Italia Nostra

Data: 24 Giugno 2016

Chiesa Rurale di Sant’Angelo di Vitavello (Ascoli Piceno): segnalazione per la Lista Rossa

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Indirizzo/Località: comune di Ascoli Piceno nella frazione di Vitavello

Tipologia generale: architettura religiosa

Tipologia specifica: chiesa rurale

Configurazione strutturale: struttura in pietra contrafforti – facciata con vela a un solo fornice – presenza di affreschi nella parete d’altare tra cui (centrale) San Michele Arcangelo (santo titolare)

Epoca di costruzione: incerta – tra la seconda metà dell’VIII e la fine dell’XI secolo

Comprende: edificio in pietra

Uso attuale: memoria della semplice architettura popolare – necessita di urgenti restauri a partire dalla copertura – infiltrazioni mettono in pericolo gli affreschi

Uso storico: la loro ubicazione, isolata e sparse sul territorio, permetteva ai lavoratori agricoli di partecipare al rito religioso senza allontanarsi troppo dal luogo di lavoro

Segnalazione: del novembre 2015 – sezione di Ascoli Piceno di Italia Nostra – ascolipiceno@italianostra.org

Motivazione della scelta: La chiesa di San Michele Arcangelo si trova nel comune di Ascoli Piceno, nei pressi della frazione di Vitavello. Molto probabilmente, la chiesa ha origini altomedievali. Dopo la cristianizzazione e il conseguente mutamento devozionale degli invasori longobardi, furono costruiti edifici ecclesiastici situati in luoghi isolati, vicino ad aree coltivate e case sparse. Nel nostro caso, la chiesa sarebbe stata eretta a servizio dell’abitato di Acquaviva. Nelle visite pastorali del vescovo Camaiani (1567-71) la chiesa di Vitavello viene, infatti, denominata Sant’Angelo di Acquaviva. E’ una delle diciotto chiese che insistono nel territorio della parrocchia dei S.S. Cosma e Damiano di Mozzano, una frazione di Ascoli Piceno.

L’esistenza di una fitta rete di chiese rurali sul territorio ebbe un ruolo fondamentale nel paesaggio agreste tardoantico e medievale, a testimonianza della profonda religiosità e la devozione popolare nel corso dei secoli. Fra la seconda metà dell’VIII e la fine dell’XI secolo, elementi dell’aristocrazia longobarda, proprietari fondiari, religiosi, detentori del potere politico e militare diedero un forte impulso alla fondazione di chiese, cappelle e monasteri nelle campagne e nelle città. Anche l’istituzione statuale (sia bizantina sia longobarda) contribuì con una propria rete di chiese patrimoniali, in una complessa trama di relazioni e competenze. Non è facile, però, rintracciare i rapporto tra le chiese, gli oratori, le cappelle e i nuclei di popolamento, per la scarsità di fonti scritte. Per esempio, l’edificio sacro di Vitavello nasce in una posizione isolata e non ci sono, al momento, indicatori quali ritrovamenti archeologici o la presenza di aree cimiteriali che possano chiarire le ragioni della sua ubicazione.

La presenza di chiese e oratori in luoghi anche isolati risale all’Alto Medioevo, periodo nel quale l’economia era di tipo curtense, povera e legata al territorio, e testimonia come la circolazione delle idee e della manodopera “artistica” sia stata rapida e capillare. Le chiese rurali, grazie alla sistematica diffusione nelle campagne, garantirono la cura animarum (a volte, con funzioni battesimali) e assicurarono l’inquadramento pastorale della popolazione.

Le chiese rurali non sono, in genere, opere d’arte nel senso pieno del termine ma memoria della semplice architettura popolare e un importante punto di riferimento territoriale e sociale. Esse erano costruite quasi sempre ad aula singola, con il tetto a doppio spiovente e la copertura realizzata con coppi tradizionali; gli interni erano spesso decorati con affreschi, di epoca e mano diverse, le spese dei quali erano sostenute da fedeli abbienti. Le pitture murali erano dedicate a temi e a santi vicini alla religiosità popolare. La fondazione di una nuova chiesa costituiva un’opportunità di promozione sociale per i nuovi benefattori, mentre quelli affermati potevano consolidare il proprio prestigio. Questo impegno era considerato uno strumento opportuno per la promozione economica del territorio nel quale la chiesa veniva fondata. I luoghi di culto costituivano, infatti, un potente polo di attrazione per la popolazione dispersa: la loro ubicazione permetteva ai lavoratori agricoli di partecipare al rito religioso senza allontanarsi troppo dal luogo di lavoro.

Sia le chiese rurali che i loro affreschi sono, a volte, vere e proprie apparizioni che accolgono il visitatore con i loro tesori d’arte. Il nostro territorio evidenzia una capillare diffusione di chiese, pievi e oratori affrescati, una stratificazione di storia e di memoria, un vero scrigno di bellezza. Purtroppo, l’incuria e il vandalismo stanno cancellando queste preziose testimonianze, un autentico patrimonio che va salvaguardato e tutelato.

Qualche anno fa (2008), Vittorio Sgarbi scrisse che «è arrivato il momento di acquistare compiuta coscienza dell’importanza di ogni reliquia, alla quale provvedere per la sua conservazione», pena la perdita «del sapore dei luoghi, la loro verginità, la loro individualità».

“Occorre acquisire coscienza politica”, concludeva il critico, “della straordinaria identità culturale dell’Italia la cui vocazione alla bellezza è un bene primario che non si può consentire di disperdere”.

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