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15-01-2021

Sulla tutela e il recupero del patrimonio culturale della città

Sulla tutela e il recupero del patrimonio culturale della città

Ogni qualvolta si riesce a salvare un bene culturale, non ci si può che rallegrare, come nel caso della notizia dell’ottenimento di uno stanziamento di fondi ministeriali a favore del recupero della Colonia di Castel Raniero, caso da tanti ritenuto ormai di impossibile soluzione oltretutto anche in mancanza di idee attuabili riguardanti una plausibile destinazione dell’immobile.

Ricordiamo che l’edificio non è mai stato completato in mancanza dei fondi necessari pur essendo stato in qualche maniera messo “in uso” come ospedale di fortuna nel periodo della II.a guerra mondiale e come soggiorno estivo per i ragazzi che frequentavano l’asilo cittadino. Rimane il fatto che per via della destinazione per il quale era stato progettato è difficile frazionare i grandi locali interni e quindi ipotizzare usi diversi da quelli che possono prevedere “open space”. Altra difficoltà relativa ad un uso pubblico deriva dalla scarsa superficie destinabile a parcheggi, avendo oltretutto rinunciato l’A.C. all’offerta di terreno attiguo nell’occasione dell’elaborazione di un PRG degli anni ’90.

Eppure la tenacia e la determinazione hanno raggiunto lo scopo fornendo tra l’altro sia un importante esempio che un monito. Ora infatti abbiamo la certezza di quanto sempre sospettato: non è la scarsità dei fondi a condizionare pesantemente la tutela e il recupero dei beni culturali, bensì la volontà e l’abilità di reperire i finanziamenti avendo chiari gli obiettivi. Questo non si è verificato per le cosiddette “case manfrediane“ acquisite per una destinazione pubblica poi vendute con un autentico giro di valzer per destinazione in gran parte privata, e purtroppo con il quasi completo silenzio generale, mentre veniva espropriata la città di un importante brano della propria storia dall’età delle famiglie della cerchia manfrediana (Bazolini, Viarani e Pasi), ben documentata dall’articolazione e struttura del complesso con loggette rinascimentali, soffitti cassettonati e fregi dipinti ora coperti dai controsoffitti realizzati successivamente, negli ambienti su via Comandini, fino alla più recente età dei Caldesi. Possiamo quindi finalmente sperare in un futuro migliore per tanta parte del nostro patrimonio, a partire dagli ambienti storici del Palazzo Comunale per i quali è urgente un restauro e una più dignitosa sistemazione degli arredi, sia per l’importanza reale che simbolica del luogo, a seguire la risoluzione dell’annosa questione del recupero delle decorazioni e una consona destinazione del cosiddetto appartamento da scapolo di Palazzo Laderchi, per il quale tanti anni fa si era anche pensato potesse diventare sede di un centro di studi e documentazione dell’età neoclassica a Faenza, sistemazione coerente con una realtà come quella faentina che da tanto tempo attende la valorizzazione del percorso neoclassico, un autentico unicum italiano se non europeo.

Ma vogliamo sperare anche che la stessa determinazione nel reperire i fondi venga impiegata per il complesso dei Servi con gli attigui chiostri della Biblioteca Comunale e per il Palazzo delle Esposizioni dalla vocazione inequivocabile. Infine, e certo non ultimi tra i problemi per i quali sarebbe riduttivo invocare come stimolo l’affetto per i luoghi, semmai una più pertinente visione della città e del suo patrimonio avendo chiari gli obiettivi che si vogliono perseguire, due casi emblematici. Ci riferiamo da un lato alla questione della Pinacoteca Comunale per la quale, sia pur organizzata con un nuovo più razionale percorso di prossima inaugurazione, non si può non pensare ad un ampliamento espositivo organico delle collezioni fino all’età moderna, per rispetto alla sua storia e alle importanti donazioni con episodi di carattere europeo, per troppo tempo nei depositi, e la cui mancata valorizzazione finirà per sconsigliare altri lasciti. Dall’altro lato ci riferiamo alla questione del cosiddetto Museo Archeologico che vediamo negato per la scarsità di quei fondi che con la stessa volontà che ha animato la ricerca per la Colonia di Castel Raniero si dovrebbero trovare. Il principio della lettura organica del patrimonio culturale, della consapevolezza della storia e dell’identità, che sono tra i principi fondativi di tante realtà museali, rendono inconcepibile il rientro a Faenza dopo imbarazzanti trattative solo dei mosaici di forte valenza simbolica, ovvero di capacità attrattiva, come il mosaico della nota “pantera”, emblema tra l’altro abbastanza frequente nei mosaici di età romana, mentre in nome della dignità di Faenza e del rispetto alla sua storia si ribadisce l’assoluta priorità del rientro da Ravenna di quei mosaici che sono un autentico unicum e di cui la città sta perdendo la memoria.

Ci si riferisce in particolare al grande mosaico figurato detto dell’”Apoteosi imperiale”, datato all’inizio del V sec. d.C. Presenta al centro un emblema dove sono raffigurati un trono eburneo su cui siede una figura maschile giovanile ignuda, con chioma bionda aureolata da nimbo argentato e recante nella sinistra lo scettro, dietro a cui compaiono due guardie del corpo e davanti una figura femminile di dama ed una maschile di un solenne personaggio con folta barba brizzolata. Si ritiene che vi siano raffigurati Onorio, Imperatore dell’Impero romano d’occidente, la cui capitale era stata trasferita da Milano a Ravenna all’inizio del V sec. d.C., il generale Stilicone capo dell’esercito e la consorte dell’Imperatore. Il restante campo del mosaico è occupato da venti riquadri, all’interno dei quali compaiono figure di dame, di militari e di capi barbari. In un riquadro è raffigurata una Nereide distesa sul dorso di un delfino, simbolo del mare ed unico personaggio mitico tra personaggi della vita reale.

Il mosaico dell’”Apoteosi imperiale” è un unicum e non trova confronto in nessun altro caso noto. Esso faceva parte di un complesso musivo, venuto in luce nel 1971 in via Dogana, con altri tre mosaici di cui il più rilevante appartenente ad un grande salone (m 9,25×15 ca.) decorato con un complesso disegno geometrico di cerchi alternati ad ellissi ed in origine completato da un’abside. Si è ipotizzato che l’edificio fosse il palatium di un dignitario della corte imperiale.

A Faenza i mosaici romani sono numerosi, di tipo e di cronologie diversificate. Si cita solo il caso dei due mosaici di vicolo Pasolini, datati all’età augustea, decorati con motivi geometrici in bianco e nero, di particolare rilievo per la raffinatezza della tecnica di esecuzione. Si ribadisce quindi la necessità della costituzione in tempi brevi di un gruppo di lavoro che abbia come obiettivo l’organizzazione di un complesso espositivo organico e di valenza scientifica dovendo costituire il primo stralcio di quel museo per il quale senz’altro chi di dovere riuscirà a reperire i fondi opportuni.

Non sarebbe poi fuori luogo che lo stesso gruppo di lavoro fornisca proposte per quanto di specifica competenza, ad un’auspicabile organo di coordinamento, al lavoro per una razionale valutazione e soluzione dei problemi oltre che per l’indicazione delle destinazioni magari a seguito di concorsi di idee, in rapporto ad una chiara visione della città nella quale gli aspetti di carattere culturale, economico e sociale possano finalmente interagire fra loro; questo consentirebbe altresì di affrontare le situazioni secondo una graduatoria delle priorità che, dimenticando il consueto principio della visibilità, sia dettata dalle reali necessità e dall’opportunità onde evitare soluzioni estemporanee non sempre coerenti, utili nell’immediato per il forte impatto mediatico, ma in prospettiva scarsamente utili alla città.

Per approfondimenti:

20210115 Sulla tutela e il recupero

Italia Nostra Onlus