Italia Nostra

Massa, le richieste ai candidati sindaci

20 Giugno 2018

PROMEMORIA AI CANDIDATI SINDACI DA PARTE DELLE ASSOCIAZIONI CAI, GRIG PRESIDIO APUANE, LA PIETRA VIVENTE; ITALIA NOSTRA SEZ.MASSA-MONTIGNOSO, LEGAMBIENTE

Queste associazioni, insieme ai cittadini che si riconoscono nei valori rappresentati dalla  tutela dell’ambiente, del paesaggio, delle acque, del lavoro, chiedono ai candidati sindaci che gli uffici comunali rispettino e facciano rispettare la normativa vigente per le cave di Massa, ovvero quella del 1846, integrata da alcune modifiche delle amministrazioni comunali e riportata nei decreti di concessione.

Premettiamo che sia la legge del 1846 sia i contratti recenti stabiliscono che il Comune in caso di violazioni di particolari norme PUO’ “pronunciare la decadenza del concessionario”. In tutti questi anni il PUO’ è stato interpretato a FAVORE del concessionario, per quanto recidivo, e reiterate condotte abusive successive, con danno alla collettività. Anche recentemente una lettera dell’assessore all’Ambiente spiegava che PUO’ non significa DEVE.

Citiamo le clausole previste da un contratto del 2008 sulla decadenza della concessione:

1) l’eventuale sospensione o cessazione dei lavori dovrà essere autorizzata su richiesta motivata del concessionario. Questa indicazione non è stata rispettata nel caso di Breccia Capraia, oggi attiva, e di Valsora, cava dove il Consiglio Comunale aveva previsto l’oasi dei Tritoni, in corso di autorizzazione.

2) il concessionario non può procedere alla coltivazione della cava senza preventiva autorizzazione comunale: cava Biagi, nonostante abbia iniziato una galleria nel monte Tambura a 1.440 m senza autorizzazione, dopo il pagamento di una multa, è stata autorizzata (nonostante il PIT preveda la chiusura delle cave della Tambura visibili dalla costa).

3) il concessionario non può condurre in modo gravemente irrazionale la lavorazione. I casi di violazione sono numerosi: dalla galleria non autorizzata al Padulello, ai pilastri assottigliati della galleria autorizzata della cava Padulello (1.440) m sul monte Tambura, con grave rischi per i lavoratori; dall’occupazione di aree non in concessione e vergini con sverso dei detriti a Madielle; ai 21.000 mc di gallerie in difformità di cava Romana, con pericolo per la sicurezza degli operai non essendo state autorizzate dalla ASL PISLL; allo sverso di detriti e/o marmettola nel ravaneto di Valsora Palazzolo, Valsora   Rocchetta Caldia, Lavagnina ecc.

Il contratto del 2008 riporta anche: è fatto divieto assoluto di affittare la cava: a Massa ci sono in essere 5 rendite parassitarie di cui 3, recentemente, perpetuate per altri 7 anni, avendo anticipato, con l’assenso del Comune,  un anno prima del tempo l’iter autorizzativo per evitare la normativa regionale.

Norma in uso, risalente al 1846,  è che una cava che non lavora per due anni continuativamente “può” rientrare nel patrimonio comunale (“caducata”) per essere nuovamente messa a reddito. Solo alcune caducazioni sono state fatte da questa amministrazione (una di queste, cava Piastramarina al passo della Focolaccia, è stata ritirata per un errore burocratico del 2013!) nonostante avessimo segnalato anche i casi di Bore Cerignano e Biagi (in questo caso si è millantato una concessione unitaria con il Padulello: si tratta invece di due cave distinte e distanti con concessioni diverse).

Una regola violata  recentemente che non ha portato alla caducazione della concessione è non aver richiesto la preventiva autorizzazione prima della vendita all’asta della concessione a seguito di fallimento: il Comune ancora una volta ha accettato questa “infrazione” concedendo la cava agli acquirenti  di  Puntello Bore, Bore Mucchietto e Bore Cerignano. Non solo, ha pensato bene di caducare Bore Cerignano dopo la vendita, senza considerare che la cava era stata pagata 300.000 euro.

La politica non ha mai voluto adeguare la legge del 1846 per favorire la lobby degli industriali da sempre molto potente. Lo stesso podestà Bellugi che sulla base della legge del 1924 aveva con il segretario generale dott. Torchiarulo messo a punto un regolamento in cui, tra le altre cose, il marmo veniva tassato secondo la qualità, ha dovuto soccombere.

Il Comune aveva commissionato all’avvocato Piccioli il regolamento degli agri marmiferi in sostituzione della legge estense, rimasto non per caso  nei cassetti di qualche assessore.  La normativa del 1846 è estremamente penalizzante per la collettività perché prevede che le cave si possano vendere e lasciare in eredità senza che il Comune incassi un euro. La cava Rocchetta Calacata, rendita parassitaria, ferma da due anni (dunque da “caducare”) , con un debito di almeno 25.000 euro con il Comune, è stata venduta dai concessionari con l’autorizzazione (!) degli uffici e in questo modo il milione di euro è finito ai concessionari. La cava Madielle passa oggi in successione sulla base di questa legge, mentre il Comune avrebbe potuto venderla all’asta.

La normativa regionale prevede che la tassa del marmo estratto sia  pari al 10% del valore di mercato. Sembra opportuno applicare fin da subito questa norma, perché la tassa, pari a 15,50 euro a tonnellata, senza nessuna distinzione per la qualità del marmo, è una vera e propria rapina a danno della collettività. Si invita anche il Comune a rivedere il rapporto marmo in blocchi-marmo in scaglie, perché i concessionari dichiarano nei piani di coltivazione rese bassissime in considerazione del fatto che la Regione stabilisce un rapporto minimo costituito per il 25% dai blocchi e per il 75% dai detriti. Non solo, ma si assiste al paradosso che nella stessa cava da un piano estrattivo all’altro il rapporto cala anziché aumentare a beneficio dei blocchi. Ormai le macchine in galleria danno una resa pari all’80% come dichiarava Breccia Capraia, a meno che non sia anch’essa arretrata in questo ultimo piano.

Da rivedere subito anche l’affitto annuale, pari a 0,024 euro al mq, che non porta nessun vantaggio economico alla collettività e  da ridurre l’estensione delle cave che arriva anche a 350.000 mq, essendo la superficie concessa nell’Ottocento e che la Regione Toscana obbliga a rivedere.

Non aspettiamo i piani di bacino, ma procediamo subito, come da subito è importante che il Comune faccia i controlli sia per verificare il rispetto delle prescrizioni, sia per verificare i quantitativi estratti. Non è possibile che la pesa elettronica esista solo da un anno e ci auguriamo che le telecamere siano in funzione tutto il giorno; non è possibile che 6 cave si autopesino: è obbligatorio porre all’uscita delle cave delle telecamere; non è possibile, ma è la dura realtà, che le cave vengano autorizzate e prorogate SENZA CHE L’UFFICIO FACCIA ALCUN CONTROLLO: recente il caso di Piastreta che ha dichiarato di non aver finito la quantità concessa ma nessun funzionario ha fatto sopralluoghi da 30 anni , e questo è capitato dopo che Madielle, autorizzata per due anni sulla fiducia e “visitata” dai Guardiaparco con il Comune pochi mesi dopo, grazie agli ambientalisti che per un anno hanno inondato di foto di blocchi fermi in cava e richieste di sopralluoghi Parco e Comune, si era “anticipata”  scavando , al di fuori del piano estrattivo, assai di più di una torre Fiat e mezzo.

Da ultimo: due cave rivendicano come propri i mappali comunali: è TOLLERABILE?  Non è il caso di caducare ipso facto le concessioni? Si vogliono appropriare  senza alcun diritto di beni delle collettività.

 

BASTEREBBE CHE IL COMUNE RISPETTASSE il “PUO” a vantaggio della collettività e non del privato,   e avremmo fiumi meno bianchi, strade meno dissestate e paesaggi con minor devastazione.  MA PER FAR QUESTO CI VUOLE LA VOLONTA’ POLITICA.