una coscienza espressiva nel salire sul palcoscenico. Nemmeno una nota poteva essere eseguita senza intenzione o carente direzione”. Nel suo saggio riporta alcune frasi che venivano pronunciate di frequente; una per tutte: “Il motto del buon pianista è ‘dignità artistica’. Non cercare di sfuggire con l’auto-inganno, ma di compiere onoratamente [il proprio lavoro]”. 

Il miracolo di questa tecnica pianistica si compiva lavorando su tutti i dettagli con un perfezionismo estremo. La qualità del suono, come caratteristica imprescindibile, secondo il maestro doveva avvicinarsi il più possibile alla qualità dell’emissione vocale belcantistica. ‘Auto-coscienza’ e ‘dignità artistica’ erano i valori morali adottati dal maestro nel suo lavoro quotidiano. 

Certificato di esame di Carmen Scalcione, courtesy of Carmen Amicarelli

Ma come veniva impostata la preparazione in funzione dell’esecuzione in pubblico? Quali gli obiettivi artistici che egli voleva perseguire? “I suoi alunni venivano indotti ad una profonda ricerca che includeva lo sviluppo della sensibilità, della capacità ricettiva, il buon gusto, la sincerità. [Il maestro] affermava che prima di interpretare un brano è necessario riconoscerne il valore e la bellezza, per cominciare di seguito l’arduo compito del perfezionamento”. 

Lontano dal considerare l’esecuzione artistica come mero sfoggio di abilità tecniche, Scaramuzza pur mettendo in primo piano la personalità stessa dell’allievo-esecutore, educa ad addentrarsi nell’opera musicale facendone emergere tutti gli elementi estetici ed espressivi.

Le indiscusse doti di didatta geniale, e ancor prima di pianista di immenso valore, convivevano con un animo esigente verso sé stesso prima ancora che verso gli altri, un animo capace di atti di generosità verso chi si trovava in difficoltà, fossero allievi o persone a lui legate da vincoli di parentela. Fino all’ultimo, dedito a portare avanti la missione di una vita intera: amare la musica diventando tutt’uno con lo strumento.

Vorrei concludere questo articolo in memoria del maestro Scaramuzza, come omaggio nell’avvicinarsi del suo compleanno, ‘cedendo la parola’ ad Ita Scaramuzza, la cui preziosissima testimonianza fa molto riflettere sull’importanza di dare un senso e una direzione alle nostre occupazioni quotidiane. «Diceva che ci si deve dedicare a quello che ci appassiona. Diceva che una persona passa la maggior parte della sua vita lavorando e questo fa una grande differenza. Se uno fa per lavoro qualcosa che non gli piace…la vita è un giogo. Invece, se riesce a fare di quello che gli piace il proprio lavoro, si gode quelle ore di lavoro. E io penso che, in questo modo, una persona possa essere più vicina alla possibilità di essere felice».

 

Ita Scaramuzza, courtesy by her

 

Vincenzo Scaramuzza e Monica Stirpari, courtesy by Monica Stirpari

 

Nota dell’autore:

Colgo l’occasione per ringraziare la Sig.ra Maria Cristina (Ita) Scaramuzza, che mi ha gentilmente fornito il testo del suo intervento durante le due ‘Giornate internazionali di studi in onore di Vincenzo Scaramuzza’ tenutesi a Crotone il 21 e 22 giugno 2019, da cui ho attinto per la redazione del presente articolo; ringrazio altresì la Prof.ssa Nora Doallo per aver accettato di partecipare al presente scritto commemorativo inviandomi il suo personale contributo; infine ringrazio il Prof. Sebastián Colombo per avermi gentilmente fornito la traduzione delle citazioni tratte dal suo libro.

 

NOTE

i  Antonio LAVORATORE: L’arte pianistica di Vincenzo Scaramuzza, ISMEZ, Roma, 1990, pag. 11;

ii  A. LAVORATORE: op. cit., pag. 16;

iii  Alessandro LONGO: L’arte Pianistica in A. LAVORATORE, op. cit., pag. 22;

iv  Maria Rosa OUBIÑA DE CASTRO: Enseñanzas de un gran maestro. Vicente Scaramuzza, Ediciones Ossorio, Buenos Aires, 1973;

v  M. R. OUBIÑA DE CASTRO: Elementos de técnica pianística. Análisis y pedagogia. DVD realizzato da Natalia Fernández Crisorio, Buenos Aires, 2016;

vi  S. COLOMBO: Vicente Scaramuzza. La vigencia de una escuela pianistica, Editorial Círculo Rojo, Almeria,2015;

vii  S. COLOMBO: op. cit., pag. 204-207;

viii  S. COLOMBO: op. cit., pag. 204-207.

 

 

*Socia della sezione di Italia Nostra Crotone

Per informazioni sull’autrice: CV Angela Floccari

 

 

 

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