Italia Nostra

Data: 14 Settembre 2011

Sos per l’ex mulino-pastificio Salvati, a Caltanissetta

Nel mito greco – racconta Esiodo – la memoria e la dimenticanza erano le cannelle della stessa fontana. Bevendo di quell’acqua nasceva la saggezza, la sapienza divinatoria. A Caltanissetta, dalla cannella della memoria non sgorga più acqua, da tempo. In compenso, la cannella della dimenticanza è più viva che mai.

Da alcuni giorni sono iniziati i primi lavori di demolizione e sbancamento che, inesorabilmente, preludono ad un nuovo intervento edilizio. Siamo in un’area, in un sito storico della città di Caltanissetta, compreso tra le vie Salvati, Montedoro e Sallemi. Siamo nel luogo in cui, tra Ottocento e Novecento, operava il mulino-pastificio Salvati – rilevante, peculiare complesso architettonico-urbanistico di cui, ancora, rimangono importanti testimonianze, sebbene offese dal tempo, dall’abbandono e dall’incuria. Insomma: ciò che fu in passato un fondamentale punto di riferimento, espressione qualificata dell’imprenditoria e della cultura locale, sembra destinato a essere cancellato per far posto all’ennesimo manufatto di edilizia abitativa.

Incredibilmente, scriteriatamente, il luogo non è protetto da alcun vincolo di tutela, da parte della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali nissena. In più, la delimitazione del centro storico di Caltanissetta, nei piani comunali, non comprende l’area dell’ex mulino-pastificio “Salvati”. L’attribuzione di zona B del PRG a quest’area consentirebbe, dunque, ogni possibile stravolgimento dei luoghi. Questo, ovviamente, anche a causa dell’acritico assenso della Commissione edilizia comunale e del Consiglio comunale.

Ancora una volta, pertanto, sotto gli occhi distratti e indifferenti delle istituzioni e dei cittadini, rischia di essere cancellato per sempre un brano importante di passaggio urbano storico che, oltre all’ex mulino-pastificio, comprende persino una torre colombaia del Quattrocento (studi e ricerche dell’arch. Giuseppe Saggio).

Dai sopralluoghi effettuati in questi giorni, abbiamo preso atto del valore, della consistenza materica, architettonica dei manufatti sopravvissuti sino ad oggi. Pertanto, rivolgendoci alle istituzioni, ma anche ai proprietari dell’area, auspichiamo che i manufatti esistenti non vangano cancellati con un colpo di ruspa, ma possano tornare a vivere, a trovare spazio e cittadinanza attraverso un intervento di recupero e restauro edilizio. Certo è che viviamo, abitiamo in una Caltanissetta sempre più confusa e dispersa, tra assordanti rumori e sconcertanti silenzi. Così muore la città.

Leandro Janni

Consigliere nazionale di Italia Nostra

NOTA_Il Salvati fu uno di quei laboratori che, nella seconda metà dell’Ottocento, fecero sì che a Caltanissetta si passasse dalla pasta fatta… in casa a quella “industriale”, sostituendo quindi al lavoro “a forza di braccia” per lavorare l’impasto, quello del mulino-stabilimento con le nuove tecniche proposte dall’industria dell’epoca. Furono i fratelli Francesco e Luigi Salvati (di origine campana, provenienti quindi dalla “patria” della pasta italiana) che nel 1866 impiantarono il loro mulino in contrada Sallemi, proponendo una nuova lavorazione della pasta, meno “artigianale” appunto, e più a scala industriale. Un esempio imprenditoriale, il loro, destinato a durare parecchi decenni e che ben presto ebbe in città diversi seguaci, convinti anch’essi della necessità di modernizzare i processi di produzione di un alimento di così largo consumo.
Solitamente tali mulini venivano impiantati nei pressi di fiumi e torrenti: le scarse piogge, però, e quindi la poca disponibilità d’acqua, li costrinsero nel tempo ad una ridotta attività, che portò alla loro dismissione, per cui ci si orientò verso gli impianti a vapore: il mulino dei Salvati, con annesso pastificio, era uno di quelli. Nel primo decennio del Novecento ne era proprietario Vincenzo Salvati, illustre chirurgo e scienziato, rinomato per aver impiantato a Caltanissetta (proprio nella sua abitazione di contrada Sallemi) il primo gabinetto elettro-fototerapico e il primo studio di radiologia.
A seguire l’esempio dei Salvati, come detto, furono altri produttori locali, come i fratelli Tortorici che avviarono il loro mulino-pastificio in contrada Stella. Un altro fu installato nel 1895 da un imprenditore sancataldese in contrada Madonna della Catena, altri due – anch’essi con pastificio annesso – furono avviati da Cortese in contrada Santa Lucia, alla periferia cittadina. Poi, nel nuovo secolo, ecco la “Piedigrotta” con stabilimento in via Elena, che ben presto si sarebbe affermato su tutti gli altri: e sulla distruzione di questo fabbricato, avvenuta negli anni Settanta, nessuno alzò un dito per salvare una siffatta testimonianza di archeologia industriale. Poco prima un altro rinomato “mulino” cittadino, quello dei fratelli Sole in via Redentore, aveva cessato anch’esso la produzione. Dei citati pastifici, dunque, le uniche tracce ancora esistenti in città sono quelle del Salvati. (Walter Guttadauria, LA SICILIA)

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