Italia Nostra

Data: 12 Maggio 2014

Arsenico nel sangue dei cittadini di Gela

La “terra dei fuochi” non si ferma in Campania. A quanto pare c’è più arsenico nel sangue dei gelesi che a Taranto: 40 per cento a Gela, 30 per cento a Taranto. Questa è solo uno dei sorprendenti risultati del Progetto “Sepias – Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica”. La relazione è stata illustrata nella sede centrale del Consiglio nazionale delle ricerche. Si tratta di uno studio svolto dal Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie del ministero della Salute, studio coordinato dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr, responsabile Fabrizio Bianchi), ed è stato pubblicato sulla rivista ‘Epidemiologia & Prevenzione’. Sono stati sottoposti all’esame 282 cittadini che abitano nelle aree del Monte Amiata, nel Viterbese, a Taranto e Gela. “Nelle urine dei soggetti controllati abbiamo misurato il contenuto di diverse specie organiche e inorganiche di arsenico, alcune delle quali sono riconosciute cancerogene certe per l’uomo”, ha affermato Fabrizio Bianchi. “Sono stati misurati inoltre parametri di rischio cardiovascolare mediante ecodoppler carotideo e cardiaco e, nel sangue, numerosi biomarcatori di suscettibilità genetica, di danno al Dna, di effetto precoce”. I soggetti analizzati hanno inoltre risposto ad un questionario “Le quattro aree risultano caratterizzate diversamente per distribuzione e tipologia di arsenico assorbito dai partecipanti al biomonitoraggio e anche per alcune caratteristiche genetiche”, precisa coordinatore dell’istitituo di Fisiologia. “Per quanto riguarda l’arsenico inorganico sono stati osservati valori medi di concentrazione elevati, sulla base di quelli di riferimento nazionali e internazionali per il biomonitoraggio umano, in un soggetto su quattro sul totale, ma con rilevanti differenze: 40% Gela, 30% Taranto, 15% Viterbese, 12% Amiata.

Questi dati, da usare con cautela in considerazione dei piccoli campioni, non sono marcatori di malattia ma testimoniano l’avvenuta esposizione”. Sono state rilevate inoltre alcune associazioni “statisticamente significative tra concentrazione di arsenico e fattori di rischio indagati col questionario”. Ciò ha suggerito ai ricercatori nuove indagini ed approfondimenti. “Principalmente con l’uso di acqua di acquedotto e di pozzo, ma anche con esposizioni occupazionali e con consumo di alimenti quali pesci, molluschi o cereali, che dovranno essere indagati con studi specifici”, spiega Bianchi. “La preoccupazione per i rischi ambientali per la salute appare peraltro acutissima, specie nelle due aree industriali. A Taranto e Gela circa il 60% del campione giudica la situazione grave e irreversibile e oltre l’80% ritiene certo o molto probabile che in aree inquinate ci si possa ammalare di tumore o avere un figlio con malformazioni congenite”. I livelli di fiducia, tuttavia, cambiano da un’area all’altra, stando ai risultati dei questionari. “Nel 40% dei casi nell’Amiata e nel 27 a Viterbo, ma solo nel 6% a Taranto e nel 16 a Gela”, giudica Bianchi. La ricerca, annuncia Bianchi, ha permesso di ottenere “indicazioni importanti per la definizione di sistemi di sorveglianza nelle aree studiate che includano interventi di prevenzione sulle fonti inquinanti conosciute e la valutazione della suscettibilità individuale all’arsenico”. Per queste ragioni i ricercatori suggeriscono “la prosecuzione del monitoraggio periodico a iniziare dai soggetti con i valori più elevati, per i quali si propone un protocollo di presa in carico, assieme a un’informazione costante e attenta da parte delle autorità, avvalendosi dei ricercatori e degli operatori della sanità pubblica”.

Leandro Janni – Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

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