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Data: 22 Settembre 2021

Giovanna Mozzillo: ritratto di una scrittrice

Intervistiamo Giovanna Mozzillo, insegnante, scrittrice e come sottolineato nella sua biografia amante di “mare, cinema, teatro, fumetti, arti figurative” nonchè  “(…) laica, relativista, appassionatamente europeista, ambientalista senza fanatismi, un po’ animalista, e forse pure animista”. Autrice di libri di notevole successo, quali “La signorina e l’amore”, “Tempo di cicale”, “Le alghe di Posillipo”, “Lavinia e l’angelo custode”, socia onoraria della sezione di Italia Nostra di Napoli, ci svela qui di seguito il segreto della sua scrittura.

D.) Iniziamo con un quesito classico ma interessante per il pubblico. Come  e quando è sbocciata in Lei la passione per la scrittura?  Quali sono state le tappe che ha percorso prima di capire che questa attività la stava conquistando?

R.) Beh, devo dire che nel mio caso la scrittura è stata una “seconda scelta”. In che senso? Mi spiego: da sempre io ho avvertito intensamente il fascino della realtà e il bisogno di catturarla. Solo che, da ragazza, volevo farla mia con le immagini, non con le parole. Perciò con la spavalda sicumera della gioventù che non immagina né ammette intoppi, avevo preventivato la mia traiettoria futura. Decidendo ogni mossa. Cioè: che dopo la laurea sarei andata a Roma per studiare regia al Centro Sperimentale e con le apprese competenze mi sarei rapidamente messa in condizione di usare la macchina da presa come una bacchetta magica. Per impadronirmi della vita. E intanto? Intanto nei limitati spezzoni di tempo concessi dai doveri scolastici ostinatamente mi esercitavo: scrivendo sceneggiature e rivedendo i film che m’erano piaciuti fin quando non riuscivo a coglierne  il ritmo. Ma… non è andata come prevedevo. Perché, una volta laureata (all’epoca per accedere al corso di regia la laurea era indispensabile), matrimonio e maternità mi hanno indotto a cambiar programma.

Giovanna Mozzillo con la famiglia

Ho ripiegato sull’insegnamento e, a onor del vero, il rapporto coi ragazzi non mi ha deluso. Anzi: è stato appassionante e avventuroso, soprattutto dopo il ’68, quando nelle infuocate assemblee il categorico ordine del giorno intimava di: “cambiare il mondo”. Tuttavia, e non poteva non esser così, di tanto in tanto, di fronte a scenari particolarmente accattivanti, mi capitava di avvertir la fitta dell’antico bisogno inappagato (sapete? Quella sorta di spasimo nel palmo delle mani di quando la cosa che si vuole acciuffare ci sfugge) e di pensare che era uno spreco, sì, un assurdo spreco, non potermi appropriare dell’irripetibile sequenza di inquadrature che la vita che mi faceva scorrere sotto gli occhi. E tuttavia ci son voluti ancora anni perché a un certo punto, di fronte all’affiorare sempre più frequente dell’urticante sensazione di aver mancato il bersaglio, mi dicessi: ma, in fondo, perché no? Perché di questa realtà che tanto m’avvince non provo ad appropriarmi con le parole?  

E allora ho provato e…ha funzionato, e, anche se era una “seconda scelta”, vi ho aderito con tutta l’anima, provando un sollievo immenso nel sentirmi finalmente “in porto”, finalmente in sintonia con me stessa, finalmente nell’unico ruolo in cui sapevo di potermi a pieno riconoscere.

Giovanna Mozzillo

 

D.) Addentrandoci nell’ambito più propriamente letterario, abbiamo una nutrita serie di domande da rivolgerle. Il tempo dei suoi racconti è spesso un tempo lontano dalla nostra contemporaneità e dal futuro. La sua è una scelta dettata dalla volontà di rendere al lettore un punto di vista “altro” rispetto a quello dello storico, più affine a chi si cala in una realtà e la guarda con un briciolo di distacco pur essendone irresistibilmente attratta? Ci può spiegare quale sia il motivo alla base di questa scelta? 

R.) Se più volte ho ambientato dei libri nel passato (ma, aggiungo, comunque  più numerosi son quelli che si svolgono in epoca attuale) non è perché il passato lo ritenga  migliore del presente. Ma perché per il fatto stesso che non c’è più, che è trascorso, perduto, fuggito, svanito, esso ha ai miei occhi un’infinita potenzialità di suggestione. E le suggestioni, ne son convinta, rappresentano il sale e il lievito della narrativa. 

Quanto al “punto di vista”, no, nel mio caso non si può parlar di distacco. Al contrario: mi son impegnata a entrare nella mente, nel cuore, nei sensi dei personaggi, sicché è sempre e solo dal loro punto di vista che il reale viene guardato e valutato. Per esempio: nell’ultimo libro, ambientato nel ‘600, le due protagoniste rifiutano le convenzioni del tempo e trovano il coraggio di ribellarsi, ma solo dopo un lungo  processo con ripensamenti e stremanti  crisi di coscienza. Ma per forza: in un mondo in cui era da tutti condiviso il convincimento che la donna fosse inferiore all’uomo e per volontà di Dio tenuta a sottostargli, all’euforica conquista della consapevolezza della propria identità non poteva non accompagnarsi il timore che tale consapevolezza fosse peccaminosa e comportasse la dannazione.  

D.) I suoi personaggi, inventati o storicamente esistiti, si muovono su una scena cangiante che rende il ritmo della narrazione molto serrato. Può illustrarci le sue considerazioni in merito? 

R.) I miei personaggi, inventati o realmente esistiti (perché, come no, da tanti personaggi “esistiti” son popolati i libri che ho ambientato nel ‘900) si muovono, lei osserva, su una scena cangiante che rende serrato il ritmo narrativo. Devo dire che è un ritmo non sempre prestabilito. Spesso, calandomi nel personaggio, io m’avventuro con lui in un’iniziativa di cui non so prevedere sorprese e sviluppi. La storia che narro prende forma e si definisce via via che è vissuta dal personaggio (e da me che con lui impatto nell’imprevista concretezza delle situazioni). Comunque quel che tengo a chiarire è che per me proprio “l’immedesimazione”  costituisce la più inebriante delle emozioni donate dalla scrittura. 

Pensate: mi son concessa tante incarnazioni (per esempio, son stata gesuita del ‘600, pirata saraceno, fanciulla liberty in attesa dell’amore, concubino nell’antica Roma), e allora a volte sapete cosa mi accade? Che nel provare una sensazione che mi pare d’aver già avvertito, nell’imbattermi in una situazione che mi sembra nota, io mi chieda se quella sensazione l’abbia sperimentata  e quella situazione l’abbia vissuta col mio nome e cognome o nei panni di uno dei miei personaggi.   

D.) Gli intrecci son densi di colpi di scena spesso legati a interventi di  natura irrazionale. La immaginiamo mentre monta e smonta i destini delle   sue creature oppure nel momento in cui la sua narrativa emerge da un flusso che la sorprende prepotente. Ci potrebbe spiegare quali son le sensazioni che prova in quei momenti?  

R.) Per carità, non mi ritengo una “creatrice”. Come diceva Manzoni, “creare” è espressione talmente impegnativa che nessun autore dovrebbe azzardarsi a usarla. Le storie che racconto son tutte tratte dal repertorio offerto dalla realtà, repertorio smisurato e ulteriormente arricchito dalle interpretazioni che l’arte ne ha proposto. E neanche mi riconosco a pieno nel “flusso prepotente” che “sorprende”. Perché, sì, a determinar l’impostazione del mio lavoro, ci son  idee e valori in cui da sempre credo e che i libri mi consentono di esplicitare, nella speranza (o illusione) di trasmetterli, contribuendo così, sia pur nell’ambito ristretto delle mie possibilità, al tentativo di costruire un mondo a misura d’uomo. Questi valori, non le svolte della trama che, come ho detto, a volte prendono forma all’improvviso e, quelle sì, mi “sorprendono”, son presenza costante in ciò che scrivo e preesistono alla mia avventura di autrice. Sono i valori che ho cercato di comunicare insegnando e che provo a sostenere se scrivo su un giornale. Quali sono? Il rifiuto della diffidenza e indifferenza verso il “diverso” che ci spinge a voltarci dall’altra parte di fronte alle nequizie che non ci toccano, la condanna della mentalità da cui germina la violenza sulla donna (l’ultimo mio libro, nato dall’urgenza di denunciare il moltiplicarsi dei femminicidi, è stato purtroppo reso ancor più attuale dalla tragedia afgana), e poi la necessità di sfrondare il sentimento religioso da divieti e imposizioni che contrabbandano come espressione del volere divino la prepotenza del più forte. Infine, e soprattutto, il dovere della responsabilizzazione individuale, nel cui segno, per non farci complici di ogni abominio, prima di accettare con plaudente o rassegnata passività le decisioni del potere, dovremmo sempre sottoporle all’esame della nostra coscienza. Quanto poi ai “colpi di scena”, legati a interventi di natura “irrazionale”, ci tengo a specificare che io sono una strenua sostenitrice della ragione, ma so che essa ha dei confini insuperabili e che esistono forze e influssi che non può intercettare e decifrare. Sicché, pur venerandola, mi inchino al mistero e non rinunzio a farne alitare il soffio in ciò che narro. 

D.) Napoli è al centro della sua riflessione e della sua immaginazione. Ci può guidare nella sua personale percezione della città partenopea? 

R.) Napoli, lo sappiamo, è stata “oggetto privilegiato dell’immaginario collettivo europeo” (e non solo europeo). L’hanno narrata, favoleggiata (pensiamo a Hoffmann che non ci è mai potuto venire, ma ha voluto descriverla nei suoi libri come un luogo di delirante incanto), dipinta in migliaia di gouaches, di acqueforti, di olii esposti e ammirati in ogni museo del mondo.

Ma, oltre che nell’insuperabile, divina bellezza che con criminale sbadataggine abbiamo lasciato fosse scempiata e prostituita, su cosa ha fondato il suo mito, la sua unicità? Beh, difficile precisarlo, Napoli è sfuggente, si sottrae alle definizioni ingabbianti, odia la didattica, non vuole esser  “spiegata”, ma forse non è azzardato supporre che la sua indecifrabilità poggi in parte sui contrasti che la scandiscono: quello tra straripante vitalità e confidenza con la morte, quello tra serenità e sgomento, perché al mare azzurro e al cielo radioso si contrappongono gli oscuri meandri  della città ipogea: un’antitesi che ha il suo emblema nella bivalenza del Vesuvio, ammaliante e terrifico, tanto che nel ‘700 contribuì alla nascita della categoria del sublime. E ancora il contrasto tra la dolcezza delle serenate, la cordialità della gastronomia, la confidente spontaneità del popolo e l’orrore di cui spesso è imbevuta la sua storia (Masaniello, le stragi del ’99 e le insegne sulle porte dei bassi che – narra Bouchard, sceso a Napoli nel 1631- informano: “Si accecano uccelli, si castrano fanciulli”). E poi la lucidità degli intellettuali accanto alla sorniona ambiguità di Pulcinella e alla sfrenata e irridente insensatezza del pazzariello. E, a sbalordire ancor più il visitatore, il sincretismo sempre vivo nel cui segno si venerava San Gennaro, ma i numi antichi non erano usciti di scena, e ogni soffitta ospitava un monaciello. Sì, la refrattarietà di Napoli a ogni inquadramento in parametri razionali per secoli ha sedotto e stregato e continua a sedurre. Ha sedotto anche me: son napoletana, ma i miei libri avrei potuto ambientarli altrove. Invece, nel mio piccolo, ho reso omaggio a Partenope, adottandola come sfondo costante delle mie storie. Ma ora…, ora sgomentano le conseguenze della metamorfosi a cui Napoli è  sottoposta: perché è la sua identità che scompare. E non si tratta più solo della residua bellezza del paesaggio (peraltro esposta a continui attacchi). No, è se stessa che la città smarrisce, pezzo a pezzo: ha rinunziato al suo dialetto che nessuno ormai sa parlare e scrivere, ha soppiantato la sua musica con una musica “altra” che non le appartiene, chiude i negozi storici e li sostituisce con negozi di elettronica e la parte più vulnerabile dei suoi giovani deturpa il proprio aspetto, in omaggio a mode insulse e spersonalizzanti. Insomma, si omologa. E, certo, in un mondo globalizzato, l’omologazione colpisce ovunque, ma a Napoli, Napoli che ha sempre esibito lo stendardo della diversità, dell’unicità inimitabile, questo processo di livellamento al ribasso e di adeguamento a standard alienanti appare particolarmente tragico. E, direi, inaccettabile. Come combatterlo? Ci vorrebbero una regia geniale e una volontà collettiva. Al momento mancano entrambe. Impazzano invece tesi farneticanti che in buona o mala fede fraintendono il concetto di modernizzazione.

D.)  Come vede il rapporto tra la narrativa e l’epoca contemporanea? In un Paese in cui la maggior parte della popolazione non legge neanche un libro all’anno, quali pensa possano essere le innovazioni da apportare in campo editoriale affinché il fascino della letteratura conquisti giovani e adulti? 

R.) Mah, penso che, a ribaltar la situazione, non possa bastare l’editoria, ma che per un effettivo cambiamento dei gusti del pubblico a scendere in campo debba esser la scuola, decidendosi a introdurre nei programmi la letteratura straniera, soprattutto quella europea del Sette e Ottocento. Già: il suo studio dovrebbe sistematicamente integrare quello della letteratura nostrana, mentre oggi, affidato all’iniziativa dei singoli docenti,  conta in genere su tempi insufficienti. Può quindi accadere che i ragazzi giungano agli esami di maturità senza conoscere né Shakespeare né Tolstoj né Mann né Proust. Rischio inaccettabile, perché la nostra letteratura non basta a far nascere il bisogno e il piacere del leggere. Certo: ospita capolavori impareggiabili, ma, diciamoci la verità, alla loro lettura un liceale si dedica solo se gli è imposto dal docente. Invece la letteratura straniera con approccio immediato e agevole permette di entrare in salotti e alcove, bordelli e stanze della servitù, cantine e carceri, mercati e miniere. E non solo: fa scoprire l’avventura. Com’è stato per noi ragazzi del dopoguerra che con Stevenson abbiamo veleggiato verso l’isola del tesoro, con Conrad abbiamo navigato sui mari d’Oriente, con Kipling siamo penetrati nel tempio di Visnù, con Poe abbiamo rabbrividito di fronte allo spettrale candore della sembianza emersa dagli abissi. Aggiungo, consentendomi una parentesi: la conoscenza della narrativa straniera è indispensabile anche perché, assodando come nelle altre nazioni si è ragionato, sognato e fantasticato, acquisiremmo tutti quell’identità europea il cui possesso è l’unica vera garanzia contro il ripetersi delle “inutili stragi” del ‘900. 

Ma, tornando al tema in questione,  nella battaglia per riportare giovani e adulti alla lettura, il nemico più insidioso sono i video giochi. La loro colpa? Proporre un mezzo di evasione così comodo e abbordabile che al confronto l’evasione elargita dalla lettura appare faticosa e pedante e, offrendo una fantasia bella e pronta che non richiede processi di appropriazione ed elaborazione interiore, scoraggiare dalla scoperta di quanto più vivificante sia il dinamismo fantastico messo in azione dagli stimoli della pagina scritta. Essi dovrebbero non dico scomparire, ma almeno non fagocitar tanto spazio nella vita di quasi tutti.

D.) Finiamo con una domanda legata invece alla sua passione per la difesa dei beni culturali. Come è nata in lei questa vocazione e quali sono i meccanismi che pensa possano esser introdotti al fine di “educare al bello” i nostri concittadini? 

R.) Io son stata bambina nella Napoli anteriore alla cementificazione  e non posso dimenticarne la bellezza: il verde che tutto ammantava, i ruscelli che scorrevano verso il mare, le notti in cui brillavano le lucciole, Posillipo che, come ha scritto La Capria, era la nostra Polinesia. Quando il cemento ha cominciato a soffocare  giardini, vigne e selve, ero al liceo. Ricordo che mi sentivo costernata e incapace di accettare l’indifferenza collettiva e le parole rassicuranti dei professori: “Ragazzi – dicevano – ma che volete? Questa è la modernizzazione!” 

Con le zie, prima della guerra

Dopo di che per lunghi anni ho continuato ad assistere alla progressiva mortificazione e banalizzazione del paesaggio, a volte rassegnata, più spesso con ira impotente. E allora è logico che, appena ho scoperto Italia Nostra, nelle sue fila sia entrata con entusiasmo e abbia cercato di contribuire alle sue battaglie, tanto più che, fin quando l’estate scorsa ci ha lasciato, a presiedere la sezione napoletana, c’è stato Guido Donatone, amico  e militante indomito per cui ho nutrito affetto e stima. 

Allora: veniamo alla domanda da un milione di dollari. Come ritengo si possano educare al bello i nostri concittadini? Per quel che può valere la mia opinione, rispondo che, volendo raggiungere risultati effettivi, credo si debba alzare il livello dello scontro. E dire quel che è, senza mezzi termini. Ossia: che da tempo è in atto un madornale equivoco, alimentato dall’inconsapevolezza collettiva e potenziato da un viluppo di interessi che congiurano al suo mantenimento. Un equivoco nel cui segno si dà per scontato che “esista” un’arte contemporanea, mentre, tranne rare eccezioni, dal dopoguerra in poi son state prodotte solo opere che non possiamo definire arte, perché, facendolo, l’arte autentica l’offendiamo e rinneghiamo.

C’è comunque da precisare che, a fare i danni più vistosi e incancellabili, è stata l’architettura che ha scempiato città e paesi e compromesso panorami d’incanto con edifici sempre disarmonici, squallidi, banali, spesso orrendi. Edifici che neanche esprimono quel senso di cordiale accoglimento che da sempre è insito nell’idea di abitabilità.

Meno grave potrebbe apparir il fatto che musei e gallerie ospitino opere che sono, quasi tutte, risibili, insignificanti, inutilmente provocatorie, superflue. Opere che si propongono come innovative, ma non hanno novità alcuna da trasmettere. Opere, appunto, che è sacrilego ritener arte, perché incapaci di esprimere la complessità e il mistero del creato e parlare al nostro cuore. 

E allora no, non si tratta di un mal costume tutto sommato innocuo: il fatto che queste opere siano esposte, che i giornali le elogino, che perfino le associazioni ambientaliste (Dio le perdoni!) portino i soci a bearsi della loro visione, è incommensurabilmente grave. Perché induce a non affrontar l’impegno di usare la propria testa, abitua a affidarsi come pecore al parere dei cosiddetti esperti e, tornando al quesito da cui ho preso le mosse, propaga l’incapacità di percepire la bellezza. Menomazione non da poco. Anche perché come si fa ad escludere che all’incapacità di valutazione estetica finisca per accompagnarsi quella di valutazione intellettuale ed etica? 

E allora che fare? Beh, io credo si debba rompere la congiura del silenzio. E denunciare. Denunciare il protagonismo e la spesso eccessiva presunzione delle “archistar”, il provincialismo  degli amministratori che sprecano miliardi per etichettare con nomi di spicco iniziative sballate, l’arroganza di quei critici che, convinti (purtroppo a ragione) che l’originalità, quanto più è blasfema, tanto più riscuote applausi, senza scrupoli calpestano l’obiettività. E soprattutto la passività di tutti noi che, sebbene perplessi, finiamo con l’assentire all’inaccettabile.  

Insomma il re è nudo. Diciamolo, ripetiamolo, urliamolo. Senza stancarci.  Prima che sia troppo tardi per salvare il salvabile.

 

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