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Sulla genesi dell’articolo 9 della Costituzione Italiana

2 Gennaio 2025

Per l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi «l’articolo 9 è l’articolo più originale della Costituzione Italiana». Esso recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Come sappiano, all’articolo originario sono state apportate modifiche dalla Legge costituzionale dell’11 febbraio 2022, n. 1. E’ stato dunque aggiunto il seguente comma: «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».

Salvatore Settis ci ricorda che la più antica legge italiana sul paesaggio porta la firma del filosofo Benedetto Croce, la Legge 11 giugno 1922, n.778, meglio nota come Legge Croce. «E’ la prima volta al mondo che uno Stato pone tra i principi fondamentali la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, che sono messi in strettissima connessione tra loro. C’è un precedente nella Sicilia del XVIII secolo, quando con un decreto del Viceré del 1745 si  stabiliva la tutela, con il medesimo atto normativo, dei beni archeologici di Taormina e del parco dell’Etna. La tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico, la promozione della cultura e della ricerca costituiscono secondo la Costituzione un tutt’uno, che si collega ai diritti fondamentali dei cittadini come il diritto all’istruzione. L’articolo 9, pertanto, si inserisce in un’architettura costituzionale che collega tra loro i diritti in funzione della dignità della persona e della solidarietà sociale».

Aurelia Speziale, docente di Storia dell’Arte al Liceo Classico Linguistico Careutico Artistico e Multimediale “Ruggero Settimo” di Caltanissetta, nel documento che segue, ricostruisce la genesi dell’articolo 9 della nostra Carta Costituzionale. Scrive Aurelia Speziale: «Colpisce, nel dibattito sulle opportunità che il paese appena uscito dalla guerra intende offrire ai suoi cittadini, soprattutto il linguaggio fra le diverse parti politiche, lontanissimo dall’attuale: sempre di conciliazione fra posizioni opposte, mai assiomatico, ma aperto nella ricerca di punti condivisi più che di muri da abbattere». 

Prof. Leandro Janni, presidente del Consiglio Regionale di Italia Nostra Sicilia 

 

DOCUMENTO – I lavori della Costituente, la libertà di pensiero e l’articolo 9 della Costituzione: una scuola per il futuro

L’articolo 9 della Costituzione Italiana, inserito tra gli articoli fondamentali, oggi recita: 

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

L’ultimo comma, il terzo, è stato aggiunto con la legge cost. 11 febbraio 2022, n. 1. 

Ma i primi due commi che genesi hanno avuto all’interno della discussione avviata dai Padri Costituenti? E perché nell’Italia postbellica, afflitta da molteplici problemi, si è sentita l’urgenza di tutelare il patrimonio come carta d’identità del nostro paese?

La lettura degli atti (che si possono consultare sul sito della Camera dei deputati) ci fa entrare fra le pieghe di un dibattito che si rivela ancora attuale e per certi versi mostra tanto di inattuato. 

La riflessione viene affidata alla prima sottocommissione dell’Assemblea costituente che doveva affrontare due punti: i principi dei rapporti sociali economici e i principi dei rapporti sociali culturali. Di questa seconda macroarea, che include anche il dibattito spinoso e sentitissimo sulla scuola, sono relatori due grandi intellettuali e pensatori a cui tanto deve il nostro paese: Concetto Marchesi (comunista) e Aldo Moro (democratico cristiano). Il primo, insigne latinista, insegnò all’inizio della sua carriera presso il Regio Liceo Ginnasio “Ruggero Settimo” di Caltanissetta, come attesta la sua firma apposta su uno dei registri dell’archivio storico dell’istituto. 

Viste le vicende drammatiche che la scuola italiana aveva appena vissuto, stretta nella morsa del pensiero unico di stampo fascista, la sottocommissione si concentra molto su temi legati all’educazione, ritenendo che “il problema dell’istruzione è un problema vitale per la Nazione” (seduta del 22 ottobre 1946).

In questo contesto lo spazio più ampio viene dato al dibattito sull’accesso all’istruzione, con una particolare sottolineatura sulla scuola cattolica. 

Moro e Marchesi si incontrano per preparare i lavori della prima seduta, che si tiene venerdì 18 ottobre 1946, proponendo sui beni culturali un articolo che così recita: “I monumenti artistici, storici e naturali del paese costituiscono patrimonio nazionale in qualsiasi parte del territorio della Repubblica e sono sotto la protezione dello Stato”. 

A Marchesi si deve una primitiva articolazione di quello che sarà il cuore dell’art. 33 che nasce con l’affermazione “L’arte e la scienza sono libere e liberi sono i loro insegnamenti”, libertà “che si deve esercitare dentro e oltre la scuola”, principio a cui Giuseppe Dossetti, il partigiano Benigno poi divenuto sacerdote, in sede di discussione, aggiunge che “al concetto di libertà è andato sempre parallelo, e talvolta anteposto, il concetto della funzione sociale della solidarietà”. Nella discussione dei padri costituenti evidentemente era fondamentale attribuire a tutti le stesse opportunità culturali, senza distinzione di censo, principio altissimo per una società che non deve conoscere il disprezzo per il povero ma la possibilità di riscatto dell’ultimo attraverso l’arma formidabile della conoscenza. 

Gran parte della discussione verte sullo stato pietoso in cui versa la formazione accademica in Italia, considerato lo svilimento che la dittatura ha imposto alle professioni accademiche in assenza di libertà di pensiero. Una parte cospicua del dibattito si concentra sul ruolo dello Stato nell’insegnamento e sulla scuola privata che deve essere libera, ma sempre sotto la vigilanza dello Stato, con parità di trattamento per tutti gli studenti. 

A tratti emozionante ed epico il concetto di cultura che Moro e Marchesi sostengono, come esperienza capillare da far vivere a tutti i cittadini. “Bisogna diffondere il libro sotto qualunque forma, non importa se catechismo o libro di novelle. Bisogna educare il popolo, e l’alfabeto è lo strumento fondamentale non solo agli effetti della elevazione spirituale e politica della gente, ma anche nei riguardi della produzione economica del Paese. Con biblioteche circolanti in tutti i villaggi, con insegnanti volanti nelle campagne, si potrà ottenere l’invocata cultura popolare.” (Concetto Marchesi, seduta del 29 ottobre 1946). 

Colpisce, nel dibattito sulle opportunità che il paese appena uscito dalla guerra intende offrire ai suoi cittadini, soprattutto il linguaggio fra le diverse parti politiche, lontanissimo dall’attuale: sempre di conciliazione fra posizioni opposte, mai assiomatico, ma aperto nella ricerca di punti condivisi più che di muri da abbattere.

Soprattutto Moro e Marchesi, distanti e su posizioni a tratti antitetiche, si mostrano dialoganti e sempre rispettosi l’uno dell’altro, consegnando alla storia davvero un modello di contesa politica veramente capace di dibattere per costruire futuro e non teso alla mera demolizione dell’avversario. Ogni politico e ogni cittadino dovrebbero sfogliare quei verbali straordinari nei quali la parola d’ordine sembra proprio quella di comprendersi per il fine comune e non di costruire il bene di una sola parte. 

A tal riguardo è fondamentale leggere il verbale della seduta del 30 ottobre del 1946 in cui la discussione si mostra assai accesa, perché verte sull’insegnamento della religione cattolica. Le posizioni sono più che differenti opposte, ma il livello di comunicazione sempre altissimo e soprattutto costantemente dialogante. 

L’onorevole Marchesi “osserva anzitutto che nessuno pensa che lo Stato sia un organo di verità e uno strumento di nuove rivelazioni, né che possa essere fonte di scienza e di morale” ed “augura che nella scuola l’opera dei cattolici sia feconda di bene, perché una morale, come quella del partito al quale appartiene, fondata sulla solidarietà sociale, non può essere in disaccordo con una morale predicata sinceramente in nome di Dio”. 

L’onorevole Lucifero, liberale, “è grato all’onorevole Togliatti (comunista) per l’impostazione veramente lineare ed onesta di un problema, la quale consente ad ognuno di discutere a viso aperto secondo le proprie ideologie e le proprie convinzioni”.

È la stessa seduta in cui torna la discussione di quello che costituirà in nuce l’articolo 9.

È Marchesi che propone di sintetizzare l’articolo in “i monumenti artistici, storici e naturali, in qualsiasi parte del territorio della Repubblica, sono sotto la protezione dello Stato”. 

Interessante l’uso del termine monumento, che è usato secondo l’accezione latina, non edificio ma traccia indelebile dell’opera dell’uomo, e che va a sostituire lo sciagurato uso della parola “cosa” che la legge 1089 del 1939 del Ministro Bottai aveva adoperato a man bassa per il nostro patrimonio.

Si innesca la discussione sul termine idoneo fra “vigilanza” e “protezione”, quest’ultimo legato alla consapevolezza, come afferma l’onorevole Lucifero, che “per incuria dello Stato o mancanza della necessaria manutenzione da parte dei proprietari che non ne hanno la possibilità, stanno andando in rovina monumenti meravigliosi e opere d’arte di interesse nazionale di inestimabile valore”. È il rammarico nel vedere, di fronte ai disastri della guerra, come tanto sia andato perduto o necessiti di cura e tanto resti da fare per la tutela. 

È chiaro, inoltre, ai padri costituenti che il patrimonio sia sotto la protezione dello Stato sia qualora gli appartenga, sia nel caso sia proprietà dei privati. È Moro alla fine a sintetizzare “I monumenti storici, artistici e naturali, a chiunque appartengano ed in qualsiasi parte del territorio della Repubblica, sono sotto la protezione dello Stato”. 

Interessante notare a margine come la commissione si sia occupata anche di famiglia e come in questo contesto soltanto sia intervenuta Nilde Iotti, relatrice a riguardo. 

L’11 dicembre 1946, completati i lavori della Sottocommissione, l’articolo sulla salvaguardia del patrimonio risulta soppresso perché inutile (l’incuria verso il patrimonio è sempre stata la vocazione del nostro paese) ma è sempre Marchesi in Assembleaplenaria a ribadirne la necessità. Si era presentata la possibilità di affidare il patrimonio alle Regioni e dunque l’articolo sembrava ormai superato.Istruttivo a proposito l’intervento dell’onorevole Clerici, democristiano, che lo definisce superfluo, inutile ed alquanto ridicolo, nonché incompleto perché non tiene conto dei beni mobili.   

Grazie al dibattito viene fuori la proposta di un articolo (allora il 29, quindi non tra i fondamentali) che recita: “i monumenti artistici e storici, a chiunque appartengano ed in ogni parte del territorio nazionale, sono sotto la protezione dello Stato. Compete allo Stato anche la tutela del paesaggio”. 

Segue, nelle sedute successive, un’ampia disamina sui ricercatori costretti ad abbandonare l’Italia (fatto ancora tristemente attuale), con una stupenda proposta di emendamento dell’onorevole Pignedoli, democratico cristiano, che afferma “La Repubblica protegge e promuove, con ogni possibile aiuto, la creazione artistica e la ricerca scientifica” (seduta del 24 aprile 1947).

Il 30 aprile l’onorevole Codignola, autonomista, ribadisce contro le affermazioni di Clerici “questo ordinamento regionale, se esteso a certe materie, tra cui anche quella delle belle arti, può diventare un esperimento molto pericoloso” ed è quindi necessario stabilire che l’intero patrimonio del Paese “sia sottoposto alla “tutela”, e non alla “protezione” dello Stato: lo Stato non protegge, ma tutela”. 

In questo Codignola comprende che non si tratta solo di custodire, ma di sostenere la ricchezza del nostro patrimonio, concetto che troverà piena applicazione nel concetto di valorizzazione. 

Il problema che solleva Marchesi, nel voler ribadire la centralità dello Stato contro l’autonomia delle Regioni,è in particolare quello del restauro, che non può avvenire in modo arbitrario e senza il diretto controllo della Stato, problema chiaramente sentitissimo in una fase in cui molti monumenti italiani (dal Cenacolo Vinciano alla Cattedrale di Caltanissetta) versavano in condizioni a dir poco drammatiche. 

“Io vengo recentemente dalla Sicilia e ho sentito quale turbamento ci sia tra gli uomini di cultura di fronte a questo pericolo. La Sicilia”, afferma il Marchesi in questo contesto, “è tutta quanta un grandioso e glorioso museo e noi non dovremmo permettere che interessi locali, che irresponsabilità locali abbiano a minacciare un così prezioso patrimonio nazionale”.

Purtroppo, è sotto gli occhi di tutti lo stato di degrado di tanto nostro patrimonio a cui talvolta mancano mezzi e professionalità per consentire una corretta salvaguardia e valorizzazione: l’autonomia della nostra regione, che doveva fungere da volano, non è stata foriera di innovazione, studio e ricerca. Lo dimostra il fatto che non ci siano archeologi nelle Soprintendenze e soprattutto che solo alcuni si spendano per il nostro patrimonio in modo generoso e con interesse autentico ma con scarse risorse economiche e senza il giusto capitale umano. 

I restauri approssimativi, le anacronistiche, antiscientifiche e costosissime anastilosi o l’assenza di cura sono sotto gli occhi di tutti, così come la necessità di recuperare spazi fondamentali di cultura per i Siciliani e i visitatori che vogliano fruirne.  Per non parlare della valorizzazione che viene intesa come possibilità di far cassa e non come reale occasione di ampliamento culturale per la crescita del territorio e per una maggiore consapevolezza del nostro essere cittadini…

Tornando ai lavori saranno gli onorevoli Firrao, Colonnetti (entrambi democratici cristiani), e Nobile(comunista), a proporre un’integrazione all’articolo 29: “La Repubblica promuove la ricerca scientifica e la sperimentazione tecnica e ne incoraggia lo sviluppo” (seduta del 30 aprile 1947).

La discussione accesissima che ne consegue è tutta da leggere e da approfondire: scienza e tecnica vengono guardate come volano di crescita a beneficio degli uomini e come fonte di luce per diffondere la civiltà nel mondo.

Ne scaturisce quello che per il momento era l’art. 11 “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, così come viene distribuito ai deputati il 20 dicembre 1947. 

Da qui il nostro articolo 9, che ancora oggi è faro e luce per il nostro paese: i beni culturali come carta d’identità, il genio italiano come proiezione verso la ricerca in campo artistico, scientifico e tecnico, un patrimonio di pensiero da preservare, un tesoro di ricchezze da valorizzare, un paesaggio ricco e antropizzato unico al mondo da custodire, “il volto amato della patria” di Calamandrei. 

Un principio da studiare e da custodire anche in tempi bui nei quali risuonano le parole di Concetto Marchesi del 1943, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova: “Signori, in queste ore di angoscia, tra le rovine di una guerra implacata, si riapre l’anno accademico della nostra Università. In nessuno di noi manchi, o giovani, lo spirito della salvazione, quando questo ci sia, tutto risorgerà quello che fu malamente distrutto, tutto si compirà quello che fu giustamente sperato.

Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti”.

Aurelia Speziale