Un quadro eterogeneo: ogni Regione segue una strada diversa
Il Rapporto mostra una forte disomogeneità nazionale:
- 4 Regioni (Piemonte, Lombardia, Toscana e Lazio) adottano un doppio strumento normativo + pianificatorio.
- 7 Regioni — tra cui Veneto, Puglia e Basilicata — utilizzano strumenti solo pianificatori come PPR o PTR.
- 7 Regioni — come Emilia-Romagna, Liguria e Marche — hanno definito la rete attraverso leggi regionali specifiche.
- 3 territori (Molise, Sicilia e Provincia di Bolzano) sono in una fase di costruzione o revisione e non hanno ancora una Rete formalmente adottata.
La mancanza di un approccio uniforme ostacola la nascita di una vera Rete Ecologica Nazionale, che richiede continuità oltre i confini amministrativi.
Come vengono identificate le Reti Ecologiche
La maggior parte delle Regioni basa la definizione della propria Rete su:
- core areas: aree protette, SIC/ZSC, ZPS, habitat prioritari;
- corridoi ecologici: fiumi, crinali, continuità forestali, reti agricole pregiate;
- stepping stones: piccoli habitat intermedi preziosi per la dispersione;
- zone cuscinetto per mitigare impatti;
- aree di restauro (solo poche Regioni, come Piemonte e Toscana).
Molte Regioni stanno adottando approcci avanzati come modelli di idoneità ambientale, valutazioni sulla connettività e sistemi GIS evoluti. Le Regioni utilizzano scale molto variabili: da 1:10.000 (alta precisione) in Umbria, Liguria, Emilia-Romagna, fino a 1:500.000 in Abruzzo o Sicilia. Circa metà dei territori ha cartografie recenti (post 2019), mentre altre presentano mappe datate oltre 10 anni.
Il ruolo decisivo dei finanziamenti europei
Il Rapporto evidenzia che oltre l’85% dei progetti nasce da fondi UE:
- FESR e FEASR per habitat, deframmentazione, aree agricole;
- LIFE per interventi specie-specifici o progetti pilota (es. LIFE NatConnect2030, Bear Smart Corridors, SAFE-CROSSING);
- INTERREG per azioni transfrontaliere (Alpi, Adriatico);
- Horizon Europe per progetti innovativi basati su Nature-based Solutions.
I PAF (Quadri di Azioni Prioritarie) rappresentano il principale strumento di coordinamento finanziario.
Le principali criticità individuate da ISPRA
- Eccessiva frammentazione amministrativa: spesso gli uffici Ambiente e Pianificazione non lavorano insieme.
- Scale e metodi non omogenei: ogni Regione costruisce la Rete “a modo suo”.
- Difficoltà nel trasferire la Rete regionale ai livelli provinciali e comunali.
- Scarso coordinamento transregionale: problema grave, perché gli ecosistemi non conoscono confini.
- Piani vecchi o non aggiornati.
- Mancanza di un sistema di monitoraggio condiviso e continuativo.
Le prospettive future
Il Rapporto non si limita alla descrizione: indica anche la direzione da seguire. Tra gli obiettivi urgenti:
- definire una Rete Ecologica Nazionale, come richiesto dalla SNB 2030;
- aggiornare le Linee Guida APAT (2003) con metodologie moderne;
- rafforzare la cooperazione tra Regioni;
- sviluppare strumenti di governance multilivello chiari;
- utilizzare i servizi ecosistemici come metrica per la pianificazione;
- integrare la Rete Ecologica nella VAS come riferimento tecnico obbligatorio;
- potenziare monitoraggi, dati e digitalizzazione.
Conclusione
Il Rapporto ISPRA 423/2025 mostra un Paese molto attivo ma ancora troppo frammentato. L’interesse è alto, le competenze ci sono, e i finanziamenti europei hanno dato un impulso decisivo. Tuttavia, senza una visione condivisa e un coordinamento nazionale forte, il rischio è quello di costruire 21 reti regionali anziché una rete ecologica italiana davvero funzionale.
Le prossime tappe — aggiornamento delle Linee Guida, definizione della Rete Ecologica Nazionale e attuazione della SNB — rappresentano un passaggio storico per la tutela della biodiversità nel nostro Paese.




