Italia Nostra

Data: 11 Dicembre 2017

Italia Nostra Massa: svolta la conferenza “L’incredibile storia dei faraoni” della Dr. Cristiana Barandoni

Si è tenuta questo pomeriggio giovedì 7 dicembre 2017, alle Stanze del Teatro Guglielmi a Massa, la conferenza dell’archeologa Dr. Cristiana Barandoni. Dopo l’apertura e i saluti ai presenti del Presidente Bruno Giampaoli, il Prof. Imo Furfori ha presentato il libro e l’autrice che ha preso poi la parola illustrando in maniera esaustiva gli argomenti di storia e archeologica trattati in questo suo ultimo lavoro letterario. Il libro è ben fatto e di facile lettura ed ha riscosso subito il gradimento del pubblico che si è appassionato all’argomento dell’antico Egitto visto da un’angolazione originale e veramente interessante. L’opera ha il sostegno della casa New Compton Editori, di Italia Nostra sez.Massa-Montignoso, del Gruppo Archeologico ApuoVersiliese e della Mondadori Store Massa.

Al termine la dottoressa Barandoni ha assicurato la sua collaborazione per organizzare la prossima gita culturale che si effettuerà al sito archeologico di Ameglia (Sarzana) per visitare la necropoli pre romanica (dei Liguri Apuani) dove si trovano cinquanta tombe a cassetta e poi l’area archeologica dell’antica città-porto di Luni.

“Ai piedi della collina di Costa Celle, sotto il borgo medievale di Ameglia, la necropoli di Cafaggio è l’area cimiteriale di un forte nucleo di Liguri Apuani, che commerciavano con Etruschi e Celti e si avvalevano di un importante scalo marittimo alla foce del fiume Magra, futura sede del portus Lunae. Il sito è oggi l’unica realtà visibile di un più vasto e articolato comprensorio insediativo del quale si ignorano ubicazione ed entità; sporadici ma cospicui rinvenimenti effettuati nell’ottocento e nella prima metà del novecento sono riferibili a numerose sepolture a incinerazione, parti di uno o più sepolcreti dislocati sulle pendici collinari circostanti e verosimilmente afferenti a questo comprensorio. La necropoli di Cafaggio è stata esplorata a partire dal 1976 con regolari e assidue campagne di scavo che ne hanno evidenziato la struttura monumentale costituita da recinti in muratura a secco disposti su due file lungo il pendio in direzione est-ovest, secondo un progetto di distribuzione dei diversi nuclei di sepolture.

Le tombe, 54, sono costituite da cassette realizzate con lastre di pietra scistosa provenienti dal vicino promontorio del Corvo e custodiscono le urne con i resti incinerati dei defunti e il corredo funerario. Ogni struttura, che poteva anche accogliere più sepolture accomunate da vincoli di parentela e/o sociali, veniva poi protetta da un cumulo di pietre che aveva anche la funzione di segnacolo. I materiali dei corredi, in particolar modo il vasellame, consentono di circoscrivere l’utilizzo del sepolcreto nell’ambito dell’ultimo venticinquennio del IV secolo a.C. quando una rovinosa frana ne determina il seppellimento e l’abbandono. La frequentazione dell’area riprende comunque in età romana e tardo antica, con sepolture a incinerazione (I-II secolo d.C.) e con inumazioni (non databili per mancanza di corredo) nella nuda terra con rudimentali elementi di recupero (tegoli, laterizi, frammenti marmorei) a formare una sorta”.

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