Italia Nostra

Il futuro di Lipari e della Miniera della Pomice

2 Settembre 2024

Un patrimonio demoetnoantropologico di inestimabile valore, testimonianza dell’operosità delle popolazioni autoctone che, sfidando le difficoltà ambientali delle Eolie, sfruttavano la grande abbondanza di minerali presenti su questo arcipelago fatato in mezzo al Tirreno e commerciavano con tutto il mondo conosciuto, dalla preistoria fino al secolo scorso. Un articolo uscito il 31 agosto sul Corriere della Sera a firma Gian Antonio Stella ritorna sulla vicenda del Museo della Pomice e del Parco Geominerario di Lipari, un progetto che aveva incontrato il plauso di tutti gli amanti di queste isole e che, purtroppo, sta naufragando da anni nell’indifferenza delle istituzioni regionali.

Ecco un estratto dell’articolo.

«La pomice di Lipari galleggia verso un nuovo futuro…» Era ora, penseranno i lettori ricordando la battaglia di chi ama le Eolie, sostenuta dal «Corriere», per salvare lo strepitoso patrimonio storico e naturale dell’«isola natante», cantata da Omero, che per millenni ha fornito al Mediterraneo e non solo quelle rocce durissime, ma così leggere da galleggiare sulle onde, usate perfino per il tetto del Pantheon. Battaglia rilanciata dall’ex governatore siciliano Nello Musumeci, tra i plausi di Museimprese, Federculture, Touring Club e ambientalisti, con l’impegno a difendere dal degrado quei siti archeologici industriali grazie all’istituzione d’un museo e un parco geo-minerario unici al mondo.

Macché, tutto a monte. Cancellato. La pomice galleggia sì verso «un nuovo futuro», come ha scritto Bartolino Leone sul «Giornale di Sicilia», ma estraneo ai piani di recupero storico, culturale e paesaggistico. E proiettato semmai verso una prospettiva di hotel deluxe. Basti dire che gli stabilimenti, i capannoni, i terreni di Porticello comprati (quasi) da un eoliano-svizzero, Fausto Mandarano (che traina investitori ignoti: «Finché non è tutto definito non posso dire niente») coprono un’area di 53 ettari scoperti (a suo tempo concessi in uso dal Comune) e 21 mila metri quadri coperti. Minimo 60 mila metri cubi. Quelli di un mega hotel da duecento camere. Un complesso valutato così com’è da una perizia dei liquidatori (per dire che non meritavano il fallimento) 35.865.803 euro, ma ora venduto (pare) a poco più di 3 milioni: un dodicesimo. Molto meno dei 4,5 stanziati dalla Regione con la promessa di investirne altri 29. Idea che poteva cambiar faccia a un turismo solo o quasi balneare che, a dispetto del fascino inarrivabile dell’arcipelago, è inchiodato dalla lontananza dagli aeroporti, dai tempi e dai costi dei collegamenti, a poche settimane di piene estive.