Italia Nostra

Data: 27 Settembre 2018

Parole, soltanto vuote parole tra le rovine di un territorio sempre più povero e marginale

Sicilia, settembre 2018. Ancora una volta l’area del Vallone, la zona nord della provincia di Caltanissetta, è in ginocchio per il maltempo. Crolli, frane, fango lungo le vie di collegamento: le piogge cadute in questi giorni hanno provocato numerosi danni. A risentirne soprattutto la viabilità. Due i comuni più colpiti: Mussomeli e Serradifalco. La cosiddetta “capitale del Vallone” (Mussomeli) è isolata dopo il crollo di un piccolo ponte, nei pressi della miniera di Bosco Palo, lungo la provinciale n. 38. La strada, a causa della voragine, è stata chiusa al traffico. Molte le difficoltà per raggiungere i paesi vicini a causa del fango sceso dalle colline. Per via delle intemperie che hanno colpito Mussomeli molte auto sono rimaste bloccate. Diversi gli interventi dei Vigili del fuoco e dei Carabinieri.

L’altra cittadina in ginocchio è Serradifalco: qui si è sbriciolata una parete dell’ex Collegio di Maria. Paura pure per il crollo di una vecchia casa disabitata situata nel cuore del paese, nella Salita Abbate. In entrambi i cedimenti non si registrano feriti o vittime. Nelle campagne di Serradifalco si è verificato il crollo di parte di un muro di sostegno lungo la strada provinciale n. 220, all’altezza dell’Eremo Don Limone, mentre risulta irraggiungibile una struttura agrituristica nella zona di Apaforte. Impercorribile la provinciale n. 101, strada secondaria che porta all’importante arteria statale n. 640 Caltanissetta-Agrigento.

Che dire? Territori, paesaggi ricchi di storia, di fascino. Di peculiare bellezza. Territori, paesaggi sventurati. Assai sventurati. Al centro della Sicilia. Disagi enormi per le popolazioni. Da sempre. Qui la viabilità, infatti, è sempre stata precaria, scadente. Ma, al di là dei consueti, sfrontati proclami della politica, nulla si è fatto sino ad oggi. E oggi la situazione è grave, gravissima. Per certi versi surreale.

Ancora una volta ci chiediamo cosa stanno a fare a Palermo e a Roma i nostri deputati regionali e nazionali: Giancarlo Cancelleri, Nunzio Di Paola, Giuseppe Arancio, Salvatore Mancuso, Azzurra Cancelleri, Dedalo Pignatone. E Daniela Cardinale? E Alessandro Pagano? E il presidente della Regione Nello Musumeci che ha conquistato il potere nell’Isola con l’hashtag-slogan #DiventeràBellissima? Siamo veramente stanchi e persino disgustati di sentire cianciare di “sviluppo e turismo”, “sviluppo e impresa”, “sviluppo e legalità”. Parole, soltanto vuote parole tra le rovine di un territorio sempre più povero e marginale.

NOTA

Le strade romane furono strumenti fondamentali attraverso cui Roma affermò il proprio dominio su popoli e territori. Nel corso dei secoli i romani costruirono un’efficientissima rete di strade su oltre 80.000 chilometri, percorrendo territori oggi appartenenti ad oltre trenta nazioni. Le strade solitamente venivano costruite scavando il terreno e riempiendo lo sterro con quattro strati: un letto di pietre grandi almeno quanto una mano a formare le fondamenta della strada (“statumen”), quindi una gettata di malta mista a pietrisco (“rudus”), debitamente battuto, sul quale veniva disposto un terzo strato composta da malta, sabbia e ghiaia (“nucleus”) nel quale venivano disposte le basole a formare lo strato più duro e stabile (“pavimentum”). Questa superficie della strada non era generalmente diritta ma leggermente convessa per poter convogliare le acque piovane ai lati. Le basole, ovvero i lastroni di pietra di forma poligonale, avevano la superficie superiore levigata mentre la parte inferiore era a cuneo così da essere meglio affondate nello strato sottostante, queste pietre venivano unite ed incastrate le une alle altre così abilmente che restavano ferme e solide, e rendevano la superficie di passaggio stabile e sicura. I margini della sede stradale venivano delimitati dagli “umbones”, blocchi di pietra inseriti verticalmente nel terreno per serrare la carreggiata, tra questi – a distanze regolari – si incastravano i “gomphis”, pietre a forma conica aventi funzione di paracarri ed utilizzate anche per agevolare la salita a cavallo. Spesso erano presenti anche i “crepidines” (da crepidae – sandali), funzionali al passaggio pedonale e presenti soprattutto nelle città, dove venivano utilizzate come veri e propri marciapiedi. La larghezza della strada lastricata di grande comunicazione era variabile dai 4,00 ai 4,20 metri (14 piedi romani), in maniera da consentire il transito contemporaneo di due carri in entrambi i sensi di marcia.

Nelle immagini fotografiche che testimoniano del grave, recente cedimento lungo la provinciale n. 38 si può notare benissimo (direi in modo inesorabile) l’esiguo strato di asfalto e di materiali inerti volti, in qualche modo, a stabilizzare il manto stradale. Appena pochi centimetri. Altro che i 120 centimetri di spessore delle strade romane! Per non parlare dell’assoluta mancanza di opere per il deflusso delle acque piovane e di quant’altro. Insomma, un manufatto, un’opera infrastrutturale del tutto inadeguata, fuori norma. Una strada che molti di noi hanno percorso o continuano a percorrere correndo gravi rischi. Una strada “moderna” che è stata realizzata sul tracciato di una vecchia mulattiera. Ma da quanti anni si parla di “rifare” la Caltanissetta-Mussomeli?

Leandro Janni – Presidente regionale di Italia Nostra Sicilia

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