Italia Nostra

Data: 24 Febbraio 2015

Dimore storiche, grido d’allarme di Italia Nostra Piacenza

Le dimore storiche hanno una peculiare collocazione, con elementi di distinzione propria, all’interno dei beni culturali. Infatti, rispetto ai beni culturali nella loro integralità hanno caratteristiche che ne individuano un particolare valore. L’aggettivo “storiche” indica una qualità appunto dilatata nel tempo, sovente nei secoli. C’è, quindi, un elemento di antichità, che non sempre è caratteristica di un bene culturale. Soprattutto, però, c’è il sostantivo, “dimore”. Rispetto a un monumento, a un palazzo pubblico, a un edificio sacro, la dimora storica ha un carattere di forte differenza: è un edificio vissuto, ossia un bene che perpetua la sua funzione attraverso i secoli. La dimora storica non è mutata in museo, perché serba ancora la propria originaria funzione. È un’abitazione, nata come tale e tale rimasta. Quindi, accanto ai valori schiettamente estetici dell’immobile, ci sono aspetti di continuità storica, di tradizione, permanendo la destinazione per la quale l’immobile era nato.

Sono decine di migliaia gli immobili in queste condizioni, a volte rimasti l’unico edificio di rilevanza storica nel cuore di un piccolo paese, altre volte diffusi l’uno accanto all’altro in quartieri cittadini. Vi sono dimore che risalgono al Medio Evo, altre d’età rinascimentale, altre barocche, spesso documentando nelle proprie mura le variazioni apportate dai secoli e, attenzione!, di solito motivate dal voler serbare la funzione abitativa. Vi sono dimore che sono ancor oggi in grado di ospitare un patrimonio mobiliare ricco. Ve ne sono altre in cui le vicende familiari hanno portato a una frammentazione della proprietà, ma intatta è rimasta la presenza di nuclei pur non appartenenti all’originario stipite eponimo. Questo aspetto va ricordato, perché ha una funzione estetica, storica, culturale, sociale. Insomma, il bene “dimora storica” è leggibile come un bene che ha continuità storica ininterrotta. La dimora storica evita che molti edifici si riducano come templi abbandonati. Tuttavia questa salvezza di un patrimonio culturale così tipico richiede mezzi sempre più rilevanti e sempre meno disponibili. Sempre più rilevanti, perché ovviamente il passare del tempo esige nuovi e specialistici interventi, per tacere di tragici eventi eccezionali, quali catastrofi naturali o terremoti. Sempre meno disponibili, perché la proprietà immobiliare è da qualche anno oggetto di assalti bellici, al fine di spogliarla non già dei redditi, bensì del patrimonio stesso, posto che sovente la tassazione colpisce il bene in quanto tale, pur se improduttivo. Di qui, la situazione sempre peggiore di palazzi, castelli, ville, edifici, in città, nelle campagne, nei grandi centri storici come nei minori paesi di provincia.

I proprietari vedono crescere simultaneamente i costi e le imposte. Per di più sono sbeffeggiati, perché il populismo demagogico li dipinge come “i ricchi”, adusi a vivere in comodi castelli o in sontuose ville. Quale la conseguenza? Semplicissima: i mitici castelli, i palazzi nobiliari, le ville sognate, non solo non fruttano i favolosi redditi ipotizzati, come si vorrebbe far credere con faciloneria disarmante, bensì si corrodono nel patrimonio. Infatti viene meno la possibilità di eseguire i lavori, fossero anche solo di manutenzione ordinaria, non si dice di recupero o di restauro o di straordinaria manutenzione.

La dimora storica rischia di diventare un rudere, perdendo insieme tutti i valori, culturali, storici, sociali, artistici, che essa ha finora detenuto. Quando, invece, vi siano i mezzi per consentire i lavori necessari, ecco che si genera un positivo indotto economico, sia per le opere edili (sovente per imprese specializzate nel recupero specifico), sia per le prestazioni di professionisti (anche loro spesso preparati nel settore), sia in generale per il miglioramento ambientale complessivo, perfino per l’avvaloramento culturale e i conseguenti richiami turistici.

La vicenda del mancato saldo dei contributi statali è esemplare per indicare la condizione di sfascio – non c’è parola più adatta – cui siamo giunti. Lo Stato deve ai proprietari d’immobili storico-artistici 97 milioni di euro per i lavori di restauro effettuati e liquidati (al 50 per cento dei costi) dalle competenti Soprintendenze. La somma è stata confermata dal Ministero per i Beni culturali e supera, oggi, i 100 milioni. Dunque, lo Stato ha spinto i proprietari d’immobili storico-artistico a compiere lavori, considerati, è palese, necessari e utili alla collettività, non soltanto al singolo. I proprietari si sono sobbarcati i lavori, fidando nel rispetto dell’impegno assunto dello Stato. Invece, nonostante la liquidazione e il riconoscimento del debito da parte degli uffici competenti, i rimborsi non giungono.

Nell’ambito di questa situazione diffusa a livello nazionale, la sezione di Piacenza di Italia nostra denuncia la particolare condizione del territorio piacentino, caratterizzato dalla presenza di numerosi castelli e di altrettanto numerosi palazzi storici, tanto da avere, per la notorietà delle sue caratteristiche, attirato – pur collocato in Emilia – l’attenzione della Regione Lombardia che, come risulta dal sito della stessa, ha incluso i manieri piacentini nelle iniziative per l’Expo (19° itinerario previsto). Ebbene, nella provincia di Piacenza il debito dello Stato per questo settore aumenta – che si sappia con certezza – ad almeno 300 mila euro e data da alcuni lustri rispetto a quando i lavori sono stati accertati dalla Soprintendenza. Il nostro patrimonio storico-artistico è nuovamente interessato da crolli e devastazioni. Sempre nel territorio piacentino, molti castelli in particolare sono stati abbandonati ed un numero da anni crescente degli stessi è stato posto in vendita da proprietari non in grado di manutenerli con altri proventi, restando peraltro da tempo in vendita, senza trovare collocazione, tantomeno ad italiani.

Italia nostra torna a rilanciare il suo grido di allarme, reinviando il proprio appello al Ministero interessato (e debitore), alla Regione ed ai Comuni nonché ai parlamentari tutti (invitati a considerare l’entità del patrimonio coinvolto nel disastro complessivo e non al numero degli attuali proprietari), tutti già informati (e comunque ben a conoscenza) della precaria situazione ancora in atto, anche alla vigilia della partenza di Expo.

 

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