Italia Nostra

Il futuro industriale di Brindisi

28 Luglio 2025

Il futuro industriale di Brindisi. Ancora una volta, Brindisi sta attraversando uno dei ciclici periodi in cui deve scegliere tra una difesa perdente, in danno dell’ambiente e dell’occupazione, di una realtà industriale anacronistica o imboccare realmente la strada verso uno sviluppo che sia fondato sull’innovazione e sulle fonti rinnovabili.

La situazione odierna

Oggi Brindisi si trova ad affrontare contemporaneamente la fermata della centrale termoelettrica Brindisi sud e l’annuncio da parte di Eni della decisione di chiudere Eni Versalis. È un caso più unico che raro che avvenga in Italia questa contemporanea chiusura di impianti termoelettrici e di chimica di base, ma non sia la capacità di trasformare questo caso in un appuntamento e in impegni formali a livello nazionale, a differenza di quanto accade a Taranto.

Dopo la fermata della centrale Brindisi sud nel mese di ottobre 2024, oltre un anno prima della chiusura a dicembre 2025 preventivata nel piano di decarbonizzazione.

Brindisi area di crisi complessa

Il Governo ha dichiarato Brindisi area di crisi complessa e ha avviato un accordo di programma e la nomina di un commissario, nella persona del prefetto di Brindisi, per esaminare e rendere operative manifestazioni di interesse sostitutive della realtà energetica esistente. Però, a differenza di quanto accade a Taranto, non si riscontra un impegno, anche finanziario, che veda il Governo entrare in prima persona in questa fase di transizione.

I progetti di Eni

Eni prospetta la realizzazione di una gigafactory per produrre batterie da accumulo e ipotizza 700 posti di lavoro. In un primo tempo, si sono succedute dichiarazioni istituzionali e politiche a favore di questa transizione, ma poi queste dichiarazioni sono state contraddette da una serie di indicazioni che comportano un inquietante ritorno al passato. Facciamo riferimento alle posizioni che puntano a tenere la centrale Brindisi sud in riserva, senza, peraltro, specificare se si parla di riserva fredda o calda, ma anche a quelle che vorrebbero tenere il “cracking” nel petrolchimico in conservazione.

I progetti di Enel

Enel, apparentemente contraria rispetto a quanto si propone, è arrivata a chiedere al Governo di assumersi il costo di questa scelta o di nazionalizzare le centrali di Brindisi, Civitavecchia e Fiume Santo. Il tenere in riserva la centrale comporta bloccare l’impianto, Il non avere la capacità di fare di Brindisi un caso nazionale comporta la sottovalutazione degli effetti sull’occupazione. Si pensi a quanti lavoratori, circa 2.500 fra diretti e indiretti, sono oggi impegnati nei cicli produttivi del chimico e nel campo termoelettrico. Però, ancora oggi, come tante volte ieri, il sostenere di intervenire in difesa delle imprese e dell’occupazione produce effetti contrastanti e sconcertanti, in danno del territorio, dell’ambiente e appunto soprattutto dell’occupazione.  

Le contraddizioni sindacali

Posizioni politiche e sindacali arrivano a difendere l’indifendibile chimica di base attuale e a chiedere, assolutamente il ritorno al carbone, perfino con riferimento al trasporto su gomma del minerale fino alla centrale Brindisi sud. Fornendo al riguardo, l’insostenibile possibilità di far convivere combustibili fossili, quali il gas, con le prospettive di uso delle rinnovabili e dell’innovazione. Si arriva, perfino, a proporre lo spostamento a Brindisi della nave rigassificatrice che si vorrebbe collocare a Taranto per alimentare col gas gli altiforni dell’acciaieria.

L’azione del Governo

Il Governo, peraltro, dona ulteriori 78 milioni di euro per realizzare a Taranto e non a Brindisi un hub della cantieristica al servizio di impianti eolici offshore e, invece, di  creare questo nuovo sviluppo Brindisi dona 35 milioni di euro a Edison per consentirle di avere quei fondi non riconosciuti nel Pnrr per far ripartire il progetto del deposito costiero di gnl a costa Morena est, luogo cruciale per lo sviluppo dello scalo intermodale tra navi e linea ferroviaria e per la logistica portuale.

Le richieste delle associazioni

E compito delle forze politiche, soprattutto di quelle sindacali pretendere, come a Taranto, gli ammortizzatori sociali che garantiscano la transizione, i corsi di formazione e gli impegni per l’impiego di personale dell’attuale indotto nei progetti da realizzare. Va sottolineato che oggi e non domani può essere costruito un futuro con precisi contenuti tecnici, economici, occupazionali e con la relativa fattibilità nelle manifestazioni di interesse citate e in progetti attivabili a Brindisi, solo se vi fosse la volontà di creare questo nuovo sviluppo. 

I chiarimenti necessari

Enel ed Eni, è bene ricordarlo a tutti, non licenziano i loro dipendenti. Ci aspettiamo, in primo luogo, che anche la Cgil chiarisca la propria posizione che con noi, in passato, è stata chiara su questi temi, in primo luogo sul deposito. Enel, da tempo, ha presentato 13 idee progettuali (dopo le aziende coinvolte, il primo numero indica gli addetti da assumere, il secondo li investimenti e il terzo la tempistica di realizzazione). Renesys Energy: 270 addetti, 85-100 milioni, 12-15 mesi. Scandiuzzi Steel Constructions: 70 addetti, 10 milioni, 15 mesi. Greenthesis: 30 addetti, 10 milioni, 12 mesi. 

Italia Nostra Brindisi, Legambiente circolo Tonino Di Giulio Brindisi, Wwf Brindisi, Forum Ambiente Salute e Sviluppo, No al Carbone, Puliamo il mare Brindisi, Associazione “Vogatori Remuri” Brindisi.

 



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per leggere la nota sulla stampa online: https://www.brindisireport.it/economia/crisi-industriale-taranto-governo-impegna-prima-persona-brindisi-no.html