Italia Nostra

Data: 5 Maggio 2022

Rinnovabili: non dimenticare mai la vocazione ambientalista

Eolico

Non stupisce più di tanto che le aziende e le lobbies interessate alla lucrosa produzione di energia elettrica dal vento e dal sole, non contente di aver imposto ai cittadini italiani e ai decisori dai quali siamo governati, la narrazione fiabesca delle energie rinnovabili come via maestra per la salvezza del Pianeta, oggi si siano precipitate a cavalcare – pro domo sua – il tema scottante dell’ affrancamento dell’Italia dai fornitori stranieri di gas. Non sembra che l’ oggettiva assurdità di una simile patriottica proposta li preoccupi minimamente. L’importante è utilizzare anche questo ulteriore grimaldello per scardinare le ultime difese di chi tenta di arginare lo tsunami della cosiddetta transizione ecologica, sia ridimensionandone l’efficacia, sia concedendo spazio anche ad altre priorità, naturalistiche e culturali.   

Rende invece perplessi constatare che una grande associazione ambientalista come il WWF abbia lanciato una raccolta di firme per chiedere al governo l’urgente e totale fuoriuscita del nostro paese dalla dipendenza dalle forniture russe, ottenibile, ad avviso dei suoi esperti, grazie all’aumento esponenziale delle cosiddette FER ( fonti rinnovabili), costi quel che costi.  

Il WWF suggerisce al cittadino di sottoscrivere un documento in cui chiede al Governo di passare in tre anni dai 33 GW di rinnovabili eoliche e fotovoltaiche  fin’ora installati ( che coprono il fabbisogno globale fino al 3,5%, con fortissime oscillazioni, tamponate dal ricorso sussidiario dei combustibili fossili)  a 60 GW di potenza, cosa che causerebbe una contrazione della dipendenza dal gas del 20% e una intermittente copertura del fabbisogno pari al 10%. Se però, come sembra, si auspica una fuoriuscita completa da qualunque tipo di fonte fossile, bisognerebbe prevedere di installare tra i 350 e i 600 ulteriori GW.

 E allora? Che problema c’è? Basterebbe mettere uno zero dietro all’attuale numero di aerogeneratori e di pannelli fotovoltaici già funzionanti in Italia. Rimbocchiamoci in fretta le maniche, tacitiamo i lamenti  retrò delle soprintendenze e – voilà – il prodigio si compirà in un batter d’occhio. 

Purtroppo la realtà è più complessa e contraddice i troppo superficiali ottimismi: per ottenere la messa in rete dell’attuale il 3,5 % di energia dal vento e dal sole sono stati già spesi, sottraendoli agli italiani attraverso le bollette, 240 miliardi di euro. Lascio agli economisti calcolare quanto ci verrebbe a costare il gigantesco passo successivo. Forse anche qui sarebbe sufficiente aggiungere in coda uno zero? 

In questo articolo mi limiterò a parlare delle pale eoliche, la più gettonata icona “pseudo religiosa” della transizione energetica. Solo un bambino può credere che aerogeneratori alti più di grattacieli di cinquanta piani spuntino gratuitamente come fiori di campo, senza richiedere, a monte, un massiccio impiego di energia. Per fabbricare ogni singola pala occorrono 900 tonnellate di acciaio, 2500 tonnellate di calcestruzzo, 45 tonnellate di plastica non riciclabile.  Per costruire e mettere in opera i milioni di aerogeneratori necessari a coprire il 50% del fabbisogno mondiale di energia elettrica ( ipotesi ad oggi assolutamente  fantascientifica), dovremmo cominciare con l’ utilizzare circa due miliardi di tonnellate di carbone e due miliardi di barili di petrolio. Senza contare l’energia da fonti fossili necessaria per aprire le strade su cui dovranno passare i tir carichi delle pale, i costi energetici dei trasporti via nave ( la stragrande maggioranza delle pale proviene dalla Cina), i costi delle scavatrici e dei movimenti di terra, i costi per le nuove e capillari reti di collegamento e così via. Qualcuno ci saprebbe dire dopo quanti anni di attività una pala sia in grado di ripagarsi in termine di consumi energetici, per essere da quel momento in poi al nostro servizio a costi accettabili?  Non dimentichiamo che la vita produttiva di questi mostri raggiunge appena i vent’anni. Di conseguenza la loro effettiva utilità potrebbe rivelarsi notevolmente ridotta. C’è di più. La successiva rottamazione causerà problemi giganteschi anche sul versante di ulteriori sprechi energetici e avrà costi vertiginosi. Se a questa rottamazione si aggiungesse quella analoga dei pannelli fotovoltaici la valanga dei rifiuti supererebbe, del doppio, a livello mondiale, la quantità degli attuali rifiuti derivati dalla plastica. Una prospettiva agghiacciante.

Non dissento dal WWF solo perché ha nascosto al pubblico questi “dettagli”.  Lo incolpo di aver dimenticato la sua vera vocazione ambientalistica, evitando accuratamente di sottolineare i danni drammatici che lo tsunami delle energie prodotte attraverso il sole e il vento, nelle  spropositate proporzioni auspicate dai suoi esperti, causerebbe ai paesaggi identitari italiani, alla cultura che in essi si radica, all’economia del turismo, alla biodiversità. Ci indichi la dirigenza odierna del WWF dove impiantare altri cinquantamila aerogeneratori sulle dorsali di  una penisola notoriamente scarsa di venti adatti, scavalcando le obiezioni delle popolazioni coinvolte, massacrando ogni superstite valore paesaggistico e senza realistiche contropartite a livello planetario. 

 

Carlo Alberto Pinelli

(è stato per 12 anni membro del consiglio nazionale del WWF)    

 

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